martedì 8 marzo 2016

In che cosa consiste la bellezza della dottrina sociale della Chiesa?

In che cosa consiste la bellezza della dottrina sociale della Chiesa?

  Quando si parla di dottrina sociale della Chiesa ci si riferisce a un corpo molto esteso di insegnamenti, contenuti in documenti con forza di legge religiosa, che sono stati diffusi da papi e da altri vescovi a partire del 1891, dall’enciclica Le Novità, pubblicata dal papa Gioacchino Pecci, regnante col nome di Leone 13°. Se ne può trovare una sintesi ordinata per argomenti nel libretto Compendio della dottrina sociale della Chiesa, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana e attualmente in commercio. In esso si può trovare anche una breve sintesi storica di questo tipo di insegnamenti. Si tratta tuttavia di un testo carente sotto due aspetti: non racconta l’evoluzione storica della dottrina sociale della Chiesa, quindi delle sue modificazioni  nel tempo in particolare nella faticosa e travagliata accettazione della democrazia in tutti i suoi aspetti e nel problematicissimo confronto con la questione sociale e con quella femminile, e non mette in risalto che i nostri capi religiosi, nelle cose sociali, vennero sempre  al seguito dei laici di fede. Questi ultimi, quindi, non furono mai solo esecutori, ma essenzialmente ispiratori e anche ideatori.
  La dottrina sociale della Chiesa si inserisce nel pensiero sociale cristiano che si ha quando una coscienza religiosa si confronta con la società del proprio tempo per definire degli orientamenti di azione. Storicamente la dottrina sociale della Chiesa, al contrario di parte del pensiero sociale cristiano, si è sviluppata in genere in polemica con il mondo moderno ed è stata quindi fondamentalmente reazionaria. In parte è ancora così. Non lo è, ad esempio, nel magistero del papa Bergoglio. Non lo è stata nelle elaborazioni dei saggi dell’ultimo Concilio ecumenico, tenutosi a Roma tra il 1962 e il 1965, e nei documenti dei nostri capi religiosi che ad esse hanno voluto dar credito, come ad esempio nell’enciclica Lo Sviluppo dei popoli, del 1967, del papa Giovanni Battista Montini. In genere i Papi, dagli anni Settanta, sono stati dei  frenatori  degli sviluppi della dottrina sociale uscita da quel Concilio. C’è stata quindi una tensione tra pensiero sociale cristiano e dottrina sociale della Chiesa. Quest’ultima, benché abbia acquisito, soprattutto negli ultimi quarant’anni, sempre più apporti dalle scienze sociali, in particolare dalla sociologia, dall’economia e dall’antropologia, viene ancora concepita essenzialmente come una teologia, l’unico campo in cui i nostri capi religiosi, per la loro formazione specifica, si sentono sicuri e anche autorizzati a parlare con autorità.
 Così ad esempio il papa Wojtyla definì la dottrina sociale della Chiesa nell’enciclica La sollecitudine sociale [della Chiesa]  del 1987:
 La dottrina sociale della Chiesa non è una «terza via» tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un'ideologia, ma l'accurata formulazione dei risultati di un'attenta riflessione sulle complesse realtà dell'esistenza dell'uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell'insegnamento del Vangelo sull'uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell'ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale.
L'insegnamento e la diffusione della dottrina sociale fanno parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. E, trattandosi di una dottrina indirizzata a guidare la condotta delle persone, ne deriva di conseguenza l'«impegno per la giustizia» secondo il ruolo, la vocazione, le condizioni di ciascuno. All'esercizio del ministero dell'evangelizzazione in campo sociale, che è un aspetto della funzione profetica della Chiesa, appartiene pure la denuncia dei mali e delle ingiustizie. Ma conviene chiarire che l'annuncio è sempre più importante della denuncia, e questa non può prescindere da quello, che le offre la vera solidità e la forza della motivazione più alta. 
   Il pensiero sociale religioso non è tuttavia parte della teologia, ma della vita dei fedeli. Ne è possibile una sistematizzazione, è possibile seguirne lo sviluppo storico, ma non nasce né come teologia, né come filosofia, né come parte di altre discipline scientifiche. La teologia, la filosofia e altre discipline umanistiche e scientifiche vi lavorano sopra dopo, cercano di coglierne la razionalità e di denunciarne le carenze e le irrazionalità. Il pensiero sociale religioso è quindi  di tutti, dei colti e degli incolti. Tutti infatti, partecipando alla vita sociale, esercitano un’influenza sulle vite degli altri della quale, in religione, si ritiene di dover  rendere conto. La bellezza  della dottrina sociale della Chiesa sta proprio in questo, nell’aver introdotto nell’esame di coscienza del credente i fatti sociali,  il  suo ruolo in società, e nell’aver indicato una  via di conversione che consiste nell’agire in società per risanarne i mali. Non sta quindi nei suoi enunciati concreti, che spesso presentano molti problemi, perché in genere sono sempre un po’ storicamente arretrati rispetto al pensiero sociale religioso  di tutti.
  La dottrina sociale della Chiesa è stata accusata di essere obsoleta, a-storica, utopica  e  astratta,  autoritaria (così riassume queste critiche il sociologo Pierpaolo Donati, in Pensiero sociale cristiano e società post-moderna, AVE, 1997, un libro che richiede per essere compreso una cultura universitaria). Si tratta di accuse sostanzialmente vere e per molti versi valide ancor oggi. Durante il Concilio Vaticano 2° si è cercato di rimediare inserendovi i principi del riconoscimento dell’autonomia (seppur relativa, cioè nel lor proprio ordine) del pensiero non teologico,  della  rivalutazione  delle scienze umane, in particolare quelle sociali e politiche, e della  condivisione di aspirazioni per l’emancipazione e la liberazione dell’uomo (così sempre si sintetizza nel libro di Donati) e
«…con ciò la Chiesa ha rinunciato ad una visione “organicista” della società, a rinunciato a dettare a priori le direzioni e gli spazi della ricerca scientifica -anche nel campo delle scienze umane e sociali- purché la ricerca sia rispettosa dell’uomo, ha rinunciato a fare della sua dottrina sociale il baluardo di un “ordine sociale” che significhi sposare un particolare e concreto sistema politico» (Donati, opera citata, pag.33).
  Non si tratta più quindi, come si riteneva all’inizio di questo filone storico del magistero, semplicemente di obbedire, ma principalmente di sentirsi responsabili, come persone di fede, della società del nostro tempo e, innanzi tutto, del dolore che in essa provochiamo proprio con la nostra azione sociale come persone di fede.  E poi di riflettere  sulle possibilità che abbiamo per migliorare la società, anche come persone di fede. E infine di  agire  secondo la via individuata. Il  pensiero sociale religioso non è mai, quindi, solo  pensiero, ma è strettamente legato all’azione e all’azione collettiva, l’unica efficace per intervenire in società.
 La dottrina sociale della Chiesa è iniziata a fine Ottocento in polemica esplicita con il socialismo e la democrazia. La polemica con il socialismo è proseguita, durissima, più o meno fino al crollo dei regimi di socialismo reale dell’impero sovietico nell’Europa Orientale. La democrazia, invece,  è stata, infine, accolta come regime politica preferibile, a partire dall’enciclica Il Centenario, del 1991, diffusa dal papa Wojtyla. Ci sono voluti quindi ben cento anni per accettare un’ideologia sulla quale i laici di fede, nel secondo dopoguerra, avevano contribuito a costruire una nuova Europa pacificata. Anche l’esigenza di giustizia sociale portata dal socialismo è entrata nella dottrina sociale della Chiesa.
 Ai tempi nostri, in Italia, le questioni più controverse sono però, attualmente, quelle che riguardano l’integrazione sociale delle donne e delle persona omosessuali, con le connesse questioni sulla famiglia. E’ ancora estremamente difficile, nelle concezioni teologiche dei nostri capi religiosi, accettare pienamente l’uguaglianza sociale, in dignità, di tutte le persone umane a prescindere dal loro sesso e orientamento sessuale. Su questi temi, quindi, la dottrina sociale della Chiesa si presenta ancora come arretrata e reazionaria. Questo crea molti problemi di coscienza per i laici di fede, che in società, in genere, vivono serenamente quell’uguaglianza.
 Ai tempi nostri si accettano le implicazioni  politiche  del pensiero sociale religioso. A lungo non è stato così. In Italia, addirittura, a causa della traumatica fine del piccolo regno religioso dei Papi nel centro Italia, ai laici di fede per un tempo lunghissimo, quasi mezzo secolo, venne vietata l’attività politica.
 Bisogna però ricordare che la politica, in un contesto democratico, rientra nella responsabilità personale  e  diretta  del cittadino, per cui la coscienza religiosa non può mai sentirsi acquietata all’idea di  obbedire  semplicemente a qualche direttiva di un capo religioso. Questo significa che ogni   direttiva della dottrina sociale della Chiesa, deve, nelle sue implicazioni specificamente  politiche, essere sottoposta al vaglio critico del cittadino, nel confronto pubblico con tutti gli altri cittadini, che comporta un dialogo in cui si deve riuscire a  rendere ragione di certi orientamenti. Di questo, però, occorre fare tirocinio, anche nelle parrocchie. Questa è la democrazia, il potere di tutti, tanto diverso dall’arcaico e obsoleto ordine feudale che ancora regola la nostra gerarchia del clero e che tanti problemi ha dato storicamente e continua a dare.
 Quando si tratta di  pensiero sociale religioso  non si tratta quindi solo di  apprendere, anche se questo è un aspetto importante per non ridurre tutto a chiacchiere generiche e inconcludente, ma soprattutto di  ragionare e, trattandosi di cose sociali, di ragionare  insieme  ad altri. Il pensiero sociale quindi  aggrega,  riunisce, richiama ad essere vicini. Questa la sua vera bellezza. E la grande opportunità che può offrire nell’attuale fase di riorganizzazione delle attività sociali della nostra parrocchia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli