Donne:
diritti fragili, grandi orizzonti e i segni dei tempi
Dalla
rubrica radiofonica Il pensiero del
giorno, in onda dal lunedì al sabato, verso le ore 5:50 circa, su Rai Radio
1, e riascoltabile in podcast sul sito WEB
<pensierodelgiorno.rai.it>
Puntata del 18-3-16
In
studio Marinella Perroni, docente al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo
Ho letto su una rivista curata dalle suore
comboniane, a conclusione di un editoriale dedicato alle diverse conquiste che
negli ultimi settant’anni hanno segnato
la lunga marcia delle donne verso il raggiungimento di alcuni diritti
fondamentali, una frase importante: “Noi
donne conosciamo la fragilità dei nostri diritti, ma altrettanto bene siamo
coscienti della grandezza dei nostri orizzonti”.
La fragilità dei diritti è comprovata dalla
storia delle donne, che avanza e retrocede in modo carsico. E a momenti di grande
emancipazione fanno seguito momenti di pauroso regresso, perfino della memoria.
La questione più importante è ancora, però, quella della grandezza degli orizzonti.
Oggi infatti è proprio della carenza di
orizzonti che soffre il nostro povero mondo, a cui è stato rotto il giocattolo
di un consumismo senza freni né regole.
Le donne, è vero, sono ancora capaci di
tracciare qualche orizzonte, perché sperimentano che dietro la retorica della differenza sessuale si nascondono in realtà
diseguaglianze e asservimento.
La
mancanza di prospettive e di lungimiranza affligge però tutti indistintamente.
Né tracciare orizzonti è facile, in un tempo in cui alla forza delle ideologie
si è sostituita la pressione delle pratiche.
Tanto per gli uomini che per le donne i nuovi
orizzonti sono abitati da milioni di profughi che cercano pane e lavoro. Sono attraversati da crisi economiche che
tolgono a molti la dignità. Sono funestati da sinistri lampi di guerra totale.
Tracciare orizzonti: sembrano lo facciano
ormai solo i mercanti di morte.
Abbiamo bisogno di uomini e donne che dai
margini della storia e della cronaca quotidiana ci insegnino di nuovo a sperare
e soprattutto a riconoscere i nuovi
segni dei tempi.
Sintesi
dell’articolo di Enzo Bianchi, Le
aperture della Chiesa hanno dei limiti, pubblicato su La Stampa il 6-3-15
Papa Giovanni [Giovanni 23°, Giuseppe Angelo Roncalli, Papa dal 1958 al
1963] con il suo discernimento profetico individuò tra i «segni dei tempi» l’ingresso della donna nella vita
pubblica.
[Da allora, voci] si levano per chiedere una
più grande valorizzazione della donna nella Chiesa, una sua maggior
partecipazione alle diverse istituzioni che la reggono e la organizzano, un
riconoscimento a lei di tutte le facoltà che in quanto battezzata - e ciò vale
anche per i laici battezzati - possiede di diritto.
Come negare che dopo il Vaticano II [Concilio
ecumenico Vaticano 2°, 1962-1965] ci sia una forte presenza femminile nella
maggior parte dei servizi e delle diaconie ecclesiali?
All’ambone ormai salgono più donne che uomini
a proclamare le sante Scritture. Ma quanto all’ammetterle negli spazi di
partecipazione alle responsabilità e alle decisioni per la vita ecclesiale,
l’esitazione è ancora grande.
Giustamente le teologhe chiedono di evitare la
ricerca di una teologia speciale della donna, ma di far partecipare le donne
alla vita della Chiesa.
Molte sono le possibilità rispettose
dell’attuale dottrina cattolica sul
ministero ordinato: basterebbe un po’ di audacia e di volontà per non limitarsi
a fare come si è sempre fatto, [per dare alle donna] un riconoscimento di ciò
che è una cristiana: una battezzata con la possibilità di prendere la parola in
ecclesia, di essere ascoltata collaborando ai processi decisionali nella
Chiesa. Se sinodalità è un camminare insieme non solo di vescovi, ma di tutto
il popolo di Dio, allora si devono immettere anche le donne cristiane.
Il maschilismo e il clericalismo non
[riconoscono] con sufficienza «il bisogno di
allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa» [citazione dall’esortazione apostolica
Evangelii Gaudium - La gioia del Vangelo,
del papa Francesco, 2013, n. 103].
A ragione alcune teologhe sapienti esprimono
il timore che oggi, nel momento del passaggio tra i secondo e il terzo
millennio, abbia luogo un riflusso involutivo analogo ha segnato il passaggio
tra il primo e il secondo secolo cristiano e che ha portato alla marginalizzazione delle donne
nell’ecclesia cristiana. Resta la nostra grave responsabilità di operare
affinché ciò non avvenga.
Non possiamo più dilazionare una serie di
possibilità di presenza nella vita della
Chiesa e nell’assemblea liturgica. Si dovrebbe chiedere che sia consentito alle
donne ciò che è consentito agli uomini
laici, come da sempre è avvenuto nel monachesimo, che riconosce anche alla
donna possibilità di governo, di predicazione, di insegnamento dottrinale, di
guida spirituale.
[Occorre passare] attraverso l’ormai
ineludibile riscoperta della pienezza della vocazione battesimale e del
conseguente apprezzamento della chiamata che ogni cristiano ha ricevuto per
annunciare e testimoniare il vangelo di Gesù Cristo agli uomini e alle donne
del nostro tempo.
Il teologo Armando Matteo ha scritto «La fuga delle quarantenni» per indicare la disaffezione e
l’abbandono della Chiesa da parte delle donne, ma presto, se le cose non
mutano, registreremo il venir meno anche delle donne più giovani: chi accetta
di abitare una casa senza avere la possibilità di viverla, di governarla,
rinnovarla ogni giorno insieme agli altri?
Trascrizione
da fonoregistrazione e sintesi di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli