Riformare dal basso
Mi permetto anche
di auspicare che, nella diocesi che le è affidata, lei intenda aprire un
dialogo ecclesiale anche con i credenti che non vogliono smarrire la loro
originale identità e che insieme vogliono essere liberi; tanti credenti
identitari tra i quali non mancano quanti hanno sofferto per sue posizioni,
teologiche e non, ritenute rigide nella tradizione e nel moderatismo.
[Achille Ardigò, dalla lettera aperta all'Arcivescovo di Bologna, pubblicata su La Repubblica il 25-9-01]
I documenti del Concilio Vaticano 2° appaiono
datati dove hanno mantenuto la pesante struttura feudale della nostra gerarchia
del clero. Del resto furono un prodotto di quella stessa gerarchia. Essa si è
dimostrata incapace di una autoriforma.
In sede locale bisogna sempre avere a che fare
con un qualche principe religioso: può andar bene o può andar male.
A mio zio Achille sarebbe piaciuto il nuovo
arcivescovo di Bologna, ma è morto prima che arrivasse.
La riforma, come tutte le vere riforme, non può che partire dal basso.
Ma anche lì ci sono problemi.
La partecipazione di tutti fa paura. Non si è fatto sufficiente
tirocinio del metodo democratico, che la consente. E anche la parola “democrazia”
è vista con sospetto in religione.
La retorica dell’obbedienza e della rinuncia a
sé stessi spinge chi ci crede alla passività, ad essere solo massa di manovra.
E i laici spesso imitano il clero nel
costruire gerarchie feudali.
Questo poi comporta un enorme spreco di quelle
che gli aziendalisti chiamano risorse
umane e che poi sono semplicemente persone,
che vengono emarginate e silenziate quando non fanno mostra, almeno
formalmente, di conformismo.
E’ una delle malattie del corpo sociale
religioso che uno come Küng
diagnostica da tanto tempo nei suoi libri. E ha avuto un sacco di problemi per
questo. Una piaga, direbbe uno come
Rosmini, e anche lui ebbe un sacco di dispiaceri per questa sua posizione.
E’ possibile cambiare?
E’ possibile. Ci si può provare.
A livello parrocchiale nessuna autorità deve
pretendere di essere indiscussa. Bisogna poter discutere su tutto e su tutti.
Nessuna obbedienza deve essere pretesa o concessa acriticamente.
Nessuno deve farsi lecito di lanciare anatemi verso qualcun altro. Discutendo è
possibile arrivare alla concordia discors, all’armonia tra gente
che la pensa diversamente su molte cose ma che converge su altre, le più
importanti, e che allora arriva a collaborare e perfino, sperimentando la
solidarietà reciproca, a volersi veramente bene, non a chiacchiere sparlandosi
poi alle spalle secondo l’uso clericale. Di questo bisogna fare tirocinio fin
da piccoli. E’ cosa che deve entrare nel catechismo, fin dall’infanzia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli