Dottrina sociale,
liturgia e Concilio Vaticano 2°
I documenti del
Concilio Vaticano 2° (1962-1965) sono leggi per la nostra confessione religiosa
e contengono importanti disposizioni in materia di liturgia e di dottrina
sociale. Le novità più rilevanti apparvero essere, fin dai primi anni, quelle in
materia di liturgia. Ma anche la dottrina sociale venne profondamente innovata.
Nell’Ottocento,
quella che consideriamo “la” dottrina sociale, ma che in realtà ne è
storicamente l’ultima propaggine, iniziò ad occuparsi dei fenomeni democratici
che si venivano manifestando in Europa, animati da spirito di libertà e di
giustizia sociale. Se ne occupò per contrastarli. Entrò subito in polemica, fin
dall’enciclica Le novità del papa Pecci del 1891, con il liberalismo e
il socialismo. Questa polemica non è ancora sopita, tanto che è stata ripresa dai
relatori nel corso del primo incontro del ciclo Immischiati, nella nostra parrocchia.
Durante il Concilio
Vaticano 2° si corresse il tiro. La libertà di coscienza del liberalismo e l’impegno
per la giustizia sociale del socialismo divennero virtù anche in senso
religioso.
Nello stesso tempo si
cercò di avvicinare la liturgia al popolo, consentendo molto più ampiamente l’uso
delle lingue nazionali in luogo del latino, che era diventato un grosso
ostacolo alla formazione religiosa dei fedeli mediante la partecipazione alle
azioni liturgiche, in particolare alla Messa. Per volontà del papa Montini l’uso
della lingua nazionale divenne poi la forma normale delle liturgie con la partecipazione
dei laici, al di fuori degli ambienti monastici o della Curia Vaticana e di altri ambienti particolari.
Per quanto riguarda
il rito della Messa, i saggi del Concilio così scrissero nella Costituzione Il Sacro Concilio:
48. Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non
assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che,
comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all'azione
sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di
Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio;
offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma
insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la
mediazione di Cristo, siano perfezionati nell'unità con Dio e tra di loro, di
modo che Dio sia finalmente tutto in tutti.
La partecipazione attiva alla
liturgia era collegata all’impegno per la giustizia che si ritenne di
promuovere nei fedeli laici: per lavorare nella società per infondervi i
principi religiosi, per ordinarla secondo Dio, come venne scritto nella Costituzione Luce
per le genti
n.31 Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno
di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio.
i laici dovevano essere adeguatamente preparati e la liturgia era un’occasione
molto importante per farlo.
Il nuovo ruolo dei laici di fede
nella società disegnato dai saggi del Concilio spiega perché negli anni
successivi venne accettata anche la democrazia come virtù politica e religiosa
insieme, in un processo conclusosi nel 1991 nelle affermazioni teoriche, con l’enciclica
Il Centenario del papa Wojtyla, ma ancora in corso nei suoi
sviluppi pratici.
Nell’incontro Immischìati sulla persona è stato detto
che la dottrina sociale non è una terza via tra liberalismo e socialismo ed è
vero. In realtà si tratta di una mediazione culturale della nostra fede che
recepisce, ibridandoli, principi liberali e principi socialisti. Ne costituisce
una sintesi, costruita per rendere compatibili le loro principali istanze con
la nostra fede religiosa. In un’ottica
di fede si è però respinta l’idea che ognuno sia libero di fare di sé stesso e
degli altri tutto ciò che è possibile fare, perché noi non siamo dei, ma solo
creature fragili. E’ questa è
sicuramente la realtà.
Nell’Ottocento la via democratica
era ancora molto di là da venire in religione.
Il nazionalismo del Regno d’Italia
privò i Papi del loro piccolo regno nell’Italia centrale ed essi la presero
molto male.
Il Regno d’Italia era retto da un
sistema politico che integrava conservatorismo, autoritarismo, nazionalismo e
liberalismo. Nel primo dopoguerra si vide però che di quest’ultimo poteva fare
a meno. Ma, insomma, ai tempi dell’insorgere del contenzioso con il Papato si
presentava come uno stato democratico, anche se l’elettorato era piuttosto
selezionato, tra i soli uomini di un determinato censo o con un livello minimo
di istruzione (che all’epoca era di pochi). Fatto sta che il Papato, nella
polemica con il Regno d’Italia, intese promuovere un movimento del popolo
minuto, che, sebbene a suo avviso insidiato da un arrogante e presuntuoso ceto
politico irreligioso, tuttavia era ancora custode delle buone e antiche
tradizioni italiane. Represse coloro, prevalentemente appartenenti ai ceti
colti, che cercavano una via per vivere
attivamente le istituzioni democratiche del Regno, come Romolo Murri, il
promotore a fine Ottocento del movimento politico della democrazia cristiana, e
anche l’ideatore del nome e del concetto
di tale politica, e cercò di mantenere le
masse lontane dalle istituzioni politiche dello stato, per utilizzarle come
strumento di pressione per riavere ciò che gli era stato tolto con la guerra
del 1870 per la presa di Roma. Volle così dimostrare di avere mantenuto una sovranità sugli italiani. La
prima dottrina sociale della Chiesa si presenta quindi come un insieme di norme
date da un sovrano, il Papa, al suo popolo. Non era ammessa alcuna partecipazione
all’elaborazione di quei principi sociali, sebbene le encicliche sociali non siano mai state il frutto di un lavoro solitario dei Pontefici, ma sempre un lavoro collettivo, a più mani, perché i
Papi hanno una formazione
prevalentemente teologica, anche se, ad esempio, persone come Montini e Wojtyla
si intendevano pure di filosofia. La repressione dei ceti colti dei laici di
fede determinò che la religione apparisse cosa da incolti. In più, i fedeli
erano indotti a non partecipare alle elezioni politiche e così si trovavano
nella stessa condizione degli analfabeti, esclusi dal parteciparvi a causa
della loro condizione di ignoranza. Fu con Giuseppe Toniolo, agli inizi del
Novecento, che si cominciò, faticosamente, a cercare di andare in altra
direzione, dando una formazione ai fedeli laici, ed anche alle donne dal primo
dopoguerra. L’Azione Cattolica, nata per essere un più docile strumento alla
politica papale in Italia rispetto alla rissosa Opera dei Congressi, indotta a
sciogliersi d’autorità nel momento di più acceso scontro tra intransigenti (contrari alla
partecipazione alle istituzioni democratiche) e democratici, divenne lo
strumento di questa elevazione delle masse che proseguì, nelle organizzazioni
intellettuali del gruppo, anche dopo il compromesso del papato con il regime
fascista, che consentì di chiudere la questione romana, le rivendicazioni
papali di uno stato nel Lazio, con l’istituzione della Città del Vaticano e con
risarcimenti di notevole entità. Dalle file dell’Azione Cattolica uscirono
molti dei politici che governarono l’Italia dopo la sconfitta del regime
fascista mussoliniano e fino al 1994 (ma anche oltre). L’ideologia di questi
politici democratici cristiani fu modellata sulla dottrina sociale della
Chiesa, ma anche contribuì a modellarla. Questo contributo laicale fu
riconosciuto dai saggi del Concilio che lo inserirono nella loro nuova dottrina sociale.
Ecco ad
esempio che cosa si legge nella
Costituzione Luce per le genti al n.37:
I pastori, da parte loro,
riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa;
si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro
degli uffici in servizio della Chiesa e lascino loro libertà e margine di
azione, anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria
iniziativa. Considerino attentamente e con paterno affetto in Cristo le
iniziative, le richieste e i desideri proposti dai laici e, infine, rispettino
e riconoscano quella giusta libertà, che a tutti compete nella città terrestre.
Da questi familiari
rapporti tra i laici e i pastori si devono attendere molti vantaggi per la
Chiesa: in questo modo infatti si afferma nei laici il senso della propria
responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze più facilmente vengono
associate all'opera dei pastori. E questi, aiutati dall'esperienza dei laici,
possono giudicare con più chiarezza e opportunità sia in cose spirituali che
temporali; e così tutta la Chiesa, forte di tutti i suoi membri, compie con
maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo.
Sia nella liturgia che
nelle cose sociali, il metodo indicato dal saggi dell’ultimo Concilio fu quello
di promuovere la partecipazione del popolo. La liturgia e la dottrina sociale
non furono più solo affare del clero. Ma la partecipazione di tutti richiede di
fare tirocinio di democrazia. In questo siamo ancora piuttosto indietro.
Da un lato la gerarchia del
clero diffida profondamente del popolo, sempre visto sul punto dell’apostasia
e bisognoso che qualcuno gli inculchi (questo è il tremendo verbo che
viene spesso utilizzato nel gergo clericale) i principi di vita buona. Dall’altro
nel popolo sorgono ciclicamente capi e capetti che cercano di imporre la
propria volontà (spesso in buona fede, ma non sempre) con la forza del numero o
della loro veemenza.
In particolare si ha sempre
difficoltà a confrontarsi con il pluralismo sociale e religioso dei nostri
tempi.
Le cose si sono molto complicate
nella società italiana di oggi. Per molti italiani è impossibile tornare a una fede religiosa che non è mai stata
quella della loro tradizione, perché provengono dall’ortodossia orientale e da
altre confessioni cristiane, dall’islamismo, dall’induismo, dal buddismo, dallo
sikhismo e via dicendo. E il maggior livello di istruzione della gente,
raggiunto per merito del sistema scolastico pubblico, ha comportato che su
molte questioni di coscienza non si sia più disposti all’obbedienza acritica. Nessuno in genere, neanche le donne
che in passato sono state le fedeli più docili, è più disposto ad abitare ambienti sociali in cui gli è vietato di
mettere bocca, di proporre cambiamenti. Inoltre certe umiliazioni non le si
sopportano più, come quelle che colpirono, e ancora talvolta colpiscono, coloro
che hanno avuto problemi coniugali. Ma anche i fedeli considerati di serie B
perché non hanno raggiunto certi traguardi di perfezionamento.
Così, ad esempio, si è
insofferenti, è accaduto nella nostra parrocchia, a usi liturgici, come la
Veglia di Pasqua super-prolungata all’uso neocatecumenale e infarcita della
simbologia di quel movimento, che ostacolano la partecipazione di tutti e la
comprensione di ciò che accade. Non ci si va più e non ci si pongono tanti
problemi, e tanti saluti alla partecipazione e alla formazione.
La partecipazione attiva
nella società del nostro tempo richiede la democrazia, e innanzi tutto il
rispetto degli altri, perché ci troviamo a vivere in un contesto sempre più
pluralistico. Per capirlo bene occorre guardarlo sotto diversi punti di vista,
è necessaria una vasta collaborazione. Nessuno, ai tempi nostri, può sapere
tutto di tutto, salvo che in settori superspecialistici, ma per questo sempre
più limitati. Come scrisse Pierre Riches in un bel libro di tanti anni fa (Note di catechismo per ignoranti colti,
Mondadori, non più in commercio) al più riusciamo ad essere ignoranti colti. Insieme ci sforziamo di superare i nostri
limiti individuali. La sapienza degli altri ci arricchisce e viceversa.
Confrontando le conoscenze e le opinioni,
le correggiamo. E’ questo che si fa nel dialogo: ci si mette in relazione gli
uni con gli altri, chiarendosi. Questo è l’inizio della democrazia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli