Spa
religiosa?
Tra i tanti adattamenti che la via religiosa
ha subìto ai tempi nostri per mantenere un senso nella civiltà contemporanea
dell’Occidente c’è quello di trasformarla in una specie di spa spirituale, in un centro benessere dell’anima.
Allora ci si concentra tutti su sé stessi, sulle proprie vite e si cerca di far
risaltare come la religione avrebbe una soluzione ai problemi minuti dell’esistenza,
quelli con il coniuge, i figli, i parenti, i vicini, quelli causati dalle
malattie e dai lutti, dal progredire dell’età e via dicendo. Tutto il resto
scompare o rimane piuttosto indistinto sullo sfondo, come accade al cinema nei
primi piani. Diviene sostanzialmente indifferente il contesto sociale in cui si
vive la fede e, allora, si pensa anche che possa essere vissuta dovunque nel
mondo allo stesso modo e con questo spirito di cerca di diffonderla, avendo
però qualche brutta sorpresa. Perché la
nostra religione ha sempre saputo, e anche voluto, fare i conti con le
società in cui era immersa ed è proprio nella sua capacità di innestarsi
vitalmente in esse, nella sua forza di inculturazione, la ragione della sua attuale
diffusione a livello globale, mondiale, nonostante la recessione del dominio
degli europei, i quali dal Cinquecento l’avevano portata in giro per tutta la
Terra avvicinando, in epopee in genere tragiche, le altre civiltà del mondo.
La via della spa religiosa è di tipo
borghese, della persona che centra la fede sul proprio particolare e qui vuole
che la società non entri, ma anche che la fede abbia dei limiti nell’espressione
sociale. Ci sono ragioni di convenienza sociale che si pensa impongano quei
limiti. C’è una specie di decenza religiosa. In questo modo la fede perde
qualsiasi carattere di critica sociale. Diventa innocua per gli assetti
politici della società. In religione l’impegno collettivo viene vissuto in
piccoli gruppi, dove si esaurisce la propri esigenza naturale di socialità.
Il pensiero sociale espresso dalla nostra
fede, secoli prima che venisse condensato nel corpo di insegnamenti denominato dottrina sociale, è andato in genere in
altra direzione, immaginando costantemente riforme sociali. Anticamente, ad
esempio, le espressero le fondazioni e metamorfosi dei grandi ordini monastici.
Leggiamo il libro Utopia dell’inglese
Thomas More, morto martire nel Cinquecento, e vi troviamo il progetto di una
nuova società.
Nell’enciclica Laudato si’ ci si muove in quest’ordine d’idee. Riflette l’esperienza
di fede di collettività religiose d’oltremare, che sulla riforma della società
hanno puntato molto. L’ecologia di cui tratta comprende anche la riforma
sociale, che è appunto la via proposta per salvare la vita sul pianeta. L’ecologia
spicciola, domestica, non basta.
Si tende a trattare quel documento come i
tanti altri che l’hanno preceduto, nella ormai vastissima produzione letteraria
dei nostri massimi sovrani religiosi. Ci si è discusso un po’ su e adesso si
aspetta la nuova uscita.
I teologi hanno faticato a confrontarsi con le
prospettive proposte in quell’enciclica, che è forse la meno teologica di tutti i tempi. Si sono anche un po’
risentiti.
Penso che invece potrebbe essere utilmente
impiegata come sussidio catechetico per aiutarci, qui alle Valli, ad uscire dalla condizione di
estraneità alle gente intorno in cui ci siamo cacciati. Il primo capitolo di
quel libretto invita a considerare quello
che sta accadendo alla nostra casa comune e parla del mondo. Non è solo al
parrocchia la nostra casa comune, ma
tutto il quartiere, e oltre, tutta la città, tutta la nazione, l’Europa, la
Terra. Tutto è legato, tutto influisce su tutto. Ecco che allora, per risolvere
i problemi minuti della vita occorre lanciare lo sguardo molto lontano.
C’è un passo dell’enciclica (al n.84) che mi
conforta molto: dice che nessuna creatura è superflua. Quindi dobbiamo
trovare un posto a tutti. Ecco che allora si spiega l’accorato appello di papa
Bergoglio agli Europei perché facciano spazio alle moltitudini di disperati che
premono ai confini dell’Unione. Se però in religione abbiamo fatto tirocinio
solo della risoluzione dei problemi spiccioli, per recuperare un certo
benessere spirituale, il compito ci troverà impreparati.
Se guardiamo come si fa catechesi in
parrocchia, in particolare ai ragazzi dopo la Prima Comunione, ci accorgiamo
che tutto quel lavoro di riflessione e tirocinio sociale non c’è. Questo
comporta due effetti negativi. Quelli che fortunosamente riusciamo a
trattenere, non sanno poi fare quello che in religione ci si attende da un
laico, che è appunto la riforma sociale, detto in termini comuni (in gergo
teologico: trattare le cose temporali
ordinandole secondo Dio, espressione utilizzata nella Costituzione Luce per le genti dell’ultimo Concilio). Inoltre vivono la fede
in condizione di separatezza sociale, in una sorta di serra religiosa, ciò che,
in genere, risulta intollerabile ai giovani, il cui principale interesse è
invece quello di inserirsi nella società intorno per parteciparvi. Ecco che poi
perdiamo la gran parte dei giovani.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli