Resoconto
dell’incontro del 5 marzo 2016 con don Luigi Ciotti, in parrocchia. Prima parte.
ll tema è stato Fame e sete di giustizia e il motto L’io
nel noi è cambiamento
Nota: le parole di don Ciotti
sono state trascritte da fonoregistrazione, ma il testo non è stato rivisto dal
relatore e, a volte, si sono dovute apportare alcune modifiche sintattiche per
trasferire il parlato nel testo scritto, segnalate inserendole tra parentesi
quadre. In alcuni casi, in cui la fonoregistrazione risultava parzialmente incomprensibile (per problemi di acustica nella registrazione),
il testo è congetturale e lo si segnala nello stesso modo, ponendo il testo tra
parentesi quadre. Nel caso di totale incomprensibilità del parlato a causa di problemi di registrazione lo si segnala con "[...]".
1. L’incontro con don Luigi Ciotti ha introdotto una serie di
cinque altri eventi, del ciclo Immìschiati!,
sulla dottrina sociale della Chiesa, dal marzo al maggio 2016. Si è tenuto
nella chiesa parrocchiale. Don Ciotti è arrivato al termine della Messa
vespertina.
Il parroco don Remo ha introdotto l’incontro,
spiegando che oltre ad essere tanto desiderato era pensato come introduzione al
ciclo di serate sulla dottrina sociale della chiesa programmato nei mesi
successivi.
A fianco di don Ciotti, per il quale è stato
allestito un tavolo davanti all’altare, c’era la giornalista Alessandra che gli
ha fatto domande a nome di tutta la comunità.
La giornalista ha chiesto a don Ciotti di spiegare come aveva deciso di
diventare sacerdote.
L’infanzia
2. DON CIOTTI:
Buonasera a tutti! Rispondo con fatica a una domanda tanto
personale.
Sono un veneto immigrato a Torino per la
ragione di tante altre persone. Mio padre cercava lavoro. Trovò lavoro in
Piemonte, ma non trovò la casa. L’impresa disse che poteva abitare, con sua
moglie e i figli, in una baracca dentro il cantiere. Io da piccolo mi vestivo
con gli abiti della San Vincenzo. Sapete
che cosa vuole dire. La mia famiglia era
molto povera. Vivevamo in una baracca perché non c’erano altre possibilità,
però vi posso garantire che mia madre gli abiti li lavava e li stirava molto
bene. Perché uno può essere povero, ma
dignitosa. E la mia famiglia era dignitosa.
Voi però capite che solo per il fatto di vivere oltre lo steccato di un
cantiere, in un baracca, eri già giudicato. C’è il rischio, ieri come oggi, che
molti si fermino alle apparenze, ti giudicano. [Ti davano delle etichette]. Però il cambiamento io lo feci a diciassette
anni.
GIORNALISTA: Gli chiede di
raccontare di più della sua infanzia, in particolare della scuola elementare.
DON CIOTTI: Io andavo a scuola,
il primo anno, in prima elementare… Mi madre andò dalla maestra e le disse che
non le era possibile comprarmi il grembiule. Allora c’erano questi grembiuli,
ma c’era poi questo immenso fiocco.
Il cantiere, quindi la baracca di casa, era in
un quartiere ricco di Torino, perché era [nei pressi del] Politecnico. Non è un
giudizio, vi prego, ma un dato di fatto: mia madre andò, in prima elementare,
dalla maestra e le disse «Signora maestra, io non posso mandare mio figlio a scuola,
almeno nel primo mese, con il grembiule e con questo benedetto fiocco». [Infatti] aveva dovuto comprare il
grembiule e il fiocco alle mie sorelle
più grandi, che andavano alla stessa scuola.
Quindi, quando io sono andato a scuola, mi
sono sentito diverso, perché ero l’unico bambino in tutta la scuola senza il
grembiule e senza il fiocco. E, guardate, che può sembrare una superficialità,
ma anche quello mi mise in difficoltà. Tu [si
rivolge alla giornalista] vuoi sapere, e certamente già lo sai, che
cosa è successo. E’ successo
semplicemente che un bambino, a scuola, si sente in difficoltà.
La maestra aveva detto [a mia madre] «Mi raccomando, signora, tra un mese
suo figlio deve venire, come tutti gli altri bambini, con il grembiule e con il
fiocco».
Dopo venti giorni di scuola, una mattina in
classe i miei compagni, [io ero stato messo al primo banco], rumoreggiano
disturbano, [come fanno i bambini ed ero anch’io un bambino]. Dunque, in prima
elementare, primi giorni di scuola, che succede? La maestra arriva, chissà che cosa
soffriva in quel momento, quali preoccupazioni avesse, io non lo so, ma oggi
credo ancora di più di riuscire a capire. A volte tu hai degli impegni, hai delle responsabilità, come lei aveva: è
entrata tesa e nervosa. I miei compagni,
tutta la classe, disturbavano. E lei non se la prende con i compagni, [ma con
me che ero] a primo banco, senza grembiule, senza fiocco, si mette a gridare,
non con quei bambini che disturbavano, ma verso di me, [io devo aver fatto un
gesto], mi viene spontaneo usare le mani, come per dire «ma che cosa vuoi?».
Lei chissà che cosa ha capito in quel momento della sua fatica. I miei compagni
gridano ancora più forte. [Allora le scappa un’espressione, che mi ha ferito.
Mi grida:] «Ma che cosa vuoi tu
montanaro?». A me, nato a Pieve di Cadore, sulle Dolomiti, oggi patrimonio dell’umanità
dell’UNESCO, che questa mi dica «Che cosa vuoi tu montanaro?», [a me che già
avevo sofferto per essere stato sradicato dalla mia terra]… Io ho cercato di
parlare, i miei compagni continuavano a
ridere e scherzare. Ho sbagliato, ripeto, ho sbagliato, perché ho reagito da
bambino. [C’erano quei calamai di una volta, incastrati nei banchi]. Io ad un
certo punto non riesco a parlare con la maestra, [lei gridava]. Ho preso il
calamaio [e ho fatto una cosa che non dovevo fare, glielo tiro]. Disgrazia
vuole che la colpisco in pieno, con l’inchiostro, immaginate… Fui subito
espulso da scuola, in prima elementare. Una volta chiamavano i bidelli,
ricordato? Io quell’uomo non l’ho più incontrato nella mia vita, per mano mi ha
accompagnato: dopo venti giorni di scuola, in prima elementare, espulso!
Io sentivo di avere sbagliato. E’
chiaro che avevo sbagliato. Anche se dentro di me era stata una difesa
disperata della dignità, della mia gente, della mia famiglia. Mia madre mi
diede una sonora, sonora, lezione. Ancora oggi, a settant’anni, vi posso
garantire che quella lezione non l’ho mai dimenticata, ma credo di dover essere
riconoscente a mia madre. Perché non mi ha fatto sconti. Perché mi ha
insegnato, in un momento difficile, che a qualunque forma di violenza, anche
verbale, non si risponde con la violenza. Ho avuto una punizione forte da mia
madre. Anche se anni dopo, quando ero più grandicello, mi disse: «Luigi, io
avevo capito che tu avevi difeso la dignità, ma tu non dovevi in ogni caso
reagire in quel modo».
Ma il vero problema, sapete che
cosa è stato? Alle 12:30, quando i miei compagni uscirono da scuola, dopo che
ero stato espulso, in prima elementare”, [e dicevano alle madri] «Sai che
cosa è successo oggi a scuola?», «Dimmi cicci», «Oggi a scuola è successo che un
nostro compagno ha tirato un calamaio alla maestra», «Ah, povera maestra!».
[Nessuno si chiede di quel compagno, del perché l’abbia fatto]. Seconda tappa: «Lo
sai che ha sporcato con l’inchiostro tutto il vestito della maestra?», «Ah,
povero vestito della maestra!». [Certo, l’avevo colpita in pieno]. Ho fatto una
cosa che non dovevo assolutamente fare. «Come si chiama il tuo compagno?», «Ciotti»,
«Guai, guai, se ti vedo con quel compagno!». Io sono diventato, in prima
elementare, “il compagno cattivo”, che abitava nella baracca, dentro quel
cantiere, che non andava con l’abito giusto a scuola perché non poteva. Non era
un problema di bambini, era un problema di adulti, che avevano detto ai
bambini, fermandosi all’apparenza, non scavando in profondità, [di non
frequentarmi]. Io poi ho cambiato scuola, perché sono diventato “il compagno
cattivo”.
Alcune ferite nella vita te le
porti dentro, non si cancellano mai. Tu hai sbagliato. Ma ero un bambino piccolo.
Ho reagito come ero capace, con le mie responsabilità, alla fermezza di una
mamma, che, pur avendo capito che c’era una ragione non mi ha fatto sconti e di
questo le sarò sempre profondamente
grato.
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Resoconto di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli
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