Pasqua
bassa
Quest’anno è come se la Pasqua, Pasqua bassa,
mi fosse arrivata addosso improvvisamente, non mi sono preparato bene. Occorre
farlo? Sì, bisogna. E’ necessario
riprendere sempre le fila della storia. Non bastano le spiegazioni dell’anno
prima, o quelle di sempre. Si cresce e la fede va rimotivata. Innanzi tutto a
partire dal suo centro, che è appunto la Pasqua. Ma non lo si può fare da soli:
i testi di meditazione aiutano fino ad un certo punto. Ci si deve confrontare
con gli altri e da anziani diventa sempre più
difficile farlo. Viene meno molta della spontaneità che si aveva da
giovani nell’accostare l’altra gente. Si cercano le consuetudini del passato e
spesso sono finite, sostituite da altre.
Così si finisce per sentirsi fuori posto un po’ dovunque, sempre che si
accorgano di te. Da anziani sembra che si svanisca agli occhi della gente, si
ha la sensazione di diventare invisibili.
La mia spiritualità è fondata su eventi
vissuti verso la fine degli anni 70, primi anni ’80. Il mondo era molto diverso
allora e anche le nostre collettività di fede.
In parrocchia negli ultimi mesi si sono fatti
molti passi avanti nel renderla la casa di tutti, anche di quelli della mia età
e della mia formazione. Naturalmente questo è meno sensibile durante il Triduo
pasquale, ancora quasi completamente neocatecumenalizzato, anche se la Veglia
di Pasqua è stata abbastanza umanizzata,
nel senso di provare a renderla un rito per
tutti. Ma è ancora molto infarcita della particolare simbologia di quel
movimento e dei suoi riti e costumanze. Si tratta di elementi non necessari e
qualche volta anche opinabili, come certi disinvolti e irrispettosi rimaneggiamenti
della tradizione ebraica. C’è un atteggiamento verso il sacro che non sarà mai
quello mio, anche proprio come modo di stare in chiesa. E da quando ho letto in
un testo di Marzano e Urbinati (Marco Marzano e Nadia Urbinati, Missione impossibile, Il Mulino 2013)
che chiamano “i faraoni” i sacerdoti che si oppongono al Cammino (pag.45), non
riesco più a vivere serenamente le rampogne “anti-faraoniche” dei loro preti e
quel cantare guerrescamente “Precipitò nel mare cavallo e cavaliere” (di
Arguello, sull’ispirazione del testo
biblico del Cantico di Mosé - Es 15,1-18), come alla Veglia di ieri sera. Non
posso fare a meno di pensare che il nemico
a cui si riferiscono cantando sono io, che certamente non condivido e mai
condividerò la loro via. E ieri quel canto l’hanno fatto durare veramente molto
a lungo. Un clima, qui da noi nel Triduo, che rende quindi difficile il
raccoglimento interiore per uno come me (chissà che ne pensano gli altri del
quartiere? Nel Triduo partecipa tanta gente che non ho mai visto. Vivono tutti
a noi?).
Come spiegherei la Pasqua ad una persona che
fosse interessata a saperne di più? Bisogna sempre essere pronti a rendere
ragione della propria fede, è scritto.
Era necessario, come dicono, che il Maestro
fosse giustiziato sulla Croce? E’ veramente risorto? E noi, risorgeremo con
lui?
Una volta, diversi anni fa, mi trovavo qui a
Roma, in ospedale, e vennero in reparto delle volontarie di un’associazione
religiosa. Si finì col parlare della morte, e non era strano in un reparto
oncologico, e una di loro, ad un certo punto, mi disse che nessuno era mai
tornato “da là”. E Lui allora?, le replicai. Quella mi fece la faccia
imbarazzata e mi chiese se ero un Testimone di Geova. Le dissi che no, ero
cattolico. Ma lei scambiò un’occhiata con la sua collega, lì vicino, come per
dire che le pareva strano, non ci credeva. Ma insomma, insistetti, è risorto, è
veramente risorto!, questa è la nostra fede! Ho sempre avuto in mente la voce da anziano, forte ma un po’ tremula,
un grido da anziano, di Montini quando lo proclamava a Pasqua dalla finestra
della sua stanza su piazza San Pietro: “E’ risorto, è veramente risorto!”. Ce l’ho ancora dentro. Se mi raccolgo un
attimo, la risento dentro di me. “E’ risorto, è veramente risorto”: caro papa
della mia giovinezza, che capii veramente solo adulto. Ad esempio in quella
stanza d’ospedale, quarantenne. E, in
quel momento, davanti a quella incredulità di persone religiose, io, vicino
tutto sommato alla morte, veramente ad un passo da essa, ed era cosa che
leggevo sui volti di quelli che mi avvicinavano, volli credere con tutte le mie
forze che fosse risorto e che anch’io sarei risorto con lui. “E’ risorto, è
veramente risorto”, urlai dietro a quelle due mentre se ne uscivano dalla mia
stanza. E sono rimasto sempre a quel punto, con quella convinzione. Amen.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli