martedì 29 marzo 2016

Resoconto dell’incontro del 5 marzo 2016 con don Luigi Ciotti, in parrocchia - SECONDA PARTE

Resoconto dell’incontro del 5 marzo 2016 con don Luigi Ciotti, in parrocchia - SECONDA PARTE


ll tema è stato Fame e sete di giustizia  e il motto L’io nel noi è cambiamento
Nota: le parole di don Ciotti sono state trascritte da fonoregistrazione, ma il testo non stato rivisto dal relatore e, a volte, si sono dovute apportare alcune modifiche sintattiche per trasferirle dal parlato al testo scritto, segnalate inserendole tra parentesi quadre. In alcuni casi, in cui la fonoregistrazione risultava incomprensibile, il testo è congetturale e lo si segnala nello stesso modo, ponendo il testo tra parentesi quadre.

Sacerdote, parroco della strada

GIORNALISTA: Gli chiede che cosa è successo nel 1962, quando diventa sacerdote e la sua parrocchia diventa la strada.
DON CIOTTI: Allora, Il passaggio è questo -  ma è la storia di tanti, io, chiedo scusa, sono una piccola cosa; sono venuto molto volentieri, ma ripeto, sono piccolo, piccolo, veramente piccolo. Lei mi sollecita, ponendomi queste domande, ma penso al bagaglio di esperienze, di incredibili speranze, alle cose meravigliose che voi testimoniate  e vivete.
  Io, a diciassette anni, ero a scuola per prendere un diploma in telefonia e telegrafia. Frequentavo poi la parrocchia, le condizioni della famiglia erano migliorate. Appartenevo all’Azione Cattolica, che per me è stata un punto di riferimento molto importante nella mia vita.
 Andando a scuola mi aveva colpito un signore, su una panchina di Torino, passando sul tram, tutti i giorni andando a scuola. Mi aveva colpito, con tre cappotti addosso, e leggeva sempre un libro. E poi, con quelle matite blu da una parte e rossa dall’altra, questo signore, ripiegato su se stesso, su questa panchina, ogni tanto sottolineava quello che leggeva.
 Certo, diciassette anni è un’età meravigliosa, i soldi, i fermenti, ma anche l’incoscienza, la mia timidezza. Ma quel signore era sempre lì. Sapete [convegni e dibattiti sui poveri, sulla giustizia, se ne fanno tanti], anche noi in parrocchia discutevamo dei poveri. Ma un’altra cosa quando incontri la situazione di una persona, su una panchina, ripiegata su sé stessa.
 E un giorno ho deciso di scendere dal tram, tornando a casa, mi sono avvicinato a questo signore, sempre solo. La sua casa era un sacco di quelli di iuta. [Lì con il suo libro]. Sono sceso dal tram e gli ho detto: “Signore, vuole che le vado a prendere un caffè?”. […] E quello, zitto. [Allora mi sono sentito in difficoltà]. Allora non gli piacerà il caffè. “Scusi, vuole che le vada a prendere un tè?”. Perché tu cerchi la comunicazione. E l’unità di misura dei rapporti umani è la relazione, il dare parola, è l’ascolto. Chiedendogli se avesse bisogno di qualche cosa, cercavo di creare una relazione. E lui, zitto. Io ero in difficoltà, non sapevo che cosa dire. Allora ho pensato: “Sarà sordo!”. Ma quando le macchine all’incrocio frenavano di colpo, lui alzava la testa e guardava: sentiva benissimo. Testardo lui, testardo io. Oh, ragazzi, auguro anche a voi una sana testardaggine, sana. Sana! Quando l’obiettivo è un obiettivo positivo, di bene, di giustizia, non arrendetevi mai alle prime difficoltà! Se è una cosa giusta, se è una cosa positiva, se è una cosa bella… E io non l’ho mollato per dodici giorni. E per dodici giorni gli ho chiesto: “Signore, ha bisogno di qualcosa?”.
 Chi era quest’uomo, che ha cambiato a diciassette anni la mia vita?  Questo signore era un medico.
 E guardate che nella vita di tutti può succedere improvvisamente la tempesta. Una tragedia, la morte di una persona cara, una malattia. Può succedere a tutti qualcosa che ti sconvolge la vita. 
 E nella vita di questo medico, amato da tanta gente nel suo paesone nel nord Italia, un medico buono, generoso, improvvisamente la tempesta gli travolge la vita e lo porterà con qualche squilibrio sulla panchina di Torino.
 Un giorno questo medico mi dice - avevamo iniziato a parlare, un ragazzino imbranato come ero io a diciassette anni, e lui con quel peso, quel fardello, quella sofferenze, che l’avevano completamente segnato … Io ho settant’anni, ne avevo diciassette, immaginate quanto indietro andiamo negli anni. Non si parlava di droghe in Italia.  Non c’era la parola. Ma lui, medico, aveva visto che nel bar di fronte, c’erano dei ragazzi che entravano in quel bar, avevano dei farmaci, prendevano dell’alcol  e sballavano in quel modo. Lui se ne era reso conto, [perché aveva] la competenza. E mi disse: “Vedi, io sono stanco, sono  vecchio, sono malato, dovresti fare qualcosa tu per quei ragazzi lì, perché si drogano, si fanno del male. L’eroina arriverà anni dopo.  Dell’eroina se ne parlò perché a Torvaianica venne trovata morta Wilma Montesi. Chi di voi ha qualche anno di più ricorda quella pagina drammatica. Io ero un ragazzino, con la voglia di fare qualche cosa. 
 Una mattina, andando a scuola, la panchina era vuota. Non c’era più. Era morto.
 E allora avevo sentito che quell’incontro non poteva essere uno dei tanti incontri. Perché ci sono degli incontri nella vita che ti segnano dentro. Ti pongono delle domande. Ti sollecitano a metterti in gioco.
 E quindi ho cominciato così.
 Tre anni dopo nasce il Gruppo Abele, dove io, sono passati cinquant’anni, continuo a vivere.  Certo, molte cose sono cambiate, ci sono volti nuovi, percorsi nuovi, modalità nuove, ma io devo dire grazie a questo signore, a questo medico, quella sua fragilità e sofferenza, a quell’invito [che sarà tanto importante per la mia vita]. Io ho cominciato quindi a vent’anni a mettere insieme dei pezzi. Nasce il Gruppo Abele e sulla strada ho incontrato ragazzi che vivono nel carcere per i minorenni, ragazzi che vivono nelle case di rieducazione. Da lì [nascono] le prime comunità alternative alla strada.
  E poi: il fatto della droga.  E noi aprimmo a Torino il primo centro droghe in Italia, autodenunciandoci. Perché la legge stabiliva che se io ho il problema della droga e vado da te medico, tu medico avevi l’obbligo di denunciarmi e alla tua denuncia scattava o il carcere o l’ospedale psichiatrico.
 E allora cominciammo quei percorsi, lentamente, coi ragazzi di strada, con delle ragazze: diventerò sacerdote anni dopo, c’era già questa storia.
 E, a ordinarmi sacerdote, è arrivato a Torino un vescovo.  Era professore all’Università statale. Era un grande studioso di sant’Agostino. Un vescovo [che non faceva chiamare] eccellenza - poi diventerà cardinale - ma, guardate!, già da allora, si faceva chiamare  padre, padre Michele Pellegrino.  E quando io ho incontrato per la prima volta papa Francesco, ad un certo punto, […] Furbo! Perché lui sapeva chi mi aveva ordinato sacerdote! Ma nella sua carica affettiva, ad un certo punto mi dice  “Ma chi è che ti ha ordinato sacerdote?”. Io gli rispondo “Michele Pellegrino”. E poi mi racconta, che quando i suoi nonni, in Piemonte, a Portocomaro, provincia di Asti, si erano trovati in un momento di estrema difficoltà, ad aiutarli era stato un giovane prete di nome Michele Pellegrino. E sarà  Michele Pellegrino - pensate la storia!”, quel giovane prete che aveva dato una mano ai nonni di quello che sarebbe poi diventato papa Bergoglio [a  ordinarmi]: per me è il massimo di riconoscenza a Dio per avermi permesso di incontrarli tutti e due nella vita. E quando diventai sacerdote, c’era già il Gruppo Abele, con questi ragazzi e queste ragazze, la chiesa si riempì di questo popolo della strada. E Michele Pellegrino guardò questi ragazzi e queste ragazze e disse: “Io che cosa state pensando. Che adesso prendo don Luigi e lo  mando in una parrocchia. Ma lui è nato con voi, è cresciuto con voi. Io ve lo lascio! Però affido anche a lui una parrocchia.” Lui mi ha detto: “La tua parrocchia sarà la strada”.  E Michele Pellegrino non mi ha mandato a insegnare a chi era sulla strada, ma mi ha mandato ad imparare a riconoscere i volti di Dio a chi ti fa più fatica. E quindi, su mandato del mio vescovo, condivisi le mie fragilità, ma avevo la gioia di spendermi, di costruire dei percorsi. Sono passati cinquant’anni, dal Gruppo Abele sono nate tante altre cose, ma sono riconoscente ai miei genitori, sono riconoscente a Dio che mi ha permesso, nelle mie fragilità, di vivere delle esperienze che mi hanno aiutato a spendere poi un  po’ della mia vita.