sabato 13 febbraio 2016

Convivere nella diversità

Convivere nella diversità

[dalla rubrica Satira preventiva, di Michele Serra - L’Espresso  n.7/2016]

 L’incontro tra papa Francesco e il patriarca ortodosso Kyril segna una svolta storica tra le due confessioni. I teologi ritenevano insuperabili le profonde differenze tra cattolici e ortodossi, le più rilevanti delle quali sono la rotazione del turibolo per diffondere l’incenso (in senso orario per i cattolici, antiorario per gli ortodossi) e le dimensioni ideali dell’icona sacra: per gli ortodossi rigorosamente 80x60 e rispettando la formula pittorica “volto gramo su sfondo dorato”; per i cattolici romani, più secolarizzati, valgono anche i formati più diffusi a Porta Portese, nonché i souvenir in vendita in via della Conciliazione.

 Nel contributo “Una società a monopolio cattolico davanti all’inatteso pluralismo religioso”, pubblicato in Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia, a cura di Alberto Melloni, Il Mulino, 2014, €38,00, Enzo Pace riferisce che, secondo statistiche affidabili, in Italia vi sono  immigrati di 189 diverse nazionalità. Ciascuna di esse esprime diversi modelli di vita religiosa  e di famiglia. Le religioni, in questo contesto, dice Pace, sono vissute innanzi tutto come  abiti del cuore, come marcatrici di identità sociali, più che come proposte di verità universali. Anche la nostra fede sta virando verso quella dimensione, come ad esempio nelle manifestazioni di qualche tempo fa in cui si sono brandite minacciosamente statuine del presepe contro le autorità scolastiche che volevano far rispettare il principio di imparzialità religiosa nella scuola pubblica.
 Alcuni costumi religiosi degli immigrati coincidono con il modello maschilista ed autoritario che viene visto con favore da una parte della nostra gente di fede e anche da una parte importante dei nostri capi religiosi. La tentazione, allora, è di stringere alleanze per realizzare una sorta di Internazionale religiosa  reazionaria in materia di famiglia.
  Si sa bene infatti che il mezzo milione scarso che si è riusciti faticosamente a radunare qualche giorno fa al Circo Massimo, qui a Roma, è più o meno tutto quello che c’è in Italia con quella tendenza in materia di famiglia. Ma gli italiani, e soprattutto i  nuovi italiani, complessivamente sono molti di più.
 In realtà degli immigrati e delle altre fedi religiose presenti in Italia sappiamo poco nelle nostre collettività di fede. Si parla, per questo, di analfabetismo religioso, che non riguarda quindi solo la nostra  fede. Ma chi ha tempo per approfondire? Penso che, facendolo, certi modelli familiari maschilisti dell’Africa e dell’Oriente ci risulterebbero insopportabili.
  Ieri, nello studio del mio dentista, mi è capitato tra le mani un vecchio numero della rivista Vita e Pensiero, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, in cui una filosofa (non ho fatto a tempo ad appuntarmi il nome, ma lo farò venerdì prossimo alla visita di controllo) spiegava che, anche sulla base della nostra fede, si è storicamente costruita l’immagine dell’essere umano sul modello dell’uomo, del maschio. Nei nostri testi sacri ci sono due racconti della creazione degli esseri umani. Nel primo si narra che vennero creati a immagine del Creatore, maschi e femmine, contemporaneamente. Nel secondo viene creato per primo il maschio, l’uomo, e poi, da una parte di lui, la femmina la donna.  In quest’ultimo contesto la donna è presentata come un essere  in funzione  dell’uomo, un  aiuto a lui corrispondente,  perché l’uomo non fosse solo. Il nostro pensiero religioso delle origini si è mosso, del resto secondo i costumi dell’antico ebraismo in cui originò, sviluppando l’idea della donna funzionale  all’uomo. La studiosa che ho citato, ricordava, ad esempio che Paolo di Tarso definiva l’uomo gloria  del suo Creatore e la donna invece come gloria dell’uomo.  Si legge, infatti, nella prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi, 11,7-10:
L’uomo non deve coprirsi il capo, essendo immagine e gloria di Dio, mentre la donna è gloria dell’uomo. Poiché non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna  per l’uomo. Per questo la donna deve portare un segno di dipendenza sul capo, a motivo degli angeli.
 Avverto che la teologia della nostra fede, nelle sue varie confessioni, ragionando su brani come questo della letteratura di Paolo di Tarso, è riuscita a depurarli del potenziale maschilista che essi contengono e che è del tutto inaccettabile nella nostra cultura occidentale contemporanea. Ma ci sono ancora quelli che vorrebbero prenderli alla lettera. Essi si potrebbero allora trovare in buona compagnia con  quegli immigrati i quali, secondo i loro costumi sociali e religiosi, pretendono di imporre il velo alle loro donne, anche quando queste ultime vorrebbero adeguarsi ai costumi italiani che non lo impongono.
 In effetti in Italia si osservano diversi modelli maschilisti su base religiosa, in particolare diversi tipi di maschi dominanti.
  Nelle nostre collettività di fede nazionali essi mi sembrano impersonati e propagandati, non di rado,  da omoni in sovrappeso che nella loro pinguedine manifestano anche un qualche aspetto materno. Un modello diverso dall'uomo barbuto e nerboruto proposto come capo famiglia naturale secondo i costumi culturali e religiosi degli immigrati del Vicino Oriente.
 Tutti i modelli maschilisti della famiglia sono accomunati dall'idea di una gerarchia  naturale per cui il maschio deve essere il capo  della famiglia. Essa contrasta con il nostro diritto civile, è illegale. Contrasta anche con il lungo e travagliato processo culturale e sociale di emancipazione, liberazione  e promozione della donna, che nell'Europa occidentale si è sviluppato da metà Ottocento.  Infatti da quell'ideologia maschilista consegue che la donna è per natura  destinata ad essere sottomessa all'uomo, a vivere  in funzione  di lui.
  Oltre alle donne, sono vittime di questo modello familiare gerarchico anche i figli nati da quei papà  e da quelle mamme. In certe culture degli immigrati in Italia, i figli, ma soprattutto le figlie, che vogliono emanciparsi e liberarsi da quella soggezione familiare rischiano molto, a volte anche la vita.
Quando talvolta leggo, e sento gridare, che un bambino ha diritto a una mamma e un papà, mi viene in mente che, in realtà, si vuole affermare che un bambino che  non ha una mamma e un papà corrispondenti a quel modello familiare, non ha diritto di essere un bambino, non deve esistere.  E’ l’argomento con cui, in fondo, si vuole rifiutare l’adozione del figliastro (questo significa  stepchild: il figlio naturale di solo uno dei coniugi) alle coppie omosessuali.   Un bambino non può esistere come figlio di certi genitori,  anche se di fatto  lo è, perché è nato dal loro amore, anche se non da loro biologicamente, e quei genitori si prendono  cura di lui, al mondo in cui ci si attende che lo facciano una mamma e un papà. 
 Siamo esseri naturali, discendiamo biologicamente da due gameti, dall’interazione di  due cellule sessuali prodotte dagli organi genitali di un maschio umano e di una femmina umana. Ci sviluppiamo biologicamente in un utero di donna, da cui emergiamo alla vita autonoma. Una mamma  e un papà  però sono molto più di questo. Non è però la natura a dire ad un uomo come essere papà  e a una donna come essere madre. Infatti  in natura, tra gli umani, vi sono moltissimi modelli di papà  e di mamma: ce lo insegna l’antropologia. Uno di essi è il modello dell’omone pingue un po’ materno che nelle nostre collettività ci vuole insegnare, con agganci religiosi, ad essere padri gerarchici  e madri sottomesse. Un altro è quello che io e mia moglie abbiamo impersonato nella nostra famiglia. Qual è il migliore? Non è una questione che mi appassiona. L’importante è che non mi si venga a dire che quell’altro è l’unico praticabile  in religione. Non è così perché “Dio creò gli uomini secondo la sua immagine; / a immagine di Dio li creò; / maschio e femmina li creò” [Gen 1, 27] e  dunque, concludono i teologi,  anche la persona umana femmina è immagine del suo Creatore.
  L’inattesa prossimità di tanti modelli religiosi e familiari produce, e produrrà sempre più in futuro, una interazione tra di essi. Penso che essa si farà sentire in particolare sulla questione femminile. Il processo di emancipazione vissuto dalle europee, e dalle donne vissute in aree dei colonizzazione europea, sta coinvolgendo le immigrate e anche masse femminili che vivono in Oriente e in Africa, in culture maschiliste, ma che hanno accesso allo scambio culturale mediante il WEB e altri veicoli di cultura. Daranno la linea quelle religioni che sapranno dare una risposta culturale e cultuale a questo processo. La via dell’Internazionale religiosa reazionaria  è senza futuro.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli