mercoledì 2 marzo 2016

Spa religiosa?

Spa religiosa?

  Tra i tanti adattamenti che la via religiosa ha subìto ai tempi nostri per mantenere un senso nella civiltà contemporanea dell’Occidente c’è quello di trasformarla in una specie di  spa  spirituale, in un centro benessere dell’anima. Allora ci si concentra tutti su sé stessi, sulle proprie vite e si cerca di far risaltare come la religione avrebbe una soluzione ai problemi minuti dell’esistenza, quelli con il coniuge, i figli, i parenti, i vicini, quelli causati dalle malattie e dai lutti, dal progredire dell’età e via dicendo. Tutto il resto scompare o rimane piuttosto indistinto sullo sfondo, come accade al cinema nei primi piani. Diviene sostanzialmente indifferente il contesto sociale in cui si vive la fede e, allora, si pensa anche che possa essere vissuta dovunque nel mondo allo stesso modo e con questo spirito di cerca di diffonderla, avendo però qualche brutta sorpresa. Perché la  nostra religione ha sempre saputo, e anche voluto, fare i conti con le società in cui era immersa ed è proprio nella sua capacità di innestarsi vitalmente in esse, nella sua forza di  inculturazione, la ragione della sua attuale diffusione a livello globale, mondiale, nonostante la recessione del dominio degli europei, i quali dal Cinquecento l’avevano portata in giro per tutta la Terra avvicinando, in epopee in genere tragiche, le altre civiltà del mondo.
  La via della spa  religiosa è di tipo borghese, della persona che centra la fede sul proprio particolare e qui vuole che la società non entri, ma anche che la fede abbia dei limiti nell’espressione sociale. Ci sono ragioni di convenienza sociale che si pensa impongano quei limiti. C’è una specie di decenza religiosa. In questo modo la fede perde qualsiasi carattere di critica sociale. Diventa innocua per gli assetti politici della società. In religione l’impegno collettivo viene vissuto in piccoli gruppi, dove si esaurisce la propri esigenza naturale di socialità.
  Il pensiero sociale espresso dalla nostra fede, secoli prima che venisse condensato nel corpo di insegnamenti denominato  dottrina sociale, è andato in genere in altra direzione, immaginando costantemente riforme sociali. Anticamente, ad esempio, le espressero le fondazioni e metamorfosi dei grandi ordini monastici. Leggiamo il libro Utopia dell’inglese Thomas More, morto martire nel Cinquecento, e vi troviamo il progetto di una nuova società.
  Nell’enciclica Laudato si’ ci si muove in quest’ordine d’idee. Riflette l’esperienza di fede di collettività religiose d’oltremare, che sulla riforma della società hanno puntato molto. L’ecologia di cui tratta comprende anche la riforma sociale, che è appunto la via proposta per salvare la vita sul pianeta. L’ecologia spicciola, domestica, non basta.
 Si tende a trattare quel documento come i tanti altri che l’hanno preceduto, nella ormai vastissima produzione letteraria dei nostri massimi sovrani religiosi. Ci si è discusso un po’ su e adesso si aspetta la nuova uscita.
 I teologi hanno faticato a confrontarsi con le prospettive proposte in quell’enciclica, che è forse la meno  teologica  di tutti i tempi. Si sono anche un po’ risentiti.
 Penso che invece potrebbe essere utilmente impiegata come sussidio catechetico per aiutarci, qui alle  Valli, ad uscire dalla condizione di estraneità alle gente intorno in cui ci siamo cacciati. Il primo capitolo di quel libretto invita a considerare quello che sta accadendo alla nostra casa comune e parla del mondo. Non è solo al parrocchia la nostra casa comune, ma tutto il quartiere, e oltre, tutta la città, tutta la nazione, l’Europa, la Terra. Tutto è legato, tutto influisce su tutto. Ecco che allora, per risolvere i problemi minuti della vita occorre lanciare lo sguardo molto lontano.
 C’è un passo dell’enciclica (al n.84) che mi conforta  molto: dice che  nessuna creatura è superflua. Quindi dobbiamo trovare un posto a tutti. Ecco che allora si spiega l’accorato appello di papa Bergoglio agli Europei perché facciano spazio alle moltitudini di disperati che premono ai confini dell’Unione. Se però in religione abbiamo fatto tirocinio solo della risoluzione dei problemi spiccioli, per recuperare un certo benessere spirituale, il compito ci troverà impreparati.
 Se guardiamo come si fa catechesi in parrocchia, in particolare ai ragazzi dopo la Prima Comunione, ci accorgiamo che tutto quel lavoro di riflessione e tirocinio sociale non c’è. Questo comporta due effetti negativi. Quelli che fortunosamente riusciamo a trattenere, non sanno poi fare quello che in religione ci si attende da un laico, che è appunto la riforma sociale, detto in termini comuni (in gergo teologico: trattare le cose temporali ordinandole secondo Dio, espressione utilizzata nella Costituzione Luce per le genti  dell’ultimo Concilio). Inoltre vivono la fede in condizione di separatezza sociale, in una sorta di serra religiosa, ciò che, in genere, risulta intollerabile ai giovani, il cui principale interesse è invece quello di inserirsi nella società intorno per parteciparvi. Ecco che poi perdiamo la gran parte dei giovani.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli