“Perché gli aerei non
si scontrano con Dio in cielo?”
Chi da bambino non si è posto questa domanda: “se
Dio è in cielo perché gli aerei non si scontrano con lui?”? Quindi non dobbiamo
stupirci se ce la pongono i bambini del catechismo di oggi.
Gli antichi chiamavano dei le forze della natura, e in questo modo le
divinità avevano una certa consistenza e anche un posto nel mondo. Per questo
ce n’erano così tante. Ogni forza della natura era vista come manifestazione di
un dio. Si era immersi nella natura e non si dubitava che con le sue forze si
potesse parlare e che esse potessero anche rispondere. Questo ha generato molta
bella poesia.
Quando si fa l’esperienza della morte di una
persona cara si comincia a rivolgersi a lei anche se il suo corpo non c’è più.
E’ un’esperienza interiore forte, personale, che però viene condivisa e diventa
sentire comune. La persona morta la sentiamo ancora dentro di noi. Questo è un altro modo di vivere il rapporto con una
divinità, con un dio. Nelle culture primitive ci si costruiscono sopra delle
religioni: sono le religioni degli antenati.
Il modo della nostra fede di concepire la
divinità è diverso, deriva dall’antico ebraismo e anche per quest’ultimo fu una
conquista culturale, tanto che nei nostri testi sacri troviamo traccia anche di
altre concezioni, in cui, ad esempio, certe teofanie,
certe apparizioni soprannaturali, avvengono in cielo.
Quando un bambino delle elementari ci chiede se gli aerei possono scontrarsi
con Dio, cerca di conoscere il posto di Dio nel mondo, per sapere come
regolarsi. A quell’età è così che si procede.
Inutile mettere in mezzo molta teologia. E’
pensiero troppo astratto per un bambino. Non ricordo nulla delle pillole di
teologia di cui mi parlarono al catechismo per la Prima Comunione. E le
formulette che mi fecero imparare a memoria le capii veramente solo qualche
anno più tardi.
Consiglio di essere sinceri con il bambino che
fa quella domanda. Dio non è nel cielo in cui volano gli aerei. Nessuno di noi
l’ha mai visto. E’ un amico con cui possiamo parlare, dunque c’è. Ma vuole essere cercato e trovato
da ciascuno di noi.
Dunque, al bambino che fa quella
domanda bisogna dire che dovrà cercare Dio nella sua vita e che è così che fanno tutti (un bambino è
proprio questo che vuole sapere: che cosa
si deve fare nelle varie situazioni che gli si presentano; certi altri problemi
se li porrà solo crescendo). E’, in fondo, il senso di questa frase, con cui si
conclude un libro dell’antichità, del logorroico e problematico Agostino d’Ippona
(5° secolo), Le Confessioni, dopo
aver a lungo cercato di spiegare chi e dove sia Dio: “C'è un uomo che saprà farlo intendere a un uomo? O un angelo a un
angelo, o un angelo a un uomo? Chiederlo a te, cercare te, bussare a te
bisogna: così - solo così - ci sarà dato, così si troverà, ci sarà aperto”.
Qui sotto incollo un altro celebre brano tratto dalle Confessioni Agostino d’Ippona e che può essere utile per
spiegare la faccenda di Dio e degli aerei. Quel libro si apre con una frase molto citata: “Ci hai fatti per Te e
inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te” (Le Confessioni, I,1,1). E’ proprio perché siamo fatti per Lui che
anche dalle domande di un bambino ci si può agganciare alla grande teologia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
[L'itinerario della mente in Dio X,6.8
- -9].
-8. Ciò di cui in coscienza io
non dubito, Signore, è che amo te. La tua parola mi ha colpito in cuore, e io
ti ho amato. Ma anche il cielo e la terra e tutto quello che contengono mi
dicono di amarti, e non cessano di dirlo a ogni uomo, perché non ci sia scusa
per nessuno. Anche se più profonda sarà la tua pietà verso chi ne godrà, più
sollecito il tuo perdono per chi vorrai perdonare: altrimenti cielo e terra
cantano le tue lodi ai sordi. Ma cosa amo, amando te? Non la grazia di un
corpo, non il fascino del mondo, non la candida luce amica di questi occhi, non
la carezza melodiosa dei canti, non il profumo dei fiori o di balsami e aromi,
non la manna e il miele degli abbracci e dei desideri carnali. Non è questo che
amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce, una sorta di voce e
di profumo e di cibo e una sorta di abbraccio, quando amo il mio Dio: luce, voce,
profumo, cibo e abbraccio dell'uomo interiore, dove ogni cosa splende e risuona
e profuma per l'anima, e da lei sola si fa assaporare e stringere. Dove c'è
luce non diffusa nello spazio e musica non rapita dal tempo e profumo che il
vento non disperde e sapore che la nausea non scema - e un abbraccio che la
sazietà non scioglie. Questo è quello che amo, quando amo il mio Dio. -
9. E che significa questo? L'ho
chiesto alla terra e mi ha detto: "Non sono io": e tutte le cose che
essa contiene hanno fatto la stessa confessione. L'ho chiesto al mare e ai suoi
abissi e ai rettili dall'anima viva e mi hanno risposto: "Non siamo noi il
tuo Dio - cerca sopra di noi". L'ho chiesto al sussurro dei venti e
l'intero mondo dell'aria con i suoi abitanti mi ha risposto: "Sbaglia
Anassimene: non sono Dio". L'ho chiesto al cielo, al sole, alla luna e
alle stelle: "Neppure noi siamo il Dio che tu cerchi". E ho detto a
tutte le cose del mondo circostante le porte della mia carne: "Parlatemi
del Dio che voi non siete, parlatemi di lui". E a gran voce hanno gridato:
"È lui che ci ha fatte". Le interrogavo con la mia tensione; e la
loro risposta era l'idea in cui ciascuna si offriva al mio sguardo. E poi mi
sono rivolto a me stesso e mi sono chiesto: "Tu chi sei?" - "Un
uomo". Ecco qui: corpo e anima, l'uno esterno l'altra interiore. Quale fra
queste due cose è quella con cui avrei dovuto cercare il mio Dio, che già avevo
cercato col corpo dalla terra al cielo, fin dove arrivavano i messaggeri dei
miei occhi? L'interiore è migliore. A questo infatti, al suo superiore
giudizio, tutti i messaggeri del corpo riferivano le risposte del cielo e della
terra e di tutte le cose che vi sono contenute: "Non siamo Dio",
"È lui che ci ha fatte." L'uomo interiore viene a conoscenza di
questo servendosi dell'uomo esteriore: io, l'io interiore, io la mente lo so
mediante il mio corpo sensibile. Ho chiesto del mio Dio alla massa
dell'universo, e mi ha risposto: "Non sono io, ma è lui che mi ha fatto”.
[dal WEB <http://www.documentacatholicaomnia.eu/03d/0354-0430,_Augustinus,_Confessionum_Libri_Tredecim,_IT.pdf>
- edizione acrobat a cura di Patrizio Sanasi]