Convincersi
della democrazia
Ho imparato la democrazia in FUCI, tra gli
universitari cattolici, a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 del secolo
scorso, anni duri, anni in cui furono assassinati due grandi esponenti del
movimento cattolico-democratico, Aldo Moro, tra in fondatori della nostra nuova
Repubblica nel secondo dopoguerra e tra i principali artefici di varie fasi di
rinnovamento della democrazia italiana, ucciso nel 1978, e Vittorio Bachelet,
tra i rifondatori della nostra Azione Cattolica, ucciso nel 1980. Divenne
evidente il carattere antidemocratico dei moti insurrezionali dell'epoca motivati da
costruzioni ideologiche comuniste: la democrazia italiana, però, a quei tempi
riprese a funzionare e il pericolo, lentamente, nel corso degli anni ’80, fu vinto.
Di solito si fanno finire quelli che vengono definiti anni di piombo con l’omicidio di Roberto Ruffilli, altro esponente
del cattolicesimo democratico, nel 1988. A quei tempi egli era impegnato in un
disegno di riforma dello stato democratico.
Di fronte al pericolo, si ricostituirono dei
legami sociali, si riprese fiducia gli uni negli altri, questo cambiò il clima
sociale della nazione, pur in un’epoca di duri conflitti sindacali. Ci fu una
risposta giudiziaria ai crimini politici, ma non avrebbe avuto successo senza
questa nuova situazione nella società italiana.
La FUCI storicamente è stato l’ambiente
sociale della nostra fede che più si è
dedicato, fin dalle origini, a fare tirocinio di democrazia. Fu fondata a fine
Ottocento, qui a Roma, dal democratico
cristiano Romolo Murri, prete e
attivista politico, in un tempo in
cui ai cattolici era ancora vietata la politica in Italia, e allora la si
doveva praticare come una generica azione
sociale.
Quello degli universitari è un mondo
favorevole al tirocinio democratico, perché il tempo in cui si studia all’università
è il momento in cui si avverte più acutamente il bisogno degli altri, la
propria non autosufficienza. Fino al liceo il mondo può stare in manuale e
sembra di avere tutto lo scibile umano nella propria piccola libreria domestica.
All’università si approfondisce, si entra nei particolari, e più lo si fa, più
si capisce di riuscire a controllare settori sempre più limitati della
conoscenza, per cui, per fare ciò che ci si aspetta da una persona di cultura,
occorre interagire con gli altri, che si sono concentrati in altri settori e
hanno ciò che serve per completare il proprio lavoro. Bisogna, in questo
dialogo con gli altri, fare uno sforzo per far capire i risultati della propria
ricerca, traducendoli dal proprio gergo specialistico, e anche per capire
quella altrui. In sostanza, all’università più si sa e più si capisce quanto
non si sa. Sapere di non sapere venne
considerato da un antico saggio greco come la sapienza più grande. Ma lo è
anche il sapere, il rendersi conto, di ciò che non si sa, quindi
uscire dal generico e individuare bene i propri limiti, per capire che cosa
occorre, quale collaborazione cerare, per andare avanti. E' in quel momento che
si comincia a ricercare chi possa aiutare a superare quei limiti. Il vero
sapiente è sempre alla ricerca (Ricerca è la rivista dei fucini). Nel momento in cui
si capisce di avere bisogno degli altri per superare i propri limiti nasce anche la democrazia. Infatti per
interagire con gli altri occorre creare il contesto giusto, praticare un certo
metodo.
Non si può praticare la democrazia quando si
pensa di sapere tutto ciò che serve e si è convinti che gli altri non solo non
servono, ma costituiscono anche un pericolo, o comunque un fastidio, perché
tendono a mettere in dubbio certe sicurezze. Allora si cerca di imporre agli
altri la propria visione, così come avviene certe volte nelle riunioni
condominiali, e si finisce per litigare inutilmente: la cosa comune poi ne
risente, si deteriora, perché non c’è accordo su come farne la manutenzione.
L’incapacità di democrazia degrada la società, che richiede un lavoro comune per sostenersi, e
innanzi tutto un impegno, di molti. Fino al Settecento la democrazia veniva
considerata in religione, ma sulla base di un antico pensiero greco, una forma
di disordine e di allontanamento dalla verità. La democrazia, come oggi la
intendiamo, nel senso di potere di tutti,
ha invece bisogno di ordine, di chiarezza, e anche di fiducia reciproca e di rispetto.
All’origine della democrazia c’è l’amicizia:
in un certo senso possiamo considerare la democrazia come una forma di
amicizia. Si deve riconoscere di aver bisogno dell’aiuto degli altri ed essere
disposti a lavorare insieme a loro per il bene di tutti, irraggiungibile senza
la collaborazione di tutti. Si deve rispettare ma anche essere rispettati. E
sforzarsi di farsi capire, come si fa tra amici. Questo collegamento con l’amicizia
spiega perché in religione si è cominciato a collegare la democrazia con quella
particolare benevolenza amicale che definiamo carità e che rimanda al
concetto sottostante al termine del greco antico agàpe, vale a dire a un lieto convito in cui ce n’è
per tutti.
Se la democrazia è una forma di amicizia, si
capisce come non si possa praticarla veramente per via telematica. Occorre
incontrarsi faccia a faccia e fare esperienza concreta gli uni degli altri. In
questo incontro ci si svela e si possono avere sorprese piacevoli e spiacevoli,
ma comunque in genere si hanno sorprese. Finché gli altri rimangono una linea
di caratteri sul video servono a poco. D’altra parte conoscerli veramente è
impegnativo, in tutti i sensi: richiede un impegno, una pazienza nell’avvicinarli
e conoscerli, e una fatica, un tempo da trascorrere insieme. E’ così che però
si costruisce la società, si creano legami duraturi.
Se lo stare insieme dipende solo dalla comune
soggezione ad un qualche gerarca, culturale, politico, religioso e via dicendo,
ha basi labili. Perché il legame vero è solo con il punto di riferimento
gerarchico non tra le persone alla base. Ecco perché l’ingenuo attuale papismo
delle nostre collettività religiose serve a poco sia per formare la gente, sia
per rinsaldare le nostre esperienze sociali.
Certe volte ci si incontra, in religione, e
tutto si risolve in un gridarsi gli uni gli altri le parole d’ordine dei
rispettivi gerarchi di riferimento. A che serve? Si rimane estranei come prima,
con in più molto risentimento.
Un universitario per la prima volta nella sua
vita viene posto di fronte alla realtà così com’è veramente, ed essa è
complessa. Tutte le semplificazioni degli studi precedenti si rivelano ciò che
sono, vale a dire, appunto, semplificazioni, una base di partenza. Scopre che
ci sono molte interpretazioni, ma che la realtà le supera tutte, anche perché è
in movimento, evolve. La cultura segue la realtà, ma ne è anche parte, ed
evolve anch’essa. Questo è vero anche per tutte le verità, anche quelle
ritenute fondamentali, della nostra fede. E’ per questo che si scrive tanto di
teologia. Se tutto fosse così semplice come talvolta viene presentato, non
servirebbe.
Il primo passo per affrontare il pensiero
sociale della nostra fede è il convincersi della democrazia, perché questo è
stato il principale traguardo raggiunto dalla dottrina sociale nel corso del
Novecento. La democrazia è infatti la via per influire nelle società
pluralistiche dei nostri tempi per cercare di infondervi i grandi principi
ideali della nostra fede. Non ce n’è un’altra perché non è possibile dominare
culturalmente da gerarchi religiosi, in un impero
religioso, un mondo di otto miliardi di persone sempre più mescolate tra
loro. Ma la democrazia non è ancora di casa, in genere, nelle nostra
collettività religiose, ad esempio nella nostra parrocchia. In religione la si
pratica in circoli intellettuali come la FUCI. Ma in realtà non dovrebbe essere
così, perché la democrazia è per tutti, ed è solo così che è veramente efficace.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli