domenica 20 marzo 2016

Lasciare Gerusalemme, costruire la città dell'uomo

Lasciare Gerusalemme, costruire la città dell'uomo

  Questa domenica, come ogni anno, commemoriamo un’entrata nell’antica Gerusalemme. Per quanto ci si ragioni su e si arrivi anche a delle convinzioni, ciclicamente ritorna difficile spiegare perché le cose siano dovute andare come sono andate. Ci si ritrova sempre nelle condizioni dei primi discepoli. A volte possono essere i “perché?”  dei più piccoli a metterci in imbarazzo.
   La città di quell’evento evangelico che oggi celebriamo è tanto diversa dalla nostra Roma di oggi.  Per certi versi assomiglia alla nostra città come fu durante l’occupazione germanica tra l’ottobre 1943 e il  giugno 1944. Ma a quel tempo non si sarebbero potuti organizzare i festeggiamenti, quell’accoglienza, di cui si narra nella lettura tratta dal Vangelo secondo Luca che si farà all’inizio della processione per le vie del quartiere.
  Nella formazione religiosa di base si trascura, in genere, la prospettiva storica. Non ci possiamo muovere, da persone di fede, nella Roma dei nostri tempi come nella Gerusalemme in cui fece ingresso, su un puledro d’asino come è scritto, il Maestro.
  Né possiamo guardare alla politica cittadina con gli occhi degli antichi ebrei: la democrazia l’ha profondamente mutata e la gente di fede vi ha avuto una parte importante.
  I costumi religiosi permeano profondamente la società cittadina, così come accadeva nell’antica Gerusalemme. E Roma è stata considerata un po’ come una nuova Gerusalemme  terrena.  La presenza dell’istituzione papale, della corte pontificia con i suoi palazzi e tesori d’arte e con i grandi eventi attorno ad essa organizzati, è ancora piuttosto sensibile, dopo aver molto influito nella storia della città. Ma è difficile riuscire a impersonare collettività di fede consapevoli, motivate, benevolenti e solidali così come si vorrebbe che fossero. Finché si fa conto sull’esteriorità non ci sono grandi problemi, si aderisce con l’animo di chi si riconosce in una delle squadre di calcio cittadine, ma quando si cerca un coinvolgimento più forte si trovano molti problemi.
   Si scopre che la gente sa poco delle questioni di fede, tende ad assistere  e non a  partecipare. Il fenomeno dell’ateismo devoto, vale a dire di chi parteggia senza condividere l’essenziale è molto diffuso. Questo spiega il  clima di clericalismo in cui in genere si svolgono le discussioni in materia religiosa, nelle quali tutto sembra ruotare intorno al Papa regnante.
  Sull’aggiornamento  promosso dall’ultimo Concilio si sono fatti molti passi indietro, in particolare in materia di formazione. Di questo dobbiamo rimproverarci noi laici, in primo luogo, per non esserci dimostrati all’altezza di una tradizione italiana, di impegno civile e religioso insieme, che aveva fatto scuola.
  Il problema si è fatto molto grave nella nostra parrocchia, a causa della via di separatezza che tanto a lungo si è scelta, per cui è venuta a mancare la gente per ricominciare.
  E’ vero che molte persone si travagliano in vite cattive. Il male esiste, lo sperimentiamo. Ma l’alternativa che in genere proponiamo fa poca presa perché poco realistica, insostenibile. E allora non riusciamo a coinvolgere i tanti buoni che ci sono, coloro che con il loro impegno quotidiano sostengono la nostra città, la rendono vivibile. Pretendiamo da loro tante e tali abiure da allontanarli. Dalle donne a volte osiamo ancora esigere che seguano l’antica via dell’umiliante sottomissione ai maschi.  La democrazia ci è in genere ostica, nonostante che quella italiana sia stata fondata proprio con il contributo determinante di persone della nostra fede e rechi ancora tracce evidentissime di questo. Ad esempio nel principio  personalistico, di cui si è parlato l’altro ieri nell’incontro del ciclo Immìschiati, sulla  dottrina sociale: è consacrato all’art. 2 della Costituzione vigente, nel quale la dottrina sociale  è divenuta legge fondamentale della nostra Repubblica. Proprio la stessa Repubblica che non di rado sento diffamata volgarmente come apostata.
  Nell’entrata in Gerusalemme del Maestro vedo l’esempio di chi non fugge dalla città, ma vi entra per interagire. Questo è il nostro dovere. Un dovere difficile. Le cose possono anche mettersi male. Si incontrano resistenze ed obiezioni. E, soprattutto, noi non siamo il Maestro e nei suoi insegnamenti non troviamo il manuale dettagliato di come comportarci oggi, nella nostra società. Le vie del bene richiedono di saper dialogare e collaborare con gli altri, richiedono una ricerca. Questo è stato ed è ancora tanto difficile in religione. Da un lato la gerarchia del clero ci ha insegnato un’eccessiva fiducia nell’obbedienza  acritica, dall’altro la nostra formazione è stata spesso superficiale e temiamo di cedere alle argomentazioni e agli esempi altrui. E qualche volta si sono addirittura  messe a frutto queste carenze per costruire delle sorte di parchi a tema, delle  disneyland  religiose, nelle quali obbedendo acriticamente  e non approfondendo più di tanto si vive bene con una cerchia selezionata di nuovi fratelli, rinunciando a un rapporto con la città, tagliando i ponti e chiudendo le porte, ripetendo all’infinito gli stessi discorsi a un pubblico scelto.
  La soluzione forse può essere nel distaccarsi dall’idea di ricostruire una qualche Gerusalemme terrena, per lanciare lo sguardo e l’animo verso quella celeste con la cui visione si chiudono i nostri scritti sacri. Quest’ultima non è alla nostra portata, non sarà opera nostra, la riceveremo in dono dal Cielo, è scritto, ma la sua immagine biblica è fonte di ispirazione, suscita un anelito. ll nostro compito storico è invece di realizzare quella che Giuseppe Lazzati definiva città dell’uomo, in cui farsi carico della molta sofferenza che c’è nel convivere ma anche in cui  mettere a frutto le grandi opportunità di bene che si danno nello stare in società, in modo da estendere il più possibile l’amicizia tra la gente in mezzo alla quale ci è dato vivere, contrastando in ciò l’antica nostra natura di belve che ci spingerebbe a predarci e divorarci a vicenda. E’ la strada della misericordia, della benevolenza universale e incondizionata. E’ questa la sola via ragionevole per riuscire a far funzionare società complesse come quelle contemporanee, con tante più persone che nei tempi antichi, miliardi invece che centinaia di milioni. Ed è quella indicata dalla nostra fede. Un grande compito, un grande destino. Una visione grandiosa suscitata dal volgere gli occhi al Cielo. Questa la grande risorsa della fede religiosa. Qualcosa di molto diverso dal voler costruire circoli per fissati bigotti, che è il vicolo cieco in cui storicamente e ciclicamente ci si è andati a cacciare per scampare alle difficoltà del lavoro in società.
  Ma come interagire con la società intorno se diamo così poca importanza, in religione, alla democrazia, che significa voler partecipare  senza umiliare  ed escludere   e silenziare?
 Scrisse Giuseppe Lazzati in La Città dell’uomo - Costruire da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo, AVE, 1984:
Dato il punto di partenza, che è dire la pluralità di concezione dell’uomo e delle conseguenti culture, appare evidente che una città, capace di realizzare il bene comune dei suoi cittadini, si darà nella misura in cui essi avranno coscienza che la via del dialogo è l’unica che, sia pure attraverso le difficoltà che comporta e la pazienza che esige, assicura il raggiungimento che le è proprio in quanto «città dell’uomo». Naturalmente, purché la via del dialogo sia praticata secondo le esigenze proprie del dialogo e lo stile di vita che ne consegue.
 E’ questa la via della democrazia, per dirla in appropriato termine di preciso significato politico.
Mario Ardigò  - Azione  Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli