Democrazia
dei cristiani, democrazia di tutti
[dal
libro: Pietro Scoppola, La democrazia dei
cristiani - Il cattolicesimo politico nell’Italia unita - intervista a cura
di Giuseppe Tognon, Laterza, 2005, €10,00, disponibile in commercio]
Domanda:
Ma ci sarà un ruolo significativo per i cattolici nella vita politica italiana
di domani?
SCOPPOLA:
Certamente, anche se sarà diverso da quello che svolsero in passato, al momento
dell’Unità d’Italia nel 1861, quando restarono esclusi dallo stato liberale e
mortificati proprio perché cattolici, o alla caduta del fascismo nel ’43,
quando assunsero la responsabilità di guidare un paese sconfitto e lacerato
verso la libertà e lo sviluppo.
Il loro futuro sarà di sostenere la
democrazia, che è in difficoltà e che ha bisogno di una profonda ispirazione
etica e religiosa. Non da soli, insieme agli altri credenti, alla migliore
tradizione laica e alle tradizioni popolari delle sinistre europee, ma ancora
una volta decisivi per l’Italia e per l’Europa.
La Democrazia cristiana è stato il partito dei
cattolici italiani, l’espressione più riuscita della loro maggiore età
politica, lo strumento del loro enorme potere e insieme della loro crisi, come
sempre accade nella storia umana.
Ma oggi il problema è la democrazia di tutti e
la maturità del cattolicesimo politico italiano si misurerà proprio nella
capacità di abbandonare la nostalgia per la Democrazia Cristiana per un proprio
partito esclusivo, e di lavorare
piuttosto per la democrazia dei cristiani, che è la democrazia di tutti
(pag.3-4).
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Quand’è che si entra veramente in società?
Un primo momento importante è quando si trova un lavoro stabile. L’altro è
quando si forma un famiglia coniugale, basata su un rapporto d’amore coniugale, più stabile
perché si pensa anche a dei figli. In genere, ai tempi nostri, ci si arriva
intorno ai trent’anni.
E quand’è che si hanno le prime esperienze
veramente sociali, al di fuori della famiglia, nella società generale, che di solito coincidono con la scoperta
dell’amore sessuale, la base della famiglia coniugale? Per me è accaduto al
terzo anno delle superiori, a sedici anni.
I trentenni di oggi hanno compiuto sedici anni
nel 2002. Il libro di Scoppola da cui ho tratto la citazione sopra trascritta è
stato pubblicato nel 2005. E’ un testo da universitari. I trentenni di oggi potrebbero averlo avuto
tra le mani appena pubblicato. Scoppola parla della Democrazia Cristiana, il
partito dei cattolici, finito dieci anni prima. Una realtà della quale un
universitario della metà del primo decennio degli anni 2000 non aveva mai avuto
personale esperienza, anche se era citata in un capitolo o due dei libri di
storia per le superiori.
Un trentenne di oggi, allora, potrebbe
effettivamente credere, se non avesse avuto tra le mani quel testo di Scoppola
o altri libri del genere, che in Italia i cattolici abbiano vissuto sotto il
dominio dei laici, intesi come gli irreligiosi, i non credenti. Invece i
cattolici, dal 1946, hanno dominato la politica italiana, ininterrottamente
sino ad oggi, prima con lo strumento di un partito e poi, dalla metà degli anni
’90, mediante un’azione di pressione politica attuata direttamente dalla Conferenza
Episcopale Italiana per il tramite di gruppi di pressione transpartitici.
Di solito si ricordano le leggi sul divorzio
(1970) e sull’interruzione volontaria della gravidanza (1978) come casi di
sconfitta delle posizioni politiche dei cattolici. Sono stati gli unici due
casi in cui ciò è avvenuto, nella storia della Repubblica democratica. E in
realtà non si trattava di una sconfitta dei cattolici,
perché si trattò di leggi ampiamente condivise dai cattolici, come dimostrarono
i successivi referendum promossi su di esse, ma di una sconfitta della politica
della gerarchia cattolica.
Un terzo caso simile potrebbe darsi nel caso
della legge sulle unioni civili delle persone omosessuali e sulle unioni di
fatto, che ancora è in gestazione. L’azione di interdizione politica della
gerarchia cattolica aveva sino ad ora impedito l’approvazione di qualsiasi
legge in materia, e dunque anche il suo vaglio di costituzionalità, che aveva
travolto la legge sulla fecondazione assistita del 2004, pesantemente
condizionata dall’azione politica della gerarchia cattolica. Anche nel caso
delle unioni civili omossessuali e delle unioni di fatto i sondaggi evidenziano
un ampio consenso della maggioranza degli italiani, cattolici compresi. Se la
legge fosse approvata, e non è ancora sicuro che lo sia, e si andasse ad un
referendum, probabilmente sarebbe democraticamente confermata dalle urne.
Tutto il resto della politica italiana,
nell’era della Repubblica, è stato costruito con il contributo determinante
della politica dei cattolici, e secondo la loro volontà, ispirata in maniera
preponderante alla dottrina sociale della Chiesa, in particolare a quella
successiva agli anni Sessanta, epoca dalla quale si attenuò molto
l’orientamento in genere reazionario che l’aveva caratterizzata dalla fine
dell’Ottocento e in cui si fece più sensibile l’influenza del pensiero laicale
in varie discipline, in particolare l’economia, l’antropologia e la sociologia.
L’idea di trovarsi in uno stato ostile ai
cattolici è quindi del tutto falsa. Ecco
perché Scoppola parlò del partito dei
cattolici come lo «strumento del loro enorme potere».
Il potere dei cattolici italiani raggiunse il
suo massimo livello nel regime democratico post-fascista. Fu sorretto da
un’ideologia originale, riconducibile al pensiero di politici come Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi,
Giuseppe Dossetti, Aldo Moro, che colmava le grandi lacune della dottrina
sociale in materia di democrazia. Quest’ultima fu accettata pienamente dalla
gerarchia cattolica solo con l’enciclica Il
Centenario, del 1991, del papa Wojtyla.
Ma nei testi della dottrina sociale la democrazia non viene trattata in
dettaglio. La si presenta genericamente come una forma di potere del popolo che
richiede partecipazione. Ma come si debba partecipare non è precisato. In
genere si è molto attenti a fissarne dei limiti nei confronti della gerarchia
del clero e in materia di trasformazioni sociali. La gerarchia, in genere,
diffida del popolo; e spesso non
comprende bene la vita della gente, i suoi problemi, le sue aspirazioni. Vive
in un universo autoreferenziale. E poi sente il pensiero democratico come un
pericolo per il suo stesso potere, perché essa non è organizzata
democraticamente e addirittura se ne vanta, non vuole esserlo (ma le
spiegazioni che dà in merito non sono molto convincenti). Questo spiega anche
perché il tirocinio democratico non rientra in genere tra le esperienze che
vengono proposte ai fedeli nelle collettività di base. Lo si pratica, ad
esempio, nei circoli intellettuali della FUCI e del MEIC, due movimenti
scaturiti dall’Azione Cattolica che in questo si sono particolarmente
specializzati.
In realtà la democrazia, come ai tempi nostri
la intendiamo, è una forma di governo delle società umane molto particolare,
perché è strettamente legata alla giustizia, la comprende al suo interno. Nelle
altre forme di potere essa può essere al più un orientamento morale, rimanendo
sempre qualcosa di esterno: in quei casi la legge suprema del potere è il
potere stesso, il mantenimento del potere, e di fronte ad essa la giustizia
recede. Viene praticata se e nella misura in cui serve al mantenimento del
potere, alla creazione di un consenso sociale, al mantenimento della pace
sociale. La democrazia, il potere di tutti, invece, vive della giustizia,
perché non si può governare tutti senza essere giusti, senza riconoscere a tutti
la medesima dignità sociale, il
medesimo diritto alla vita e alla ricerca della felicità. Senza giustizia si
ricade nelle altre forme di potere, non democratiche: la democrazia degenera. La
democrazia è essa stessa una forma di giustizia, perché dà veramente a ciascuno
il suo, riconosce ad ogni essere umano la dignità che gli compete. Ma non solo:
la democrazia indica come essere giusti in ogni campo, è anche un importante criterio
di orientamento morale, oltre che politico. La giustizia sociale come nei
nostri tempi la intendiamo non può derivarsi direttamente da un testo sacro
formatosi migliaia di anni fa. Questo crea qualche problema alla dottrina sociale, intesa come forma di teologia. Ed in
effetti il riconoscimento del valore della democrazia è recentissimo in quella
dottrina, lo possiamo considerare una conquista dell’altro ieri. La teologia, quindi, specialmente quella dei nostri
capi religiosi, ancora si è poco familiarizzata con la democrazia. Questo rende
ancora difficile, talvolta, spiegare teologicamente come una vita di fede
possa esprimersi anche in democrazia, in particolare nella collaborazione a
politiche democratiche. E questo anche se la pratica sociale e il pensiero
politico dei fedeli hanno da molto tempo superato queste difficoltà,
contribuendo addirittura a costruire la nostra nuova Europa, fondata su
democrazia e giustizia sociale.
Io che
ho fatto il liceo ai tempi della Democrazia Cristiana, il partito dei cattolici, o il partito
cristiano come lo definì un altro fine intellettuale del nostro mondo,
Gianni Baget Bozzo, non ho difficoltà a capire come la vita di fede possa
sostenere un pensiero e un’azione politica da esprimersi in un contesto e con
metodi democratici. Un trentenne di oggi dovrebbe forse ripartire da capo.
Innanzi tutto occorre fare realisticamente i
conti con la storia. Respingere certe interessate falsificazioni, correnti nel
nostro mondo, secondo le quali i cattolici vivrebbero nell’Italia democratica
al modo degli antichi Israeliti sotto il regno dei Faraoni egiziani. La
Repubblica democratica post-fascista è stata costruita come la vollero i
cattolici e anche la sua crisi ha radici nel mondo cattolico, ed è innanzi tutto
crisi del pensiero democratico espresso dalle nostre genti di fede. Un
cattolico dovrebbe quindi sentire una particolare responsabilità per ciò che
sta accadendo in politica. Tutto questo
è necessario per immischiarsi in politica. Non basta brandire il Compendio della Dottrina sociale della
Chiesa come una sorta di Libro delle Giovani Marmotte, in cui pretendere
di trovare risposta a tutti i problemi politici. Quel testo può essere solo un
inizio. Serve per orientarsi tra le fonti, i vari testi dei Papi dai quali
origina la dottrina sociale. Ma poi bisogna andare a leggere i testi di
riferimento, oggi tutti disponibili sul WEB sul portale <www.vatican.va>.
Per accorgersi che la dottrina sociale ha avuto uno sviluppo storico, è
cambiata rapidamente nel giro di poco più di un secolo, il tempo che intercorre tra l’enciclica Le Novità, del 1891, del papa Pecci, e
la Laudato si’, del 2015, del papa Bergoglio, che esprime una
dottrina sociale molto innovativa. E quindi, per poi approfondire
ulteriormente. In questo tempo di sviluppo della dottrina sociale, le
novità dei tempi hanno inciso
moltissimo. Esse sono venute per la massima parte dal mondo dei laici, intesi
come le persone non inquadrate nel clero o nei religiosi. Tuttavia questa
realtà non ha trovato ancora riconoscimento nella dottrina sociale che è
rimasta, appunto, una dottrina, vale a dire una branca della
teologia che diffonde un pensiero il quale pretende di essere obbedito per
l’autorità, non democratica, di chi lo emana. Questa realtà normativa è poco adatta al pensiero sociale diffuso in
quella dottrina, che sempre richiede
verifiche e sperimentazioni, sempre richiede processi democratici.
Non so quanti sarebbero disposti, ad esempio,
a condividere questa affermazione, riportata nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 227, riprendendo
pronunce del papa Wojtyla:
“Le unioni di fatto, il cui numero è
progressivamente aumentato, si basano su una falsa concezione della libertà di
scelta degli individui e su un’impostazione del tutto privatistica del
matrimonio e della famiglia”.
Questa sentenza non corrisponde a ciò che vedo
realizzato in società. Ed è anche inutilmente insultante verso chi ha
realizzato unioni coniugali non formalizzate in un matrimonio, religioso o
civile, ma comunque stabili e feconde in tutti i sensi. Non rende giustizia a quelle unioni. Non riconosce dignità a
coloro che le esprimono. E infatti non è uscita da un pensiero democratico, ma
dagli autocrati della dottrina sociale. E' stato scritto che essi appaiono
sempre in ritardo rispetto alle conquiste sociali.
Alla democrazia è essenziale un pensiero
sociale che sia sviluppato democraticamente,
vale a dire nel libero confronto e nel dialogo tra le persone. Altrimenti non
si possono fare progetti, anche perché la conoscenza affidabile sfugge. E l’immischiarsi in politica lascia, allora, un po’ il tempo che trova, come si dice.
O si vorrebbe che la gente, imparando la
dottrina sociale della Chiesa, ritornasse ad essere il braccio secolare della
gerarchia, il suo strumento di pressione in politica, secondo il progetto
originario dei Papi? Ecco, appunto questo l’esperienza di politica democratica
della Democrazia Cristiana volle superare.
Come persone di fede non possediamo la verità, ogni
soluzione giusta, sui fatti sociali e politici. Le soluzioni devono essere
ricercate nel confronto democratico, in quella che Scoppola definiva la democrazia di tutti. Il filosofo Aldo
Capitini ne parlava come di Omnicrazia,
che significa la stessa cosa, e la vedeva attuata attraverso Centri di orientamento, in cui capire e
scegliere nel confronto e dialogo democratici.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli