Resoconto
dell’incontro del 5 marzo 2016 con don Luigi Ciotti, in parrocchia - SECONDA PARTE
ll tema è stato Fame e sete di giustizia e il motto L’io
nel noi è cambiamento
Nota: le parole di don Ciotti
sono state trascritte da fonoregistrazione, ma il testo non stato rivisto dal
relatore e, a volte, si sono dovute apportare alcune modifiche sintattiche per
trasferirle dal parlato al testo scritto, segnalate inserendole tra parentesi
quadre. In alcuni casi, in cui la fonoregistrazione risultava incomprensibile,
il testo è congetturale e lo si segnala nello stesso modo, ponendo il testo tra
parentesi quadre.
Sacerdote, parroco della
strada
GIORNALISTA: Gli chiede che cosa è successo nel 1962, quando diventa
sacerdote e la sua parrocchia diventa la strada.
DON CIOTTI: Allora, Il passaggio è questo - ma è la storia di tanti, io, chiedo scusa,
sono una piccola cosa; sono venuto molto volentieri, ma ripeto, sono piccolo,
piccolo, veramente piccolo. Lei mi sollecita, ponendomi queste domande, ma
penso al bagaglio di esperienze, di incredibili speranze, alle cose
meravigliose che voi testimoniate e vivete.
Io, a diciassette anni, ero a
scuola per prendere un diploma in telefonia e telegrafia. Frequentavo poi la
parrocchia, le condizioni della famiglia erano migliorate. Appartenevo
all’Azione Cattolica, che per me è stata un punto di riferimento molto
importante nella mia vita.
Andando a scuola mi aveva colpito
un signore, su una panchina di Torino, passando sul tram, tutti i giorni
andando a scuola. Mi aveva colpito, con tre cappotti addosso, e leggeva sempre
un libro. E poi, con quelle matite blu da una parte e rossa dall’altra, questo
signore, ripiegato su se stesso, su questa panchina, ogni tanto sottolineava
quello che leggeva.
Certo, diciassette anni è un’età
meravigliosa, i soldi, i fermenti, ma anche l’incoscienza, la mia timidezza. Ma
quel signore era sempre lì. Sapete [convegni e dibattiti sui poveri, sulla
giustizia, se ne fanno tanti], anche noi in parrocchia discutevamo dei poveri.
Ma un’altra cosa quando incontri la situazione di una persona, su una panchina,
ripiegata su sé stessa.
E un giorno ho deciso di scendere
dal tram, tornando a casa, mi sono avvicinato a questo signore, sempre solo. La
sua casa era un sacco di quelli di iuta. [Lì con il suo libro]. Sono sceso dal
tram e gli ho detto: “Signore, vuole che le vado a prendere un caffè?”. […] E
quello, zitto. [Allora mi sono sentito in difficoltà]. Allora non gli piacerà
il caffè. “Scusi, vuole che le vada a prendere un tè?”. Perché tu cerchi la
comunicazione. E l’unità di misura dei rapporti umani è la relazione, il dare
parola, è l’ascolto. Chiedendogli se avesse bisogno di qualche cosa, cercavo di
creare una relazione. E lui, zitto. Io ero in difficoltà, non sapevo che cosa
dire. Allora ho pensato: “Sarà sordo!”. Ma quando le macchine all’incrocio
frenavano di colpo, lui alzava la testa e guardava: sentiva benissimo. Testardo
lui, testardo io. Oh, ragazzi, auguro anche a voi una sana testardaggine, sana.
Sana! Quando l’obiettivo è un obiettivo positivo, di bene, di giustizia, non
arrendetevi mai alle prime difficoltà! Se è una cosa giusta, se è una cosa
positiva, se è una cosa bella… E io non l’ho mollato per dodici giorni. E per
dodici giorni gli ho chiesto: “Signore, ha bisogno di qualcosa?”.
Chi era quest’uomo, che ha
cambiato a diciassette anni la mia vita? Questo signore era un medico.
E guardate che nella vita di
tutti può succedere improvvisamente la tempesta. Una tragedia, la morte di una
persona cara, una malattia. Può succedere a tutti qualcosa che ti sconvolge la
vita.
E nella vita di questo medico,
amato da tanta gente nel suo paesone nel nord Italia, un medico buono,
generoso, improvvisamente la tempesta gli travolge la vita e lo porterà con
qualche squilibrio sulla panchina di Torino.
Un giorno questo medico mi dice -
avevamo iniziato a parlare, un ragazzino imbranato come ero io a diciassette
anni, e lui con quel peso, quel fardello, quella sofferenze, che l’avevano
completamente segnato … Io ho settant’anni, ne avevo diciassette, immaginate
quanto indietro andiamo negli anni. Non si parlava di droghe in Italia. Non c’era la parola. Ma lui, medico, aveva
visto che nel bar di fronte, c’erano dei ragazzi che entravano in quel bar,
avevano dei farmaci, prendevano dell’alcol
e sballavano in quel modo. Lui se ne era reso conto, [perché aveva] la
competenza. E mi disse: “Vedi, io sono stanco, sono vecchio, sono malato, dovresti fare qualcosa
tu per quei ragazzi lì, perché si drogano, si fanno del male. L’eroina arriverà
anni dopo. Dell’eroina se ne parlò
perché a Torvaianica venne trovata morta Wilma Montesi. Chi di voi ha qualche
anno di più ricorda quella pagina drammatica. Io ero un ragazzino, con la
voglia di fare qualche cosa.
Una mattina, andando a scuola, la
panchina era vuota. Non c’era più. Era morto.
E allora avevo sentito che
quell’incontro non poteva essere uno dei tanti incontri. Perché ci sono degli
incontri nella vita che ti segnano dentro. Ti pongono delle domande. Ti
sollecitano a metterti in gioco.
E quindi ho cominciato così.
Tre anni dopo nasce il Gruppo
Abele, dove io, sono passati cinquant’anni, continuo a vivere. Certo, molte cose sono cambiate, ci sono volti
nuovi, percorsi nuovi, modalità nuove, ma io devo dire grazie a questo signore,
a questo medico, quella sua fragilità e sofferenza, a quell’invito [che sarà
tanto importante per la mia vita]. Io ho cominciato quindi a vent’anni a
mettere insieme dei pezzi. Nasce il Gruppo Abele e sulla strada ho incontrato
ragazzi che vivono nel carcere per i minorenni, ragazzi che vivono nelle case
di rieducazione. Da lì [nascono] le prime comunità alternative alla strada.
E poi: il fatto della
droga. E noi aprimmo a Torino il primo
centro droghe in Italia, autodenunciandoci. Perché la legge stabiliva che se io
ho il problema della droga e vado da te medico, tu medico avevi l’obbligo di
denunciarmi e alla tua denuncia scattava o il carcere o l’ospedale
psichiatrico.
E allora cominciammo quei
percorsi, lentamente, coi ragazzi di strada, con delle ragazze: diventerò sacerdote
anni dopo, c’era già questa storia.
E, a ordinarmi sacerdote, è
arrivato a Torino un vescovo. Era
professore all’Università statale. Era un grande studioso di sant’Agostino. Un
vescovo [che non faceva chiamare] eccellenza
- poi diventerà cardinale - ma, guardate!, già da allora, si faceva
chiamare padre, padre Michele Pellegrino. E quando io ho incontrato per la prima volta papa
Francesco, ad un certo punto, […] Furbo! Perché lui sapeva chi mi aveva
ordinato sacerdote! Ma nella sua carica affettiva, ad un certo punto mi dice “Ma chi è che ti ha ordinato sacerdote?”. Io
gli rispondo “Michele Pellegrino”. E poi mi racconta, che quando i suoi nonni,
in Piemonte, a Portocomaro, provincia di Asti, si erano trovati in un momento
di estrema difficoltà, ad aiutarli era stato un giovane prete di nome Michele Pellegrino.
E sarà Michele Pellegrino - pensate la
storia!”, quel giovane prete che aveva dato una mano ai nonni di quello che
sarebbe poi diventato papa Bergoglio [a
ordinarmi]: per me è il massimo di riconoscenza a Dio per avermi
permesso di incontrarli tutti e due nella vita. E quando diventai sacerdote, c’era
già il Gruppo Abele, con questi ragazzi e queste ragazze, la chiesa si riempì
di questo popolo della strada. E Michele Pellegrino guardò questi ragazzi e
queste ragazze e disse: “Io che cosa state pensando. Che adesso prendo don
Luigi e lo mando in una parrocchia. Ma
lui è nato con voi, è cresciuto con voi. Io ve lo lascio! Però affido anche a
lui una parrocchia.” Lui mi ha detto: “La tua parrocchia sarà la strada”. E Michele Pellegrino non mi ha mandato a
insegnare a chi era sulla strada, ma mi ha mandato ad imparare a riconoscere i
volti di Dio a chi ti fa più fatica. E quindi, su mandato del mio vescovo,
condivisi le mie fragilità, ma avevo la gioia di spendermi, di costruire dei
percorsi. Sono passati cinquant’anni, dal Gruppo Abele sono nate tante altre
cose, ma sono riconoscente ai miei genitori, sono riconoscente a Dio che mi ha
permesso, nelle mie fragilità, di vivere delle esperienze che mi hanno aiutato
a spendere poi un po’ della mia vita.
