In che cosa consiste
la bellezza della dottrina sociale della Chiesa?
Quando si parla di dottrina
sociale della Chiesa ci si riferisce a un corpo molto esteso di
insegnamenti, contenuti in documenti con forza di legge religiosa, che sono
stati diffusi da papi e da altri vescovi a partire del 1891, dall’enciclica Le Novità, pubblicata dal papa
Gioacchino Pecci, regnante col nome di Leone 13°. Se ne può trovare una sintesi
ordinata per argomenti nel libretto Compendio
della dottrina sociale della Chiesa, pubblicato dalla Libreria Editrice
Vaticana e attualmente in commercio. In esso si può trovare anche una breve
sintesi storica di questo tipo di insegnamenti. Si tratta tuttavia di un testo
carente sotto due aspetti: non racconta l’evoluzione storica della dottrina
sociale della Chiesa, quindi delle sue modificazioni
nel tempo in particolare nella
faticosa e travagliata accettazione della democrazia in tutti i suoi aspetti e
nel problematicissimo confronto con la questione sociale e con quella
femminile, e non mette in risalto che i nostri capi religiosi, nelle cose
sociali, vennero sempre al seguito dei
laici di fede. Questi ultimi, quindi, non furono mai solo esecutori, ma
essenzialmente ispiratori e anche ideatori.
La dottrina sociale della Chiesa si inserisce nel pensiero sociale
cristiano che si ha quando una coscienza religiosa si confronta con la società
del proprio tempo per definire degli orientamenti di azione. Storicamente la
dottrina sociale della Chiesa, al contrario di parte del pensiero sociale
cristiano, si è sviluppata in genere in polemica con il mondo moderno ed è stata
quindi fondamentalmente reazionaria. In parte è ancora così. Non lo è, ad
esempio, nel magistero del papa Bergoglio. Non lo è stata nelle elaborazioni
dei saggi dell’ultimo Concilio ecumenico, tenutosi a Roma tra il 1962 e il
1965, e nei documenti dei nostri capi religiosi che ad esse hanno voluto dar
credito, come ad esempio nell’enciclica Lo
Sviluppo dei popoli, del 1967, del papa Giovanni Battista Montini. In
genere i Papi, dagli anni Settanta, sono stati dei frenatori degli sviluppi della dottrina sociale uscita
da quel Concilio. C’è stata quindi una tensione tra pensiero sociale cristiano
e dottrina sociale della Chiesa. Quest’ultima, benché abbia acquisito,
soprattutto negli ultimi quarant’anni, sempre più apporti dalle scienze
sociali, in particolare dalla sociologia, dall’economia e dall’antropologia,
viene ancora concepita essenzialmente come una teologia, l’unico campo in cui i
nostri capi religiosi, per la loro formazione specifica, si sentono sicuri e
anche autorizzati a parlare con autorità.
Così ad esempio il papa Wojtyla definì la
dottrina sociale della Chiesa nell’enciclica La
sollecitudine sociale [della Chiesa] del
1987:
La dottrina sociale della Chiesa non è una «terza via» tra
capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile
alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa
costituisce una categoria a sé. Non è neppure un'ideologia, ma l'accurata
formulazione dei risultati di un'attenta riflessione sulle complesse realtà
dell'esistenza dell'uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla
luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di
interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee
dell'insegnamento del Vangelo sull'uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme
trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa
appartiene, perciò, non al campo dell'ideologia, ma della teologia e specialmente
della teologia morale.
L'insegnamento e la
diffusione della dottrina sociale fanno parte della missione evangelizzatrice
della Chiesa. E, trattandosi di una dottrina indirizzata a guidare la condotta
delle persone, ne deriva di conseguenza l'«impegno per la giustizia» secondo il
ruolo, la vocazione, le condizioni di ciascuno. All'esercizio del ministero
dell'evangelizzazione in campo sociale, che è un aspetto della funzione
profetica della Chiesa, appartiene pure la denuncia dei mali e delle ingiustizie.
Ma conviene chiarire che l'annuncio è sempre più importante della denuncia, e
questa non può prescindere da quello, che le offre la vera solidità e la forza
della motivazione più alta.
Il pensiero sociale religioso non è tuttavia parte della teologia, ma
della vita dei fedeli. Ne è possibile una sistematizzazione, è possibile
seguirne lo sviluppo storico, ma non nasce né come teologia, né come filosofia,
né come parte di altre discipline scientifiche. La teologia, la filosofia e
altre discipline umanistiche e scientifiche vi lavorano sopra dopo, cercano di coglierne la
razionalità e di denunciarne le carenze e le irrazionalità. Il pensiero sociale
religioso è quindi di tutti, dei colti e degli incolti. Tutti infatti, partecipando alla vita
sociale, esercitano un’influenza sulle vite degli altri della quale, in
religione, si ritiene di dover rendere conto. La bellezza della dottrina
sociale della Chiesa sta proprio in questo, nell’aver introdotto nell’esame di
coscienza del credente i fatti sociali,
il suo ruolo in società, e nell’aver
indicato una via di conversione che consiste nell’agire
in società per risanarne i mali. Non sta quindi nei suoi enunciati concreti,
che spesso presentano molti problemi, perché in genere sono sempre un po’
storicamente arretrati rispetto al pensiero sociale religioso di
tutti.
La dottrina sociale della Chiesa è stata accusata di essere obsoleta, a-storica, utopica e astratta, autoritaria (così riassume
queste critiche il sociologo Pierpaolo Donati, in Pensiero sociale cristiano e società post-moderna, AVE, 1997, un
libro che richiede per essere compreso una cultura universitaria). Si tratta di
accuse sostanzialmente vere e per molti versi valide ancor oggi. Durante il
Concilio Vaticano 2° si è cercato di rimediare inserendovi i principi del riconoscimento dell’autonomia (seppur
relativa, cioè nel lor proprio ordine) del pensiero non teologico, della rivalutazione delle scienze umane, in particolare quelle
sociali e politiche, e della condivisione di aspirazioni per l’emancipazione
e la liberazione dell’uomo (così sempre si sintetizza nel libro di Donati)
e
«…con ciò la Chiesa ha
rinunciato ad una visione “organicista” della società, a rinunciato a dettare a
priori le direzioni e gli spazi della ricerca scientifica -anche nel campo
delle scienze umane e sociali- purché la ricerca sia rispettosa dell’uomo, ha
rinunciato a fare della sua dottrina sociale il baluardo di un “ordine sociale”
che significhi sposare un particolare e concreto sistema politico»
(Donati, opera citata, pag.33).
Non si tratta più quindi, come si riteneva all’inizio di questo filone
storico del magistero, semplicemente di obbedire,
ma principalmente di sentirsi responsabili,
come persone di fede, della società del nostro tempo e, innanzi tutto, del
dolore che in essa provochiamo proprio con la nostra azione sociale come
persone di fede. E poi di riflettere sulle possibilità che abbiamo per migliorare
la società, anche come persone di fede. E infine di agire secondo la via individuata. Il pensiero sociale religioso non è mai, quindi,
solo pensiero, ma è strettamente legato all’azione e all’azione collettiva, l’unica efficace per intervenire in società.
La dottrina sociale della Chiesa è iniziata a
fine Ottocento in polemica esplicita con il socialismo e la democrazia. La
polemica con il socialismo è proseguita, durissima, più o meno fino al crollo
dei regimi di socialismo reale dell’impero sovietico nell’Europa Orientale. La
democrazia, invece, è stata, infine,
accolta come regime politica preferibile, a partire dall’enciclica Il Centenario, del 1991, diffusa dal
papa Wojtyla. Ci sono voluti quindi ben cento anni per accettare un’ideologia
sulla quale i laici di fede, nel secondo dopoguerra, avevano contribuito a
costruire una nuova Europa pacificata. Anche l’esigenza di giustizia sociale
portata dal socialismo è entrata nella dottrina sociale della Chiesa.
Ai tempi nostri, in Italia, le questioni più
controverse sono però, attualmente, quelle che riguardano l’integrazione
sociale delle donne e delle persona omosessuali, con le connesse questioni
sulla famiglia. E’ ancora estremamente difficile, nelle concezioni teologiche
dei nostri capi religiosi, accettare pienamente l’uguaglianza sociale, in
dignità, di tutte le persone umane a prescindere dal loro sesso e orientamento
sessuale. Su questi temi, quindi, la dottrina sociale della Chiesa si presenta
ancora come arretrata e reazionaria. Questo crea molti problemi di coscienza
per i laici di fede, che in società, in genere, vivono serenamente quell’uguaglianza.
Ai tempi nostri si accettano le implicazioni politiche del pensiero sociale religioso. A lungo non è
stato così. In Italia, addirittura, a causa della traumatica fine del piccolo
regno religioso dei Papi nel centro Italia, ai laici di fede per un tempo
lunghissimo, quasi mezzo secolo, venne vietata l’attività politica.
Bisogna però ricordare che la politica, in un
contesto democratico, rientra nella responsabilità personale e diretta del cittadino, per cui la coscienza religiosa
non può mai sentirsi acquietata all’idea di obbedire semplicemente a qualche direttiva di un capo
religioso. Questo significa che ogni direttiva della dottrina sociale della Chiesa,
deve, nelle sue implicazioni specificamente politiche, essere sottoposta al vaglio
critico del cittadino, nel confronto pubblico con tutti gli altri cittadini,
che comporta un dialogo in cui si deve riuscire a rendere ragione di certi
orientamenti. Di questo, però, occorre fare tirocinio, anche nelle parrocchie. Questa
è la democrazia, il potere di tutti,
tanto diverso dall’arcaico e obsoleto ordine feudale che ancora regola la nostra
gerarchia del clero e che tanti problemi ha dato storicamente e continua a
dare.
Quando si tratta di pensiero sociale religioso non si tratta quindi solo di apprendere, anche se questo è un aspetto
importante per non ridurre tutto a chiacchiere generiche e inconcludente, ma
soprattutto di ragionare e, trattandosi di cose sociali, di ragionare insieme ad altri. Il pensiero sociale quindi aggrega, riunisce,
richiama ad essere vicini. Questa la sua vera bellezza. E la grande opportunità che può offrire nell’attuale fase
di riorganizzazione delle attività sociali della nostra parrocchia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli