Non perdere nessuno.
La sana testardaggine
"Sana"!, “Sana!”. Quando l’obiettivo è un obiettivo positivo, di bene, di giustizia, non arrendetevi mai alle prime difficoltà. Se è una cosa giusta, se è una cosa positiva, se è una cosa bella!
[…]
Ci sono degli incontri nella
vita che ti segnano dentro, che ti pongono delle domande, che ti sollecitano a
metterti in gioco.»
[Dal discorso di don Luigi Ciotti
nella nostra chiesa parrocchiale, sabato scorso, 5 marzo]
Sabato scorso nel banco davanti a me a sentire don Ciotti si sono
seduti dei giovani capi scout. Riguardandomi in una fotografia scattata mentre
don Ciotti parlava, c’è uno di loro e ci sono io. Con i capelli tutti bianchi!
Sono diventato quasi un vecchietto rispetto a loro e tra una decina d’anni lo
sarò veramente. Ma il mio spirito non corrisponde all’aspetto fisico. E’ cosa
di cui i vecchi fanno quotidiana esperienza. Nell’animo io mi sentivo uno di
quegli scout. Ho ancora, nella borsa dei ricordi, il mio fazzoletto
scout. Che mi serve di più per essere uno di loro? Com’è che è terminata la mia
esperienza tra gli scout? E’ uno dei dolori della mia vita.
All’inizio del quarto anno del liceo non mi presentai più nella sede scout
agli Angeli Custodi, a piazza Sempione.
A volte i ragazzi fanno cose simili. Ragionandoci sopra, con il senno
del poi, interpellando da adulto il me ragazzo, mi spiego quello che feci con
il desiderio di vedere se sarei mancato a qualcuno, se mi sarebbero venuti a cercare.
Nessuno lo fece. Né i miei coetanei, né i miei capi, né i preti. Se mi avessero
cercato, sarei sicuramente tornato, sicuramente. Ma scomparsi e sembrò che non
mancassi a nessuno. Per anni avevo avuto le chiavi della sede: la aprivo verso
le tre del pomeriggio e la chiudevo verso le otto di sera. Ma fu come se non
fossi mai esistito. Sembrò che mi dimenticassero, che non fosse difficile
prendere congedo da me. Rividi quegli scout solo molti anni più tardi, già
lavoravo qui a Roma. Uno dei ragazzini della mia squadriglia era diventato uno
dei capi del gruppo e ci convocò. Andai. Ma non riuscimmo a spiegarci. Che cosa
era accaduto tanto tempo prima? Eppure qualcosa avevo costruito se uno dei miei
aveva proseguito.
Se ripenso al me di allora, non mi piaccio, ora vorrei essere stato
diverso. Probabilmente feci la stessa impressione ai miei coetanei e ai miei
capi scout di allora. Ma la tempesta durò poco, due o tre anni. Se fossero
venuti a cercarmi non mi avrebbero perso. E invece mi persero. Mi persero loro
e mi perse la parrocchia. Non ci andai più. Era troppo doloroso tornare da
estraneo in posti che mi erano stati tanto familiari. Lo è stato anche quando,
due o tre volte, ci sono tornato accompagnando la mia figlia maggiore, da
bambina, a vedere uno dei posti importanti della mia gioventù.
Don Ciotti, sabato scorso, ha tenuto a sottolineare molto l’esigenza di
creare relazioni profonde con gli altri, senza scoraggiarsi. Lui ne fece
tirocinio fin da ragazzo. Ce l’ha raccontato. Il suo impegno di una vita
origina da lì. Bisogna insegnare a farlo fin dal catechismo dell’infanzia. Ad
un certo punto nel gruppo del catechismo qualcuno non viene, non si vede più.
Dov’è? Insegniamo ai bambini a chiederselo, a fare l’appello ciascuno per ciascun altro. E ad andare a cercare
quelli che non si vedono più, a non rassegnarsi a fare a meno di nessuno. E
anche noi, nei nostri gruppi, facciamo così.
“Il cambiamento ha bisogno di ciascuno”, ha detto don Ciotti. Non dobbiamo perdere nessuno, perché perdere
gli altri ci diminuisce, ci allontana dalla meta, indebolisce il cambiamento.
Non dovremmo essere, in religione, “pescatori
di esseri umani” e “cercatori
di pecore smarrite”?
Dove sono, oggi, i tanti bambini del catechismo che si sono formati
nella nostra parrocchia? Quanti ne siamo andati, personalmente, a cercare? A
chi abbiamo telefonato o scritto come oggi si può fare sul Web? Sono scomparsi
e noi, in fondo, ci siamo rassegnati. Nel manifesto dei nostri incontri sul
pensiero sociale cristiano c’è il motto “né indignati, né rassegnati”. Però indignarsi talvolta si deve, ad esempio di fronte all’ingiustizia
e al dolore altrui, ma rassegnarsi mai.
“A volte sono necessarie le parole, ma anche un gesto, un ascolto, una
prossimità […] l’unità di misura è la
relazione, i gesti sono importanti” ha detto don Ciotti l’altro giorno. E' questo
tirocinio che a volte manca in religione, nell’esperienza comune, nella
formazione di tutti. Si va verso gli altri, si cerca di costruire relazioni, si
può essere respinti, una volta, due volte, tre volte, tante altre volte: non
bisogna scoraggiarsi. Di questo bisogna convincerci, questo dobbiamo insegnare.
“Bisogna risanare le relazioni, il
tessuto sociale, così che la giustizia si allarghi, si radichi e prenda il
posto dell’iniquità”. Questo è il
metodo seguito da don Ciotti.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli