Lasciare
Gerusalemme, costruire la città dell'uomo
Questa domenica, come ogni anno, commemoriamo
un’entrata nell’antica Gerusalemme. Per quanto ci si ragioni su e si arrivi
anche a delle convinzioni, ciclicamente ritorna difficile spiegare perché le
cose siano dovute andare come sono andate. Ci si ritrova sempre nelle
condizioni dei primi discepoli. A volte possono essere i “perché?” dei più piccoli a
metterci in imbarazzo.
La città di quell’evento evangelico che oggi
celebriamo è tanto diversa dalla nostra Roma di oggi. Per certi versi assomiglia alla nostra città
come fu durante l’occupazione germanica tra l’ottobre 1943 e il giugno 1944. Ma a quel tempo non si sarebbero
potuti organizzare i festeggiamenti, quell’accoglienza, di cui si narra nella
lettura tratta dal Vangelo secondo Luca che si farà all’inizio della
processione per le vie del quartiere.
Nella formazione religiosa di base si
trascura, in genere, la prospettiva storica. Non ci possiamo muovere, da
persone di fede, nella Roma dei nostri tempi come nella Gerusalemme in cui fece
ingresso, su un puledro d’asino come è scritto, il Maestro.
Né possiamo guardare alla politica cittadina
con gli occhi degli antichi ebrei: la democrazia l’ha profondamente mutata e la
gente di fede vi ha avuto una parte importante.
I costumi religiosi permeano profondamente la
società cittadina, così come accadeva nell’antica Gerusalemme. E Roma è stata
considerata un po’ come una nuova
Gerusalemme terrena. La presenza dell’istituzione papale, della
corte pontificia con i suoi palazzi e tesori d’arte e con i grandi eventi
attorno ad essa organizzati, è ancora piuttosto sensibile, dopo aver molto
influito nella storia della città. Ma è difficile riuscire a impersonare
collettività di fede consapevoli, motivate, benevolenti e solidali così come si
vorrebbe che fossero. Finché si fa conto sull’esteriorità non ci sono grandi
problemi, si aderisce con l’animo di chi si riconosce in una delle squadre di
calcio cittadine, ma quando si cerca un coinvolgimento più forte si trovano
molti problemi.
Si scopre che la gente sa poco delle
questioni di fede, tende ad assistere e non a partecipare. Il fenomeno dell’ateismo devoto, vale a dire di chi
parteggia senza condividere l’essenziale è molto diffuso. Questo spiega il clima di clericalismo in cui in genere si
svolgono le discussioni in materia religiosa, nelle quali tutto sembra ruotare
intorno al Papa regnante.
Sull’aggiornamento
promosso dall’ultimo Concilio si sono
fatti molti passi indietro, in particolare in materia di formazione. Di questo
dobbiamo rimproverarci noi laici, in primo luogo, per non esserci dimostrati
all’altezza di una tradizione italiana, di impegno civile e religioso insieme, che aveva
fatto scuola.
Il problema si è fatto molto grave nella
nostra parrocchia, a causa della via di separatezza che tanto a lungo si è
scelta, per cui è venuta a mancare la gente per ricominciare.
E’ vero che molte persone si travagliano in
vite cattive. Il male esiste, lo sperimentiamo. Ma l’alternativa che in genere
proponiamo fa poca presa perché poco realistica, insostenibile. E allora non riusciamo
a coinvolgere i tanti buoni che ci sono, coloro che con il loro impegno
quotidiano sostengono la nostra città, la rendono vivibile. Pretendiamo da loro
tante e tali abiure da allontanarli. Dalle donne a volte osiamo ancora esigere che seguano l’antica
via dell’umiliante sottomissione ai maschi.
La democrazia ci è in genere ostica, nonostante che quella italiana sia
stata fondata proprio con il contributo determinante di persone della nostra
fede e rechi ancora tracce evidentissime di questo. Ad esempio nel principio personalistico, di cui si è parlato l’altro
ieri nell’incontro del ciclo Immìschiati,
sulla dottrina sociale: è consacrato all’art. 2
della Costituzione vigente, nel quale la dottrina sociale è divenuta legge
fondamentale della nostra Repubblica. Proprio la stessa Repubblica che non di
rado sento diffamata volgarmente come apostata.
Nell’entrata in Gerusalemme del Maestro vedo
l’esempio di chi non fugge dalla città, ma vi entra per interagire. Questo è il
nostro dovere. Un dovere difficile. Le cose possono anche mettersi male. Si
incontrano resistenze ed obiezioni. E, soprattutto, noi non siamo il Maestro e
nei suoi insegnamenti non troviamo il manuale dettagliato di come comportarci
oggi, nella nostra società. Le vie del bene richiedono di saper dialogare e
collaborare con gli altri, richiedono una ricerca. Questo è stato ed è ancora
tanto difficile in religione. Da un lato la gerarchia del clero ci ha insegnato
un’eccessiva fiducia nell’obbedienza acritica, dall’altro la nostra formazione è
stata spesso superficiale e temiamo di cedere alle argomentazioni e agli esempi
altrui. E qualche volta si sono addirittura messe a frutto queste carenze per
costruire delle sorte di parchi a tema,
delle disneyland religiose, nelle quali obbedendo acriticamente e
non approfondendo più di tanto si vive bene con una cerchia selezionata di
nuovi fratelli, rinunciando a un
rapporto con la città, tagliando i ponti e chiudendo le porte, ripetendo all’infinito
gli stessi discorsi a un pubblico scelto.
La soluzione forse può essere nel distaccarsi
dall’idea di ricostruire una qualche Gerusalemme terrena, per lanciare lo
sguardo e l’animo verso quella celeste con la cui visione si chiudono i nostri
scritti sacri. Quest’ultima non è alla nostra portata, non sarà opera nostra,
la riceveremo in dono dal Cielo, è scritto, ma la sua immagine biblica è fonte di
ispirazione, suscita un anelito. ll nostro compito storico è invece di
realizzare quella che Giuseppe Lazzati definiva città dell’uomo, in cui farsi carico della molta sofferenza che c’è
nel convivere ma anche in cui mettere a frutto le grandi opportunità di bene che
si danno nello stare in società, in modo da estendere il più possibile l’amicizia
tra la gente in mezzo alla quale ci è dato vivere, contrastando in ciò l’antica
nostra natura di belve che ci spingerebbe a predarci e divorarci a vicenda. E’
la strada della misericordia, della benevolenza universale e incondizionata. E’
questa la sola via ragionevole per riuscire a far funzionare società complesse come quelle
contemporanee, con tante più persone che nei tempi antichi, miliardi invece che
centinaia di milioni. Ed è quella indicata dalla nostra fede. Un grande compito, un grande destino. Una visione
grandiosa suscitata dal volgere gli occhi al Cielo. Questa la grande risorsa
della fede religiosa. Qualcosa di molto diverso dal voler costruire circoli per
fissati bigotti, che è il vicolo cieco in cui storicamente e ciclicamente ci si
è andati a cacciare per scampare alle difficoltà del lavoro in società.
Ma come interagire con la società intorno se
diamo così poca importanza, in religione, alla democrazia, che significa voler partecipare senza umiliare
ed escludere e silenziare?
Scrisse Giuseppe Lazzati in La Città dell’uomo - Costruire da cristiani,
la città dell’uomo a misura d’uomo, AVE, 1984:
Dato il punto di partenza, che è dire
la pluralità di concezione dell’uomo e delle conseguenti culture, appare
evidente che una città, capace di realizzare il bene comune dei suoi cittadini,
si darà nella misura in cui essi avranno coscienza che la via del dialogo è l’unica
che, sia pure attraverso le difficoltà che comporta e la pazienza che esige,
assicura il raggiungimento che le è proprio in quanto «città dell’uomo». Naturalmente,
purché la via del dialogo sia praticata secondo le esigenze proprie del dialogo
e lo stile di vita che ne consegue.
E’ questa la via della democrazia, per dirla
in appropriato termine di preciso significato politico.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli