giovedì 11 febbraio 2016

“Perché gli aerei non si scontrano con Dio in cielo?”

“Perché gli aerei non si scontrano con Dio in cielo?”

 Chi da bambino non si è posto questa domanda: “se Dio è in cielo perché gli aerei non si scontrano con lui?”? Quindi non dobbiamo stupirci se ce la pongono i bambini del catechismo di oggi.
  Gli antichi chiamavano dei le forze della natura, e in questo modo le divinità avevano una certa consistenza e anche un posto nel mondo. Per questo ce n’erano così tante. Ogni forza della natura era vista come manifestazione di un dio. Si era immersi nella natura e non si dubitava che con le sue forze si potesse parlare e che esse potessero anche rispondere. Questo ha generato molta bella poesia.
 Quando si fa l’esperienza della morte di una persona cara si comincia a rivolgersi a lei anche se il suo corpo non c’è più. E’ un’esperienza interiore forte, personale, che però viene condivisa e diventa sentire comune. La persona morta la sentiamo ancora dentro di noi. Questo è un altro modo di vivere il rapporto con una divinità, con un dio. Nelle culture primitive ci si costruiscono sopra delle religioni: sono le religioni degli antenati.
 Il modo della nostra fede di concepire la divinità è diverso, deriva dall’antico ebraismo e anche per quest’ultimo fu una conquista culturale, tanto che nei nostri testi sacri troviamo traccia anche di altre concezioni, in cui, ad esempio, certe teofanie, certe apparizioni  soprannaturali, avvengono  in cielo.
  Quando un bambino delle elementari ci chiede se gli aerei possono scontrarsi con Dio, cerca di conoscere il posto di Dio nel mondo, per sapere come regolarsi. A quell’età è così che si procede.
 Inutile mettere in mezzo molta teologia. E’ pensiero troppo astratto per un bambino. Non ricordo nulla delle pillole di teologia di cui mi parlarono al catechismo per la Prima Comunione. E le formulette che mi fecero imparare a memoria le capii veramente solo qualche anno più tardi.
 Consiglio di essere sinceri con il bambino che fa quella domanda. Dio non è nel cielo in cui volano gli aerei. Nessuno di noi l’ha mai visto. E’ un amico con cui possiamo parlare, dunque c’è. Ma vuole essere cercato e trovato da ciascuno di noi.
Dunque, al bambino che fa quella domanda bisogna dire che dovrà cercare Dio nella sua vita   e che è così che fanno tutti (un bambino è proprio questo che vuole sapere: che cosa si deve fare nelle varie situazioni che gli si presentano; certi altri problemi se li porrà solo crescendo). E’, in fondo, il senso di questa frase, con cui si conclude un libro dell’antichità, del logorroico e problematico Agostino d’Ippona (5° secolo), Le Confessioni, dopo aver a lungo cercato di spiegare chi e dove sia Dio: “C'è un uomo che saprà farlo intendere a un uomo? O un angelo a un angelo, o un angelo a un uomo? Chiederlo a te, cercare te, bussare a te bisogna: così - solo così - ci sarà dato, così si troverà, ci sarà aperto”.
  Qui sotto incollo un altro celebre brano tratto dalle Confessioni  Agostino d’Ippona e che può essere utile per spiegare la faccenda di Dio e degli aerei. Quel libro si  apre con una frase molto citata: “Ci hai fatti per Te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te” (Le Confessioni, I,1,1). E’ proprio perché siamo fatti per Lui che anche dalle domande di un bambino ci si può agganciare alla grande teologia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

[L'itinerario della mente in Dio X,6.8 - -9].
-8. Ciò di cui in coscienza io non dubito, Signore, è che amo te. La tua parola mi ha colpito in cuore, e io ti ho amato. Ma anche il cielo e la terra e tutto quello che contengono mi dicono di amarti, e non cessano di dirlo a ogni uomo, perché non ci sia scusa per nessuno. Anche se più profonda sarà la tua pietà verso chi ne godrà, più sollecito il tuo perdono per chi vorrai perdonare: altrimenti cielo e terra cantano le tue lodi ai sordi. Ma cosa amo, amando te? Non la grazia di un corpo, non il fascino del mondo, non la candida luce amica di questi occhi, non la carezza melodiosa dei canti, non il profumo dei fiori o di balsami e aromi, non la manna e il miele degli abbracci e dei desideri carnali. Non è questo che amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce, una sorta di voce e di profumo e di cibo e una sorta di abbraccio, quando amo il mio Dio: luce, voce, profumo, cibo e abbraccio dell'uomo interiore, dove ogni cosa splende e risuona e profuma per l'anima, e da lei sola si fa assaporare e stringere. Dove c'è luce non diffusa nello spazio e musica non rapita dal tempo e profumo che il vento non disperde e sapore che la nausea non scema - e un abbraccio che la sazietà non scioglie. Questo è quello che amo, quando amo il mio Dio. -
9. E che significa questo? L'ho chiesto alla terra e mi ha detto: "Non sono io": e tutte le cose che essa contiene hanno fatto la stessa confessione. L'ho chiesto al mare e ai suoi abissi e ai rettili dall'anima viva e mi hanno risposto: "Non siamo noi il tuo Dio - cerca sopra di noi". L'ho chiesto al sussurro dei venti e l'intero mondo dell'aria con i suoi abitanti mi ha risposto: "Sbaglia Anassimene: non sono Dio". L'ho chiesto al cielo, al sole, alla luna e alle stelle: "Neppure noi siamo il Dio che tu cerchi". E ho detto a tutte le cose del mondo circostante le porte della mia carne: "Parlatemi del Dio che voi non siete, parlatemi di lui". E a gran voce hanno gridato: "È lui che ci ha fatte". Le interrogavo con la mia tensione; e la loro risposta era l'idea in cui ciascuna si offriva al mio sguardo. E poi mi sono rivolto a me stesso e mi sono chiesto: "Tu chi sei?" - "Un uomo". Ecco qui: corpo e anima, l'uno esterno l'altra interiore. Quale fra queste due cose è quella con cui avrei dovuto cercare il mio Dio, che già avevo cercato col corpo dalla terra al cielo, fin dove arrivavano i messaggeri dei miei occhi? L'interiore è migliore. A questo infatti, al suo superiore giudizio, tutti i messaggeri del corpo riferivano le risposte del cielo e della terra e di tutte le cose che vi sono contenute: "Non siamo Dio", "È lui che ci ha fatte." L'uomo interiore viene a conoscenza di questo servendosi dell'uomo esteriore: io, l'io interiore, io la mente lo so mediante il mio corpo sensibile. Ho chiesto del mio Dio alla massa dell'universo, e mi ha risposto: "Non sono io, ma è lui che mi ha fatto”.

[dal WEB <http://www.documentacatholicaomnia.eu/03d/0354-0430,_Augustinus,_Confessionum_Libri_Tredecim,_IT.pdf> - edizione acrobat a cura di Patrizio Sanasi]