La
ragione non è mai sempre dalla nostra parte - necessità del dialogo
dalla
rubrica radiofonica Il pensiero del
giorno, che va in onda tutti i giorni alle 5:50 circa su Rai Radio 1. Gli interventi
possono essere riascoltati in podcast su sito <www.pensierodelgiorno.rai.it>
puntata
del 4-3-16
in
studio Marinella Perroni, docente al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo
Più volte in questi giorni mi veniva in mente
una frase del profeta Isaia: «Venite, discutiamo insieme - dice il Signore»
[Isaia 1,18].
Di fronte all’incapacità da parte di coloro
che ci rappresentano in Parlamento, ma anche da parte delle piazze e a volte
degli organi di informazione, di intessere una discussione seria e approfondita
su realtà umane gravi, importanti, cariche di conseguenze per la vita di uomini,
donne, bambini concreti, di fronte a parole dettate da protervia ideologica e a
insulti sguaiati dettati da cecità interiore, le parole del profeta mi facevano
pensare.
«Venite, discutiamo insieme - dice il Signore».
Discutere è degno di Dio, forse è per questo umani troppo umani [fa riferimento al saggio Umano,
troppo umano. Un libro per spiriti liberi del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche,
pubblicato nel 1879, sulla condizione esistenziale dell’umanità contemporanea] non lo
sanno fare, non hanno mai voluto imparare a farlo.
Dio vuole discutere perché sa che non c’è
verità condivisa che non sia frutto di discussione. Perché sa che non c’è
relazione senza approssimarsi l’uno ai pensieri dell’altro. Perché si può misurare la reciproca distanza
senza per questo arrecarsi offesa.
Discutere significa accettare che l’altro
prenda la parola e presenti un punto di vista diverso, concorrenziale,
alternativo. Forse per questo discutere è degno di Dio. Del Dio della Bibbia,
però, che ha scelto la strada della relazione con l’altro da sé. E forse questo
Giacobbe-Israele porta per sempre sul suo corpo le stigmate di un’intera notte
di discussione con Dio [si legga Genesi 32,24-34].
Dovremmo domandarci più spesso a quale Dio
crediamo. Se siamo convinti, invece, che la ragione non sia frutto di
discussione, perché non potrebbe, altrimenti, stare sempre solo dalla nostra
parte.
Trascrizione di Mario Ardigò
Fare tirocinio di dialogo è indispensabile per ricostituire condizioni
minime di convivenza umana e poi,
proseguendo e ampliandolo, un’intera civiltà.
Anche nel nostro quartiere iniziamo a sentirci insicuri. Anche da noi ci
sono segni che la criminalità organizzata sta tentando di imporci il suo duro
servaggio. La tentazione è quindi quella di richiudersi dietro i muri di casa e
le porte blindate. Ma non c’è vera sicurezza in questo. E’ quello che da
decenni stanno scoprendo negli Stati Uniti d’America dove si sono costruite
intere città ad accesso limitato, barricate dietro muri e milizie di
sorveglianza esterna. Si è scoperta una verità tanto semplice ed evidente: il
più efficace impianto di sicurezza è la solidarietà civica, il migliore alleato
è il vicino di casa, proprio quello che a volte ci riesce insopportabile, che
guardiamo in cagnesco e a stento salutiamo incontrandolo e preferiremmo che
abitasse da un’altra parte. Ma la solidarietà nasce solo dal dialogo, pratica
della quale abbiamo sempre meno occasioni di fare tirocinio.
Marinella Perroni ci ha parlato delle radici religiose del dialogo. Eppure
tanto spesso in religione siamo stati e siamo intolleranti verso coloro che la pensano
diversamente. Preferiremmo che non ci fossero o che cambiassero idea. Anche in
religione si fa poca esperienza di dialogo: eppure l’esigenza del dialogo è
stata al centro dell’ultimo concilio e il comandamento del dialogo è stato
inserito in pronunce dogmatiche, per marcarne l’importanza. Quando dovrebbe
iniziare questo tirocinio? Molto presto, fin dalle prime esperienza di
socialità dei bambini.
Quanto volte, invece, agli altri, in
religione, è stata tolta la parola, e in certe epoche anche la vita, perché non
riuscivano a pensarla in un certo modo! Non si tratta di fatti lontani nel
tempo. Ancora ai nostri tempi l’incapacità di dialogo alligna tra noi,
mascherata da rivendicazione di un’identità o da rifiuto di negoziare su certi
argomenti. Ma, dietro quella maschera, non c’è verità, non ci sono veri valori.
C’è solamente la brutale arroganza di chi silenzia gli altri e, così facendo,
distrugge la civiltà, perché distrugge le basi della convivenza civile e pone
quelle della sguaiata e perpetua lotta di tutti contro tutti. Allora il
confronto con gli altri finisce subito nell’insulto reciproco. Diventa
impossibile avere cura della casa comune, perché, in fondo, non c’è più una
casa comune. E’ la tragedia di tante disperate periferie urbane dove la mancanza
di un tessuto di solidarietà civile spalanca le strade alla criminalità, che
prospera dove ognuno si fa gli affari suoi ignorando gli altri. Temo che il
nostro quartiere, le nostre Valli, stia scivolando verso quella china. Questo
ha anche un significato religioso, interpella anche le coscienza della gente di
fede. Almeno di quella che nel quartiere vive e per questo è veramente coinvolta da certi problemi. C’è
poi la gente che va e viene, quella di passaggio, come le folle portate dalla
metropolitana, ma quella è solo, appunto, folla, un insieme di individui che
transita in quelli che gli urbanisti chiamano non-luoghi e che non si conosce e non si vuole nemmeno conoscere.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli