Collettività
insufficienti: la difficile democrazia
L’idea dell’impegno religioso collettivo che
i saggi dell’ultimo Concilio vollero cercare di diffondere tra i fedeli è molto
lontana dall’essere realizzata. In particolare essi presero come riferimento un
modello di laico di fede che è ancora largamente minoritario e per di più visto
con molta diffidenza. Esso può vedersi impersonato nel filosofo francese
Jacques Maritain (1882-1973), al quale l’8 dicembre 1965, a chiusura dei loro
lavori, consegnarono il loro messaggio agli uomini di pensiero e di scienza. Quale fu? Eccolo:
“Anche
per voi abbiamo dunque un messaggio, ed è questo: continuate a cercare, senza
stancarvi, senza mai disperare della verità! Ricordate le parole di uno dei
vostri grandi amici, sant’Agostino: “Cerchiamo con il desiderio di trovare, e
troviamo con il desiderio di cercare ancora”. Felici coloro che, possedendo la
verità, la continuano a cercare per rinnovarla, per approfondirla, per donarla
agli altri. Felici coloro che, non avendola trovata, camminano verso essa con
cuore sincero: che essi cerchino la luce del domani con la luce d’oggi, fino
alla pienezza della luce!
Ma non dimenticatelo: se il pensare è una grande cosa, pensare è
innanzitutto un dovere; guai a chi chiude volontariamente gli occhi alla luce!
Pensare è anche una responsabilità: guai a coloro che oscurano lo spirito con i
mille artifici che lo deprimono, l’inorgogliscono, l’ingannano, lo deformano!
Qual è il principio di base per uomini di scienza, se non sforzarsi di pensare
giustamente?
Per questo, senza turbare i vostri passi, senza accecare i vostri
sguardi, noi vogliamo offrirvi la luce della nostra lampada misteriosa: la
fede. Colui che ce l’ha affidata è il Maestro sovrano del pensiero, colui di
cui noi siamo gli umili discepoli, il solo che abbia detto e potuto dire: “Io
sono la luce del mondo, io sono la via, la verità e la vita”.
Questa parola vi riguarda. Forse mai, grazie a Dio, è apparsa così
bene come oggi la possibilità d’un accordo profondo fra la vera scienza e la
vera fede, l’una e l’altra a servizio dell’unica verità. Non impedite questo
prezioso incontro! Abbiate fiducia nella fede, questa grande amica
dell’intelligenza! Rischiaratevi alla sua luce per afferrare la verità, tutta
la verità! Questo è l’augurio, l’incoraggiamento, la speranza che vi esprimono,
prima di separarsi, i Padri del mondo intero, riuniti in Concilio a Roma.”
Il principale contributo di Maritain all’evoluzione del pensiero in
materia di fede era stato nel campo della politica, ponendo le basi per una
definitiva conciliazione tra umanesimo di fede e democrazia. Su queste basi il
cristianesimo democratico aveva contribuito in modo rilevantissimo a
riorganizzare l’Europa dopo il crollo dei regimi politici fascisti, che avevano
proposto un altro tipo di conciliazione. Ed è proprio in questo
campo che rimangono i problemi più rilevanti, che ciclicamente emergono. Come
ad esempio ieri, con lo spettacolare e scioccante intervento del presidente dei
vescovi italiani nell’organizzazione interna del lavoro legislativo del Senato
della Repubblica, reclamando il voto segreto nelle votazioni sul disegno di
legge sulle unioni civili omosessuali e le convivenze di fatto. E’ una presa di
posizione di un alto capo religioso che delegittima la partecipazione
democratica delle persone di fede alla vita della nazione, inducendo il
sospetto di legami di sudditanza trasversali di parlamentari sensibili agli
appelli dei vescovi che, non avendo cuore di manifestarsi palesemente,
potrebbero determinare l’esito di una votazione a voto segreto. In questo
quadro a poco valgono le proteste di autonomia di un laico di fede. E’ difficile credere che uno come lui, che
accetta la docilità in
religione, abbia il capo dei vescovi come
avversario politico. Perché di questo propriamente si tratta. Eppure bisogna
avere la forza morale e la determinazione di esserlo, se si dissente in
coscienza, perché quella del capo dei vescovi italiani è stata una indebita
invasione di campo in uno spazio riservato allo spazio della democrazia
politica, una grave lesione del principio costituzionale dell’indipendenza e
sovranità della Repubblica dai poteri religiosi. Non averle avute favorì, negli
anni Venti e Trenta del secolo scorso, la compromissione dei nostri capi
religiosi con i regimi fascisti europei, in particolare la conclusione dei concordati, ritenuti oggi disonorevoli da
molti, del Ventinove con il regime fascista italiano e del Trentatré con quello
nazista. In genere oggi li si giustifica nell’ottica della prevenzione del male
peggiore, come casi di forza maggiore. In realtà si poteva essere diversi. Ma
non lo si fu e la responsabilità maggiore ricade sulle gente di fede, che all’epoca
era maggioritaria in Europa. I battezzati si piegarono a cose tremende e i loro
capi religiosi non li prevennero in questo. Oggi ci si meraviglia che ciò sia
accaduto e lo si spiega con lo spirito dei tempi: ma furono tempi relativamente
vicini a nostri. Non parliamo dell’antichità biblica, ma della storia
contemporanea. Quei tempi sono ancora,
in fondo, i nostri tempi.
Si ricorda di solito che il mondo moderno, in un travagliato processo
storico, ha affrontato e superato faticosamente tre grandi forme di discriminazione
sociale: quella verso i neri, verso le donne e verso gli ebrei. Come è
evidente, si tratta di un processo non ancora portato a termine, anche nelle
società occidentali più avanzate. In questi ultimi decenni esso sta riguardando
anche un’altra categoria di discriminati sociali: gli omosessuali. E’ questo il
senso del dibattito parlamentare in corso in questi giorni, sul quale la linea
dei nostri capi religiosi è quella di continuare a limitare i diritti sociali
delle persone omossessuali, in una materia molto importante dell’esistenza,
quella della famiglia. E questo nonostante che il magistero abbia
sostanzialmente revocato l’antica condanna che colpiva le persone omosessuali
come tali, su basi bibliche. Le si accetta come persone, ma le si accetta solo
come persone minorate, private dell’esercizio della sessualità a loro proprio,
che continua ad essere ritenuto immorale. In religione esse dovrebbero fare la
stessa scelta dei preti, non per vocazione però ma per condanna di natura. La
teologia maggioritaria non sembra essere riuscita ad andare oltre. E’ una
sistemazione che appare contraddittoria anche in materia di fede e che non può
essere accettata quando si tratta di stabilire le leggi della comunità civile,
di una collettività che comprende credenti e non credenti e in cui, secondo i
nostri vescovi, i credenti sono addirittura minoranza. Volerla imporre a tutti
appare come un atto di prepotenza. Cercare di imporla a tutti facendo leva su
fedeltà inconfessabili che emergerebbero nel voto segreto lo fa apparire ancor
più come tale.
Se ricercare è lecito e
doveroso per un laico di fede, non è detto che si giunga tutti alla stesse
conclusioni. Questo è anche il cuore della democrazia politica. Ma è ciò che è ancora
difficile da accettare per i nostri capi religiosi. E infatti su certi temi non si discute nelle nostre collettività religiose, come
invece i saggi del concilio auspicarono che si facesse. Il modello di laico adulto, capace di rendere ragione delle sue
scelte e di assumersene apertamente la responsabilità, è considerato ancora una
forma di indisciplina, di infedeltà. Sembra preferito quello di colui che va
dove gli si dice di andare e quando glielo si dice, per fare massa, e fa e dice quello che è scritto nel copione che gli
viene messo in mano, come accade nei grandi
eventi organizzati ciclicamente dai
nostri capi religiosi. E che quando si tratta di scegliere tra la fedeltà alla
propria coscienza e quella ai suoi capi religiosi, nell’ombra, nel segreto dell’urna,
tradisce la prima per compiacere i secondi. Questo modo di procedere è però
fatale alla credibilità democratica del laicato di fede.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli