venerdì 12 febbraio 2016

Collettività insufficienti: la difficile democrazia

Collettività insufficienti: la difficile democrazia

  L’idea dell’impegno religioso collettivo che i saggi dell’ultimo Concilio vollero cercare di diffondere tra i fedeli è molto lontana dall’essere realizzata. In particolare essi presero come riferimento un modello di laico di fede che è ancora largamente minoritario e per di più visto con molta diffidenza. Esso può vedersi impersonato nel filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973), al quale l’8 dicembre 1965, a chiusura dei loro lavori,  consegnarono il loro messaggio agli uomini di pensiero e di scienza. Quale fu? Eccolo:
Anche per voi abbiamo dunque un messaggio, ed è questo: continuate a cercare, senza stancarvi, senza mai disperare della verità! Ricordate le parole di uno dei vostri grandi amici, sant’Agostino: “Cerchiamo con il desiderio di trovare, e troviamo con il desiderio di cercare ancora”. Felici coloro che, possedendo la verità, la continuano a cercare per rinnovarla, per approfondirla, per donarla agli altri. Felici coloro che, non avendola trovata, camminano verso essa con cuore sincero: che essi cerchino la luce del domani con la luce d’oggi, fino alla pienezza della luce!
Ma non dimenticatelo: se il pensare è una grande cosa, pensare è innanzitutto un dovere; guai a chi chiude volontariamente gli occhi alla luce! Pensare è anche una responsabilità: guai a coloro che oscurano lo spirito con i mille artifici che lo deprimono, l’inorgogliscono, l’ingannano, lo deformano! Qual è il principio di base per uomini di scienza, se non sforzarsi di pensare giustamente?
Per questo, senza turbare i vostri passi, senza accecare i vostri sguardi, noi vogliamo offrirvi la luce della nostra lampada misteriosa: la fede. Colui che ce l’ha affidata è il Maestro sovrano del pensiero, colui di cui noi siamo gli umili discepoli, il solo che abbia detto e potuto dire: “Io sono la luce del mondo, io sono la via, la verità e la vita”.
Questa parola vi riguarda. Forse mai, grazie a Dio, è apparsa così bene come oggi la possibilità d’un accordo profondo fra la vera scienza e la vera fede, l’una e l’altra a servizio dell’unica verità. Non impedite questo prezioso incontro! Abbiate fiducia nella fede, questa grande amica dell’intelligenza! Rischiaratevi alla sua luce per afferrare la verità, tutta la verità! Questo è l’augurio, l’incoraggiamento, la speranza che vi esprimono, prima di separarsi, i Padri del mondo intero, riuniti in Concilio a Roma.
  Il principale contributo di Maritain all’evoluzione del pensiero in materia di fede era stato nel campo della politica, ponendo le basi per una definitiva conciliazione tra umanesimo di fede e democrazia. Su queste basi il cristianesimo democratico aveva contribuito in modo rilevantissimo a riorganizzare l’Europa dopo il crollo dei regimi politici fascisti, che avevano proposto un altro tipo di  conciliazione. Ed è proprio in questo campo che rimangono i problemi più rilevanti, che ciclicamente emergono. Come ad esempio ieri, con lo spettacolare e scioccante intervento del presidente dei vescovi italiani nell’organizzazione interna del lavoro legislativo del Senato della Repubblica, reclamando il voto segreto nelle votazioni sul disegno di legge sulle unioni civili omosessuali e le convivenze di fatto. E’ una presa di posizione di un alto capo religioso che delegittima la partecipazione democratica delle persone di fede alla vita della nazione, inducendo il sospetto di legami di sudditanza trasversali di parlamentari sensibili agli appelli dei vescovi che, non avendo cuore di manifestarsi palesemente, potrebbero determinare l’esito di una votazione a voto segreto. In questo quadro a poco valgono le proteste di autonomia di un laico di fede.  E’ difficile credere che uno come lui, che accetta la docilità in religione, abbia il capo dei vescovi come avversario politico. Perché di questo propriamente si tratta. Eppure bisogna avere la forza morale e la determinazione di esserlo, se si dissente in coscienza, perché quella del capo dei vescovi italiani è stata una indebita invasione di campo in uno spazio riservato allo spazio della democrazia politica, una grave lesione del principio costituzionale dell’indipendenza e sovranità della Repubblica dai poteri religiosi. Non averle avute favorì, negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, la compromissione dei nostri capi religiosi con i regimi fascisti europei, in particolare la conclusione dei  concordati, ritenuti oggi disonorevoli da molti, del Ventinove con il regime fascista italiano e del Trentatré con quello nazista. In genere oggi li si giustifica nell’ottica della prevenzione del male peggiore, come casi di forza maggiore. In realtà si poteva essere diversi. Ma non lo si fu e la responsabilità maggiore ricade sulle gente di fede, che all’epoca era maggioritaria in Europa. I battezzati si piegarono a cose tremende e i loro capi religiosi non li prevennero in questo. Oggi ci si meraviglia che ciò sia accaduto e lo si spiega con lo spirito dei tempi: ma furono tempi relativamente vicini a nostri. Non parliamo dell’antichità biblica, ma della storia contemporanea.  Quei tempi sono ancora, in fondo, i nostri tempi.
  Si ricorda di solito che il mondo moderno, in un travagliato processo storico, ha affrontato e superato faticosamente tre grandi forme di discriminazione sociale: quella verso i neri, verso le donne e verso gli ebrei. Come è evidente, si tratta di un processo non ancora portato a termine, anche nelle società occidentali più avanzate. In questi ultimi decenni esso sta riguardando anche un’altra categoria di discriminati sociali: gli omosessuali. E’ questo il senso del dibattito parlamentare in corso in questi giorni, sul quale la linea dei nostri capi religiosi è quella di continuare a limitare i diritti sociali delle persone omossessuali, in una materia molto importante dell’esistenza, quella della famiglia. E questo nonostante che il magistero abbia sostanzialmente revocato l’antica condanna che colpiva le persone omosessuali come tali, su basi bibliche. Le si accetta come persone, ma le si accetta solo come persone minorate, private dell’esercizio della sessualità a loro proprio, che continua ad essere ritenuto immorale. In religione esse dovrebbero fare la stessa scelta dei preti, non per vocazione però ma per condanna di natura. La teologia maggioritaria non sembra essere riuscita ad andare oltre. E’ una sistemazione che appare contraddittoria anche in materia di fede e che non può essere accettata quando si tratta di stabilire le leggi della comunità civile, di una collettività che comprende credenti e non credenti e in cui, secondo i nostri vescovi, i credenti sono addirittura minoranza. Volerla imporre a tutti appare come un atto di prepotenza. Cercare di imporla a tutti facendo leva su fedeltà inconfessabili che emergerebbero nel voto segreto lo fa apparire ancor più come tale.
  Se ricercare è lecito e doveroso per un laico di fede, non è detto che si giunga tutti alla stesse conclusioni. Questo è anche il cuore della democrazia politica. Ma è ciò che è ancora difficile da accettare per i nostri capi religiosi.  E infatti su certi temi non si discute  nelle nostre collettività religiose, come invece i saggi del concilio auspicarono che si facesse. Il modello di laico  adulto, capace di rendere ragione  delle sue scelte e di assumersene apertamente la responsabilità,  è considerato ancora una forma di indisciplina, di infedeltà. Sembra preferito quello di colui che va dove gli si dice di andare e quando glielo si dice, per fare massa, e fa e dice quello che è scritto nel copione che gli viene messo in mano, come accade nei grandi eventi  organizzati ciclicamente dai nostri capi religiosi. E che quando si tratta di scegliere tra la fedeltà alla propria coscienza e quella ai suoi capi religiosi, nell’ombra, nel segreto dell’urna, tradisce la prima per compiacere i secondi. Questo modo di procedere è però fatale alla credibilità democratica del laicato di fede.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli