lunedì 21 marzo 2016

Donne: diritti fragili, grandi orizzonti e i segni dei tempi

Donne: diritti fragili, grandi orizzonti e i segni dei tempi


Dalla rubrica radiofonica Il pensiero del giorno, in onda dal lunedì al sabato, verso le ore 5:50 circa, su Rai Radio 1, e riascoltabile in podcast sul sito WEB  <pensierodelgiorno.rai.it>

 Puntata del 18-3-16

In studio Marinella Perroni, docente al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo

 Ho letto su una rivista curata dalle suore comboniane, a conclusione di un editoriale dedicato alle diverse conquiste che negli  ultimi settant’anni hanno segnato la lunga marcia delle donne verso il raggiungimento di alcuni diritti fondamentali, una frase importante: “Noi donne conosciamo la fragilità dei nostri diritti, ma altrettanto bene siamo coscienti della grandezza dei nostri orizzonti”.
  La fragilità dei diritti è comprovata dalla storia delle donne, che avanza e retrocede in modo carsico. E a momenti di grande emancipazione fanno seguito momenti di pauroso regresso, perfino della memoria.
  La questione più importante è ancora, però,  quella della grandezza degli orizzonti.
 Oggi infatti è proprio della carenza di orizzonti che soffre il nostro povero mondo, a cui è stato rotto il giocattolo di un consumismo senza freni né regole.
 Le donne, è vero, sono ancora capaci di tracciare qualche orizzonte, perché sperimentano che dietro la retorica della differenza sessuale si nascondono in realtà diseguaglianze e asservimento.
  La mancanza di prospettive e di lungimiranza affligge però tutti indistintamente. Né tracciare orizzonti è facile, in un tempo in cui alla forza delle ideologie si è sostituita la pressione delle pratiche.
 Tanto per gli uomini che per le donne i nuovi orizzonti sono abitati da milioni di profughi che cercano pane e lavoro.  Sono attraversati da crisi economiche che tolgono a molti la dignità. Sono funestati da sinistri lampi di guerra totale.
 Tracciare orizzonti: sembrano lo facciano ormai solo i mercanti di morte.
  Abbiamo bisogno di uomini e donne che dai margini della storia e della cronaca quotidiana ci insegnino di nuovo a sperare e soprattutto a riconoscere  i nuovi segni dei tempi.

  Sintesi dell’articolo di Enzo Bianchi, Le aperture della Chiesa hanno dei limiti, pubblicato su La Stampa  il 6-3-15

  Papa Giovanni [Giovanni 23°,  Giuseppe Angelo Roncalli, Papa dal 1958 al 1963] con il suo discernimento profetico individuò tra i «segni dei tempi» l’ingresso della donna nella vita pubblica.
 [Da allora, voci] si levano per chiedere una più grande valorizzazione della donna nella Chiesa, una sua maggior partecipazione alle diverse istituzioni che la reggono e la organizzano, un riconoscimento a lei di tutte le facoltà che in quanto battezzata - e ciò vale anche per i laici battezzati - possiede di diritto.
  Come negare che dopo il Vaticano II [Concilio ecumenico Vaticano 2°, 1962-1965] ci sia una forte presenza femminile nella maggior parte dei servizi e delle diaconie ecclesiali?
  All’ambone ormai salgono più donne che uomini a proclamare le sante Scritture. Ma quanto all’ammetterle negli spazi di partecipazione alle responsabilità e alle decisioni per la vita ecclesiale, l’esitazione è ancora grande.
 Giustamente le teologhe chiedono di evitare la ricerca di una teologia speciale della donna, ma di far partecipare le donne alla vita della Chiesa.
  Molte sono le possibilità rispettose dell’attuale dottrina cattolica  sul ministero ordinato: basterebbe un po’ di audacia e di volontà per non limitarsi a fare come si è sempre fatto, [per dare alle donna] un riconoscimento di ciò che è una cristiana: una battezzata con la possibilità di prendere la parola in ecclesia, di essere ascoltata collaborando ai processi decisionali nella Chiesa. Se sinodalità è un camminare insieme non solo di vescovi, ma di tutto il popolo di Dio, allora si devono immettere anche le donne cristiane.
 Il maschilismo e il clericalismo non [riconoscono] con sufficienza «il  bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa» [citazione dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium - La gioia del Vangelo, del papa Francesco, 2013, n. 103].
 A ragione alcune teologhe sapienti esprimono il timore che oggi, nel momento del passaggio tra i secondo e il terzo millennio, abbia luogo un riflusso involutivo analogo ha segnato il passaggio tra il primo e il secondo secolo cristiano e che ha portato  alla marginalizzazione delle donne nell’ecclesia cristiana. Resta la nostra grave responsabilità di operare affinché ciò non avvenga.
  Non possiamo più dilazionare una serie di possibilità  di presenza nella vita della Chiesa e nell’assemblea liturgica. Si dovrebbe chiedere che sia consentito alle donne ciò che  è consentito agli uomini laici, come da sempre è avvenuto nel monachesimo, che riconosce anche alla donna possibilità di governo, di predicazione, di insegnamento dottrinale, di guida spirituale.
 [Occorre passare] attraverso l’ormai ineludibile riscoperta della pienezza della vocazione battesimale e del conseguente apprezzamento della chiamata che ogni cristiano ha ricevuto per annunciare e testimoniare il vangelo di Gesù Cristo agli uomini e alle donne del nostro tempo.
 Il teologo Armando  Matteo ha scritto «La fuga delle quarantenni» per indicare la disaffezione e l’abbandono della Chiesa da parte delle donne, ma presto, se le cose non mutano, registreremo il venir meno anche delle donne più giovani: chi accetta di abitare una casa senza avere la possibilità di viverla, di governarla, rinnovarla ogni giorno insieme agli altri?


Trascrizione da fonoregistrazione e sintesi di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli