giovedì 3 marzo 2016

Piazzetta Achille Ardigò

Piazzetta Achille Ardigò



 L'altro Ieri a Bologna hanno intitolato una piazzetta del centro, vicino alle Due Torri, a mio zio professore Achille Ardigò. C’erano i suoi amici dell’università, il nuovo arcivescovo, il sindaco.
 Mio zio fu il mio padrino di Cresima, che ricevetti qui nella nostra parrocchia. Per tutta la mia vita svolse questo ministero  come la Chiesa si attende che si faccia. La mia fede da adulto è stata in gran parte modellata dai suoi insegnamenti e dal suo esempio.
 Il sindaco ha detto che mio zio fu un uomo del fare, ed  è vero. E’ stato anche ricordato che fu un uomo di pace in molti sensi, capace di suscitare quello che evocava con l’espressione latina concordia discors, che significa l’armonia nella diversità, il miracolo della vera e buona politica.
 Dovendo riassumere la biografia di mio zio Achille, una lunga vita di studio e di impegno nelle istituzioni, il suo lavoro di formatore di generazioni di giovani che gli volevano molto bene e frequentavano numerosi, con passione, i suoi difficilissimi corsi avanzati di sociologia, vedo nella sua fede religiosa il fattore unificante di tutto.
 Si formò alla scuola dei Cappuccini di Modena, uno dei pochi luoghi liberi in un contesto in cui il fascismo si era mangiato tutto. Fu uomo del Terz’ordine francescano, fin da ragazzo. Poi venne l’impegno in FUCI, gli universitari cattolici, e da lì, appena ventenne, quello nella Resistenza, che, al di là del suo significato militare di opposizione armata al regime, significò l’impegno politico per progettare una nuova società. A quei tempi risale la sua amicizia con Giuseppe Dossetti, professore di diritto ecclesiastico della Cattolica di Milano, animatore culturale e religioso, capo politico e partigiano.
 Poi venne  per mio zio l’attività giornalistica e politica. Qui a Roma, con Dossetti, visse intensamente la fase costituente, in cui il Dossetti dette un contributo fondamentale, scrivendo in particolare alcuni dei più importanti articoli della Costituzione.
 Quindi l’università: mio zio Achille, stimolato in ciò da Dossetti e da altri giovani studiosi dell’epoca, contribuì a introdurre in Italia gli studi sociologici di tipo scientifico, sul modello statunitense.
 E la politica, nella DC, vissuta a stretto contatto con il Dossetti e con il cugino Giovanni Galloni, negli anni in cui si costruì l'Italia democratica e solidale come la conosciamo.
 Mio zio Achille scrisse tanti libri, in gran parte scientifici, accessibili ad un pubblico di studiosi, ma anche alcuni libri divulgativi, in particolare uno sulla crisi sociale italiana, che manifestatasi nel corso degli anni ’70 dura tuttora, e la vide originata dalla crisi di quelli che chiamava mondi vitali, e un altro sulla riforma sociale come linea guida del cattolicesimo democratico, prendendo spunto dalla figura di Giuseppe Toniolo. Ne scrisse uno anche sulla sua esperienza politica alle elezioni comunali di Bologna del ’56, quando Dossetti fu spinto a presentarsi dall’arcivescovo: le elezioni furono perse, come era prevedibile per la grande popolarità che aveva il sindaco comunista Giuseppe Dozza, un politico di grande levatura umana, un protagonista della resistenza, una persona capace e dotata di forte etica, ma alcune idee del programma di Dossetti, in parte studiato con mio zio, furono adottate dalla nuova giunta, in particolare l’istituzione dei quartieri.
 Ecco, appunto, la concordia discors. 
 Mi scrisse diversi anni fa mio zio Achille, nella dedica di quel libro:
“Nel 1955, avevo 34 anni, Dossetti - mio leader prima politico poi spirituale - mi affidò la preparazione del programma civico per la sua lista DC, in cui, da indipendente, sostenne l’improbabile candidatura a sindaco di Bologna per le amministrative del 1956, cui era stato convinto dal card. Lercaro.
 Dopo quasi mezzo secolo ho voluto salvare ampia memoria di quel lontano evento che, di nuovo, mi riscalda il cuore”.
    Vennero gli anni ’60 e il Concilio Vaticano 2°, in cui il Dossetti, come esperto dell’arcivescovo di Bologna, ebbe un ruolo molto importante, analogo a quello che aveva avuto nella fase costituente italiana. Anche mio zio Achille fu coinvolto nell’intenso  lavoro culturale sottostante all’evento. Il Concilio non fu fatto solo nella basilica Vaticana, nelle adunanze plenarie, e non solo dai padri  che vi partecipavano.
  L’ultima lunga fase della vita pubblica di mio zio Achille iniziò con l’elaborazione della riforma sanitaria, alla fine degli anni ’70, che lo vide come protagonista. Fu allora che l’assistenza sanitaria fu data a tutti i cittadini, a prescindere se e  dove lavorassero. In precedenza era di tipo mutualistico e dipendeva dal lavoro che si faceva. La riforma creò una vasta e completa rete di ospedali pubblici. Oggi la riteniamo un fatto scontato e invece, nella gran parte del mondo, non lo è. Ad esempio negli Stati Uniti d’America, dove solo di recente, sotto la presidenza Obama, è stata introdotta una riforma che gli si avvicina. In Italia anche chi è povero ha diritto di essere curato.
 Mio zio in Emilia fu un riformatore nel settore sanitario. Amministrò a lungo l’Istituto ortopedico Rizzoli e promosse l’introduzione in Emilia, tra le prime regioni in Italia a istituirlo, del Centro unico di prenotazione, per cui chi ha bisogno di assistenza sanitaria specialistica, non deve dannarsi girando per mari e per monti ma può risolvere tutto telefonicamente, e del fascicolo sanitario del cittadino che consente ai medici curanti di avere rapidamente le informazioni necessarie per inquadrare i casi clinici dei pazienti.
 Parallelamente al ruolo di amministratore, mio zio pubblicò molti contributi sul tema sanitario, ragionando sulla sua esperienza concreta e proponendo riforme, in particolare per venire incontro alle persone più fragili, ai malati, agli anziani.
  Da amministratore sanitario pretese il miglioramento dell’accoglienza dei pazienti.
  In Emilia la sanità pubblica funziona molto bene, e  quella privata, tanto rigogliosa nel Centro-Sud, è ai minimi termini. La gente non sente il bisogno di stipulare costose polizze sanitarie private per pararsi dalle inefficienze del settore pubblico.
 Il sindaco, nella cerimonia di intitolazione della piazzetta bolognese, ha ricordato che mio zio fu per certi versi un uomo scomodo, perché libero. Ed è vero.
   In particolare, da anziano fu per un tempo lunghissimo emarginato e incompreso nella Chiesa bolognese. Tutto iniziò quando polemizzò con l’arcivescovo di allora sulla questione degli immigrati, se ben ricordo. 
 Nel 2001 gli scrisse, in una lettera aperta su La Repubblica:
Mi sembra, in primis, che lei corregga la sua consueta concezione intransigente dell' "identità" cattolica (come trascendenza dentro la Chiesa) quando scrive che «non è da sottovalutare la libera azione illuminante che è propria dello Spirito Santo» il quale spira dove vuole. Sicché anche di fronte a un non credente - lei arguisce - «non possiamo trascurare di ascoltarlo con qualche speranza. Noi dobbiamo sempre cercare di avvalorare (e rendere auspicabilmente feconda di verità) l' iniziale conformità a Cristo che si trova in ogni uomo».
 Mi pare che la sua presa di posizione non gli sia stata perdonata per molto tempo. Dopo la sua morte, la frattura  si è poi, lentamente, ricomposta. La sua memoria riconciliata. Era il tipo di laico di fede  adulto del quale i nostri capi religiosi spesso diffidano. Lontano dal modello teologico del gregge docile.
  Mio zio fu, in tutti sensi, un uomo utile, in particolare alla sua città.
  Pochi minuti dopo che era stata scoperta la targa con l’intitolazione della piazzetta, quando la piccola folla che aveva partecipato all’intitolazione se ne era appena andata, un signore ha assicurato con una catena la sua bicicletta al palo che la regge, secondo l’uso dei bolognesi. Così, vedete, mio zio continua ad essere utile ai suoi concittadini.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli