mercoledì 10 febbraio 2016

"Dio ama gli alieni?”

“Dio ama gli alieni?”

 Da un bambino del catechismo per la Prima Comunione, che va alle elementari, ci possiamo sentir chiedere se Dio ama gli alieni. E' capitato.
  La questione è stata affrontata in teologia fin dal Duecento e quindi  la tentazione è quella di parlarne con quello spirito. Il fulcro del ragionamento che verrà allora proposto è che se Dio li ha creati, gli alieni, allora li ama.
 Ma è questo che si aspetta da noi un bambino di quell’età?
 Nella domanda “Dio ama gli alieni?” ci sono diversi aspetti critici.
 Il primo è che nessuno ha mai visto, se non al cinema o in televisione, un alieno, vale a dire un extraterrestre, nemmeno a livello di microorganismo, lombrico, insomma di esseri viventi molto semplici.
 Il secondo è che nessuno di noi ha mai visto Dio.
 Il terzo è che, quando si parla di amore, l’esperienza che di esso ha un adulto è molto diversa da quella di un bambino delle elementari, il quale sta scoprendo l’amicizia e non conosce l’amore sessuale.
 Anch’io feci domande del genere ai vari tipi di maestri a cui fui affidato alle elementari. Ma non mi aspettavo che cominciassero a tirarmi fuori la teologia. Volevo metterli alla prova, per vedere se erano sinceri.
 Un bambino delle elementari, ci dicono gli psicologi, vive nella fase del realismo critico, cerca di spiegarsi realisticamente ciò che vede nel mondo intorno a sé, per imparare a muovercisi dentro. Quindi non vuole che gli si raccontino storie fantasiose, che comincerà ad apprezzare all’età delle medie.
  Non tutto ciò che esiste ha una spiegazione teologica convincente,  nonostante tutti gli sforzi degli specialisti. E, se non ci riescono loro, può riuscirci un genitore o un catechista, a anche un maestro?
 Penso quindi che si debba, sulla questione alieni, cominciare da una franca ammissione della  realtà: nessuno di noi ha mai visto un alieno, né chi insegna né il bambino che domanda. Di questo il bambino è consapevole, perché ha l’età per esserlo. Dunque io a quella domanda gli risponderei: “Io  non ho mai visto un alieno, ma quando tu ne vedi uno domandaglielo e poi vienimi a riferire ciò che ti ha detto”.
  Poi si potrebbe chiedere al bambino che cosa significa per lui  amare. Se ricordo bene come ero da bambino, vedrete che per lui amare  significa essenzialmente  essere amato, essere oggetto  di amore, e allora prenderà a modello dell’amore quello che per lui hanno i genitori e i nonni o altri parenti di riferimento, insomma le persone a cui è affidato, dalle quali dipende, e che gli dimostrano benevolenza, lo nutrono, lo vestono, lo curano, lo accompagnano mostrandogli simpatia. Man mano che si cresce l’amore diventa prevalentemente qualcosa di altro, come noi adulti sappiamo, per poi tornare ad essere anche ciò che era da bambini quando si invecchia molto o ci si ammala gravemente.
 Infine la questione Dio. Dobbiamo cercare di rendere l’idea, religiosa, che non è mai distante da  noi, anche se non si vede. Questo significa  “in cielo, in terra e in ogni luogo”. Perché non si fa vedere? Perché,  se ci ama, sembra abbandonarci nelle difficoltà? Succedono cose brutte e lui non interviene. Su temi come questi la teologia si è affannata a cercare spiegazioni, ma al dunque conclude che è tutto un mistero. Questa faccenda del mistero  mi era piuttosto oscura da bambino, non ne uscivo soddisfatto. Ma non volevo nemmeno che mi inventassero delle storie.
   Quando facevo le elementari a mia madre fu diagnosticata la leucemia. Vidi però che tutti intorno a lei, mio padre, i parenti, gli amici, e lei stessa, facevano ciò che dovevano, preparandosi realisticamente a ciò che poteva accadere, e rimasi tranquillo. Non ebbi bisogno di conforti religiosi, non li cercai nemmeno. Non feci una colpa a Dio di ciò che stava succedendo. Il mio Akela mi scriveva e non ricordo più che cosa. Ma il senso era che un lupetto  in cose del genere cerca di fare  il suo meglio.  Mia madre sopravvisse e vive ancora. E se fosse morta? Non è un’esperienza che ho fatto e dunque non so come avrei reagito. Posso dire che l’idea che ognuno facesse ciò che doveva e che comunque non sarei stato lasciato solo mi tranquillizzava.
 Quell’esperienza fu vissuta dalle mie figlie alle elementari, durante le varie fasi della mia malattia. Anch’io sono sopravvissuto. La differenza è stata che avevano intorno a loro molti meno parenti di quelli che avevo io alla loro età. Ma, facendo tesoro della mia esperienza di bambino, ho cercato di organizzare ciò che stava accadendo secondo l’impostazione che con me aveva funzionato.
 Ho trovato il senso religioso di quello che ho raccontato? No, non l’ho trovato. Ma da adulto mi sono familiarizzato con l’idea di mistero, di esperienze che superano la nostra capacità di comprensione, di spiegazione, anche secondo la fede.
  Ma fin da bambino ho acquisito la capacità di pregare. Nella mia preghiera ho assunto un atteggiamento protettivo verso Dio e può apparire paradossale. Tuttavia riflette la mia particolare esperienza di sofferenza. Cerco di rassicurarlo che rimarrò suo amico e che continuerò ad occuparmi di lui, qualunque cosa accada. E’ un Dio che ha molto sofferto, il nostro, e penso che non gli dispiaccia di avere un buon amico in me.
“Vi ho chiamato amici”: è un detto del Fondatore. Un bambino delle elementari, che sta scoprendo la possibilità di farsi degli amici, può anche scoprire questo particolare tipo di amicizia, quella con Dio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli