domenica 27 marzo 2016

Pasqua bassa

Pasqua bassa


 Quest’anno è come se la Pasqua, Pasqua bassa, mi fosse arrivata addosso improvvisamente, non mi sono preparato bene. Occorre farlo? Sì, bisogna.  E’ necessario riprendere sempre le fila della storia. Non bastano le spiegazioni dell’anno prima, o quelle di sempre. Si cresce e la fede va rimotivata. Innanzi tutto a partire dal suo centro, che è appunto la Pasqua. Ma non lo si può fare da soli: i testi di meditazione aiutano fino ad un certo punto. Ci si deve confrontare con gli altri e da anziani diventa sempre più  difficile farlo. Viene meno molta della spontaneità che si aveva da giovani nell’accostare l’altra gente. Si cercano le consuetudini del passato e spesso sono  finite, sostituite da altre. Così si finisce per sentirsi fuori posto un po’ dovunque, sempre che si accorgano di te. Da anziani sembra che si svanisca agli occhi della gente, si ha la sensazione di diventare invisibili.
  La mia spiritualità è fondata su eventi vissuti verso la fine degli anni 70, primi anni ’80. Il mondo era molto diverso allora e anche le nostre collettività di fede.
 In parrocchia negli ultimi mesi si sono fatti molti passi avanti nel renderla la casa di tutti, anche di quelli della mia età e della mia formazione. Naturalmente questo è meno sensibile durante il Triduo pasquale, ancora quasi completamente neocatecumenalizzato, anche se la Veglia di Pasqua è stata abbastanza umanizzata, nel senso di provare a renderla un rito per tutti. Ma è ancora molto infarcita della particolare simbologia di quel movimento e dei suoi riti e costumanze. Si tratta di elementi non necessari e qualche volta anche opinabili, come certi disinvolti e irrispettosi rimaneggiamenti della tradizione ebraica. C’è un atteggiamento verso il sacro che non sarà mai quello mio, anche proprio come modo di stare in chiesa. E da quando ho letto in un testo di Marzano e Urbinati (Marco Marzano e Nadia Urbinati, Missione impossibile, Il Mulino 2013) che chiamano “i faraoni” i sacerdoti che si oppongono al Cammino (pag.45), non riesco più a vivere serenamente le rampogne “anti-faraoniche” dei loro preti e quel cantare guerrescamente “Precipitò nel mare cavallo e cavaliere” (di Arguello, sull’ispirazione del  testo biblico del Cantico di Mosé - Es 15,1-18), come alla Veglia di ieri sera. Non posso fare a meno di pensare che il nemico a cui si riferiscono cantando sono io, che certamente non condivido e mai condividerò la loro via. E ieri quel canto l’hanno fatto durare veramente molto a lungo. Un clima, qui da noi nel Triduo, che rende quindi difficile il raccoglimento interiore per uno come me (chissà che ne pensano gli altri del quartiere? Nel Triduo partecipa tanta gente che non ho mai visto. Vivono tutti a noi?).
  Come spiegherei la Pasqua ad una persona che fosse interessata a saperne di più? Bisogna sempre essere pronti a rendere ragione della propria fede, è scritto.
 Era necessario, come dicono, che il Maestro fosse giustiziato sulla Croce? E’ veramente risorto? E noi, risorgeremo con lui?
 Una volta, diversi anni fa, mi trovavo qui a Roma, in ospedale, e vennero in reparto delle volontarie di un’associazione religiosa. Si finì col parlare della morte, e non era strano in un reparto oncologico, e una di loro, ad un certo punto, mi disse che nessuno era mai tornato “da là”. E Lui allora?, le replicai. Quella mi fece la faccia imbarazzata e mi chiese se ero un Testimone di Geova. Le dissi che no, ero cattolico. Ma lei scambiò un’occhiata con la sua collega, lì vicino, come per dire che le pareva strano, non ci credeva. Ma insomma, insistetti, è risorto, è veramente risorto!, questa è la nostra fede! Ho sempre avuto  in mente la voce da anziano, forte ma un po’ tremula, un grido da anziano, di Montini quando lo proclamava a Pasqua dalla finestra della sua stanza su piazza San Pietro: “E’ risorto, è veramente risorto!”.  Ce l’ho ancora dentro. Se mi raccolgo un attimo, la risento dentro di me. “E’ risorto, è veramente risorto”: caro papa della mia giovinezza, che capii veramente solo adulto. Ad esempio in quella stanza d’ospedale, quarantenne.  E, in quel momento, davanti a quella incredulità di persone religiose, io, vicino tutto sommato alla morte, veramente ad un passo da essa, ed era cosa che leggevo sui volti di quelli che mi avvicinavano, volli credere con tutte le mie forze che fosse risorto e che anch’io sarei risorto con lui. “E’ risorto, è veramente risorto”, urlai dietro a quelle due mentre se ne uscivano dalla mia stanza. E sono rimasto sempre a quel punto, con quella convinzione. Amen.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli