lunedì 7 marzo 2016

Non perdere nessuno. La sana testardaggine

Non perdere nessuno. La sana testardaggine

«Oh ragazzi, auguro anche a voi una ‘"sana" testardaggine…’
"Sana"!, “Sana!”. Quando l’obiettivo è un obiettivo positivo, di bene, di giustizia, non arrendetevi mai alle prime difficoltà. Se è una cosa giusta, se è una cosa positiva, se è una cosa bella!
[…]
  Ci sono degli incontri nella vita che ti segnano dentro, che ti pongono delle domande, che ti sollecitano a metterti in gioco.»
[Dal discorso di don Luigi Ciotti nella nostra chiesa parrocchiale, sabato scorso, 5 marzo]

 Sabato scorso nel banco davanti a me a sentire don Ciotti si sono seduti dei giovani capi scout. Riguardandomi in una fotografia scattata mentre don Ciotti parlava, c’è uno di loro e ci sono io. Con i capelli tutti bianchi! Sono diventato quasi un vecchietto rispetto a loro e tra una decina d’anni lo sarò veramente. Ma il mio spirito non corrisponde all’aspetto fisico. E’ cosa di cui i vecchi fanno quotidiana esperienza. Nell’animo io mi sentivo uno di quegli scout. Ho ancora, nella  borsa dei ricordi, il mio fazzoletto scout. Che mi serve di più per essere uno di loro? Com’è che è terminata la mia esperienza tra gli scout? E’ uno dei dolori della mia vita.
  All’inizio del quarto anno del liceo non mi presentai più nella sede scout agli Angeli Custodi, a piazza Sempione.  A volte i ragazzi fanno cose simili. Ragionandoci sopra, con il senno del poi, interpellando da adulto il me ragazzo, mi spiego quello che feci con il desiderio di vedere se sarei mancato a qualcuno, se mi sarebbero venuti a cercare. Nessuno lo fece. Né i miei coetanei, né i miei capi, né i preti. Se mi avessero cercato, sarei sicuramente tornato, sicuramente. Ma scomparsi e sembrò che non mancassi a nessuno. Per anni avevo avuto le chiavi della sede: la aprivo verso le tre del pomeriggio e la chiudevo verso le otto di sera. Ma fu come se non fossi mai esistito. Sembrò che mi dimenticassero, che non fosse difficile prendere congedo da me. Rividi quegli scout solo molti anni più tardi, già lavoravo qui a Roma. Uno dei ragazzini della mia squadriglia era diventato uno dei capi del gruppo e ci convocò. Andai. Ma non riuscimmo a spiegarci. Che cosa era accaduto tanto tempo prima? Eppure qualcosa avevo costruito se uno dei miei aveva proseguito.
  Se ripenso al me di allora, non mi piaccio, ora vorrei essere stato diverso. Probabilmente feci la stessa impressione ai miei coetanei e ai miei capi scout di allora. Ma la tempesta durò poco, due o tre anni. Se fossero venuti a cercarmi non mi avrebbero perso. E invece mi persero. Mi persero loro e mi perse la parrocchia. Non ci andai più. Era troppo doloroso tornare da estraneo in posti che mi erano stati tanto familiari. Lo è stato anche quando, due o tre volte, ci sono tornato accompagnando la mia figlia maggiore, da bambina, a vedere uno dei posti importanti della mia gioventù.
  Don Ciotti, sabato scorso, ha tenuto a sottolineare molto l’esigenza di creare relazioni profonde con gli altri, senza scoraggiarsi. Lui ne fece tirocinio fin da ragazzo. Ce l’ha raccontato. Il suo impegno di una vita origina da lì. Bisogna insegnare a farlo fin dal catechismo dell’infanzia. Ad un certo punto nel gruppo del catechismo qualcuno non viene, non si vede più. Dov’è? Insegniamo ai bambini a chiederselo, a fare l’appello ciascuno per ciascun altro. E ad andare a cercare quelli che non si vedono più, a non rassegnarsi a fare a meno di nessuno. E anche noi, nei nostri gruppi, facciamo così.
“Il cambiamento ha bisogno di ciascuno”,  ha detto don Ciotti.  Non dobbiamo perdere nessuno, perché perdere gli altri ci diminuisce, ci allontana dalla meta, indebolisce il cambiamento. Non dovremmo essere, in religione, “pescatori di esseri umani”  e  “cercatori di pecore smarrite”?
  Dove sono, oggi, i tanti bambini del catechismo che si sono formati nella nostra parrocchia? Quanti ne siamo andati, personalmente, a cercare? A chi abbiamo telefonato o scritto come oggi si può fare sul Web? Sono scomparsi e noi, in fondo, ci siamo rassegnati. Nel manifesto dei nostri incontri sul pensiero sociale cristiano c’è il motto  “né indignati, né rassegnati”. Però indignarsi  talvolta si deve, ad esempio di fronte all’ingiustizia e al dolore altrui, ma rassegnarsi mai.
“A volte sono necessarie le parole, ma anche un gesto, un ascolto, una prossimità […] l’unità di misura è la relazione, i gesti sono importanti”  ha detto don Ciotti l’altro giorno. E' questo tirocinio che a volte manca in religione, nell’esperienza comune, nella formazione di tutti. Si va verso gli altri, si cerca di costruire relazioni, si può essere respinti, una volta, due volte, tre volte, tante altre volte: non bisogna scoraggiarsi. Di questo bisogna convincerci, questo dobbiamo insegnare. “Bisogna risanare le relazioni, il tessuto sociale, così che la giustizia si allarghi, si radichi e prenda il posto dell’iniquità”.  Questo è il metodo seguito da don Ciotti.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli