Convivere
nella diversità
[dalla
rubrica Satira preventiva, di Michele
Serra - L’Espresso n.7/2016]
L’incontro tra papa Francesco e il patriarca
ortodosso Kyril segna una svolta storica tra le due confessioni. I teologi
ritenevano insuperabili le profonde differenze tra cattolici e ortodossi, le
più rilevanti delle quali sono la rotazione del turibolo per diffondere l’incenso
(in senso orario per i cattolici, antiorario per gli ortodossi) e le dimensioni
ideali dell’icona sacra: per gli ortodossi rigorosamente 80x60 e rispettando la
formula pittorica “volto gramo su sfondo dorato”; per i cattolici romani, più
secolarizzati, valgono anche i formati più diffusi a Porta Portese, nonché i
souvenir in vendita in via della Conciliazione.
Nel contributo “Una società a monopolio cattolico davanti all’inatteso pluralismo
religioso”, pubblicato in Rapporto
sull’analfabetismo religioso in Italia, a cura di Alberto Melloni, Il
Mulino, 2014, €38,00, Enzo Pace riferisce che, secondo statistiche affidabili,
in Italia vi sono immigrati di 189
diverse nazionalità. Ciascuna di esse esprime diversi modelli di vita
religiosa e di famiglia. Le religioni,
in questo contesto, dice Pace, sono vissute innanzi tutto come abiti
del cuore, come marcatrici di identità sociali, più che come proposte di
verità universali. Anche la nostra fede sta virando verso quella dimensione,
come ad esempio nelle manifestazioni di qualche tempo fa in cui si sono
brandite minacciosamente statuine del presepe contro le autorità scolastiche
che volevano far rispettare il principio di imparzialità religiosa nella scuola
pubblica.
Alcuni costumi religiosi degli immigrati
coincidono con il modello maschilista ed autoritario che viene visto con favore
da una parte della nostra gente di fede e anche da una parte importante dei
nostri capi religiosi. La tentazione, allora, è di stringere alleanze per
realizzare una sorta di Internazionale
religiosa reazionaria in materia di
famiglia.
Si sa bene infatti che il mezzo milione
scarso che si è riusciti faticosamente a radunare qualche giorno fa al Circo
Massimo, qui a Roma, è più o meno tutto quello che c’è in Italia con quella
tendenza in materia di famiglia. Ma gli italiani, e soprattutto i nuovi
italiani, complessivamente sono molti di più.
In realtà degli immigrati e delle altre fedi
religiose presenti in Italia sappiamo poco nelle nostre collettività di fede.
Si parla, per questo, di analfabetismo
religioso, che non riguarda quindi solo la nostra fede. Ma chi ha tempo
per approfondire? Penso che, facendolo, certi modelli familiari maschilisti
dell’Africa e dell’Oriente ci risulterebbero insopportabili.
Ieri, nello studio del mio dentista, mi è
capitato tra le mani un vecchio numero della rivista Vita e Pensiero, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, in cui
una filosofa (non ho fatto a tempo ad appuntarmi il nome, ma lo farò venerdì
prossimo alla visita di controllo) spiegava che, anche sulla base della nostra
fede, si è storicamente costruita l’immagine dell’essere umano sul modello dell’uomo,
del maschio. Nei nostri testi sacri ci sono due racconti della creazione degli
esseri umani. Nel primo si narra che vennero creati a immagine del Creatore,
maschi e femmine, contemporaneamente. Nel secondo viene creato per primo il
maschio, l’uomo, e poi, da una parte di lui, la femmina la donna. In quest’ultimo contesto la donna è
presentata come un essere in funzione dell’uomo, un aiuto a lui corrispondente, perché l’uomo non fosse solo. Il nostro
pensiero religioso delle origini si è mosso, del resto secondo i costumi dell’antico
ebraismo in cui originò, sviluppando l’idea della donna funzionale all’uomo. La
studiosa che ho citato, ricordava, ad esempio che Paolo di Tarso definiva l’uomo
gloria del suo Creatore e la donna invece come gloria dell’uomo. Si legge, infatti, nella prima lettera di san
Paolo apostolo ai Corinzi, 11,7-10:
L’uomo non deve coprirsi il capo,
essendo immagine e gloria di Dio, mentre la donna è gloria dell’uomo. Poiché
non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per
la donna, ma la donna per l’uomo. Per
questo la donna deve portare un segno di dipendenza sul capo, a motivo degli
angeli.
Avverto che la teologia della nostra fede, nelle
sue varie confessioni, ragionando su brani come questo della letteratura di
Paolo di Tarso, è riuscita a depurarli del potenziale maschilista che essi
contengono e che è del tutto inaccettabile nella nostra cultura occidentale
contemporanea. Ma ci sono ancora quelli che vorrebbero prenderli alla lettera.
Essi si potrebbero allora trovare in buona compagnia con quegli immigrati i quali, secondo i loro
costumi sociali e religiosi, pretendono di imporre
il velo alle loro donne, anche quando queste ultime vorrebbero adeguarsi ai
costumi italiani che non lo impongono.
In effetti in Italia si osservano diversi
modelli maschilisti su base religiosa, in particolare diversi tipi di maschi
dominanti.
Nelle nostre collettività di fede nazionali
essi mi sembrano impersonati e propagandati, non di rado, da omoni in sovrappeso che nella loro
pinguedine manifestano anche un qualche aspetto materno. Un modello diverso
dall'uomo barbuto e nerboruto proposto come capo famiglia naturale secondo i costumi culturali e religiosi degli immigrati
del Vicino Oriente.
Tutti i modelli maschilisti della famiglia
sono accomunati dall'idea di una gerarchia naturale per cui il maschio deve essere il
capo della famiglia. Essa contrasta con il nostro
diritto civile, è illegale. Contrasta anche con il lungo e travagliato processo
culturale e sociale di emancipazione,
liberazione e promozione della donna, che nell'Europa occidentale si è sviluppato
da metà Ottocento. Infatti da quell'ideologia maschilista consegue che la donna è per natura destinata ad essere sottomessa all'uomo, a
vivere in funzione di lui.
Oltre alle donne, sono vittime di questo
modello familiare gerarchico anche i figli nati da quei papà e da quelle mamme. In certe culture degli immigrati
in Italia, i figli, ma soprattutto le figlie, che vogliono emanciparsi e
liberarsi da quella soggezione familiare rischiano molto, a volte anche la
vita.
Quando talvolta leggo, e sento gridare, che un bambino ha diritto a una mamma e
un papà, mi viene in mente che, in realtà, si vuole affermare che un
bambino che non ha una
mamma e un papà corrispondenti a quel modello familiare, non ha diritto di
essere un bambino, non deve esistere. E’
l’argomento con cui, in fondo, si vuole rifiutare l’adozione del figliastro
(questo significa stepchild: il figlio naturale di solo uno dei coniugi) alle coppie
omosessuali. Un bambino non può esistere come figlio di certi genitori, anche se di fatto lo
è, perché è nato dal loro amore, anche se non da loro biologicamente, e quei genitori si prendono cura di lui, al mondo in cui ci si attende che lo facciano una mamma e un papà.
Siamo esseri naturali, discendiamo
biologicamente da due gameti, dall’interazione di due cellule sessuali prodotte dagli organi
genitali di un maschio umano e di una femmina umana. Ci sviluppiamo
biologicamente in un utero di donna, da cui emergiamo alla vita autonoma. Una mamma e un papà
però sono molto più di questo. Non è
però la natura a dire ad un uomo come essere papà e a una donna come
essere madre. Infatti in
natura, tra gli umani, vi sono moltissimi modelli di papà e di mamma: ce lo insegna l’antropologia. Uno
di essi è il modello dell’omone pingue un po’ materno che nelle nostre
collettività ci vuole insegnare, con agganci religiosi, ad essere padri gerarchici e madri
sottomesse. Un altro è quello che io e mia moglie abbiamo impersonato nella
nostra famiglia. Qual è il migliore? Non è una questione che mi appassiona. L’importante
è che non mi si venga a dire che quell’altro è l’unico praticabile in
religione. Non è così perché “Dio
creò gli uomini secondo la sua immagine; / a immagine di Dio li creò; / maschio
e femmina li creò” [Gen 1, 27] e
dunque, concludono i teologi, anche la
persona umana femmina è immagine del suo Creatore.
L’inattesa prossimità di tanti modelli
religiosi e familiari produce, e produrrà sempre più in futuro, una interazione
tra di essi. Penso che essa si farà sentire in particolare sulla questione
femminile. Il processo di emancipazione vissuto dalle europee, e dalle donne
vissute in aree dei colonizzazione europea, sta coinvolgendo le immigrate e
anche masse femminili che vivono in Oriente e in Africa, in culture
maschiliste, ma che hanno accesso allo scambio culturale mediante il WEB e
altri veicoli di cultura. Daranno la linea quelle religioni che sapranno dare
una risposta culturale e cultuale a questo processo. La via dell’Internazionale religiosa reazionaria è senza futuro.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli