martedì 22 marzo 2016

Democrazia, difficile virtù

Democrazia, difficile virtù

  In religione si ha di solito difficoltà a pensare alla democrazia come ad una virtù. In un certo senso la si subisce e perciò, quando se ne parla, si cerca di mettere in guardia i fedeli dalle sue degenerazioni e, in definitiva, si suggerisce di rimettersi al giudizio della gerarchia del clero, un’organizzazione non solo non democratica, ma addirittura antidemocratica. E, infatti, si ripete abbastanza spesso che le nostre collettività di fede non sono delle democrazie (ed in effetti così come sono organizzate  non lo sono) e non si capisce che questo non è un loro aspetto di cui andare fieri, ma un loro problema, perché, appunto, la democrazia è una virtù.
  Considerando che tra il 1944  e il 1991 la democrazia è entrata anche nella dottrina sociale della Chiesa, nel senso che la si considera una condotta politica virtuosa, dopo che, fin dagli esordi dei processi democratici moderni, a fine Settecento, la si era sostanzialmente assimilata all’eresia e condannata, bisognerebbe insegnare la democrazia nella nostre collettività di fede, e soprattutto praticarla.
  Democrazia non è solo la regola per cui la decisione comune è quella maggioritaria. Significa, prima di tutto, libertà di coscienza e di parola, rispetto degli altri, processi decisionali preceduti da un dibattito franco, aperto, completo, informato, responsabilità dei capi verso i governati, temporaneità delle funzioni di comando, e soprattutto un particolare impegno a quella che Ghandi (Mahatma - “grande anima”, politico indiano vissuto tra il 1869 e il 1948) definiva non - menzogna e che significa non tanto  dire sempre la verità, perché noi non possediamo  la verità e sempre la dobbiamo cercare come a tentoni, ma ripudiare la menzogna, ciò che sappiamo non essere la verità. In religione significa, ad esempio, rinunciare ad impiegare, per asservire le persone, ai molti effetti speciali di tipo magico-spirituale che possono essere impiegati e storicamente lo sono stati ma che hanno collegamenti assai labili con la verità, come quando si promette al sofferente la guarigione da mali fisici o morali in cambio di sottomissione acritica, e rinunciare all’idea di ricostruire  gli altri secondo un certo nostro modello promettendo la felicità.
  Bisognerebbe fare scuola di democrazia a partire dai bambini della prima iniziazione religiosa, quando scoprono l’amicizia. La democrazia ha molto a che fare con l’amicizia, perché presuppone la condivisione di valori forti ancor prima che inizino i processi decisionali. Questi valori sono appunto quelli implicati nell’amicizia tra gli esseri umani, il riconoscersi reciprocamente bisognosi gli uni degli altri, quella dimensione relazionale che ci fa crescere, come ci è stato spiegato nel primo incontro del ciclo Immìschiati  sulla dottrina sociale della Chiesa, per cui non si ha cuore di rinunciare a nessuno. E’ per questo che la democrazia, prima di studiarla sui libri, occorre  viverla  e innanzi tutto scoprirla  nelle relazioni con gli altri. Questo significa che occorre farne tirocinio. E, per cominciare, imparare a non diffidarne.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli