“Dio ama gli alieni?”
Da un bambino del catechismo per la Prima
Comunione, che va alle elementari, ci possiamo sentir chiedere se Dio ama gli
alieni. E' capitato.
La questione è stata affrontata in teologia fin dal Duecento e quindi la tentazione è quella di parlarne con
quello spirito. Il fulcro del ragionamento che verrà allora proposto è che se
Dio li ha creati, gli alieni, allora li ama.
Ma è questo che si aspetta da noi un bambino
di quell’età?
Nella domanda “Dio ama gli alieni?” ci sono
diversi aspetti critici.
Il primo è che nessuno ha mai visto, se non al
cinema o in televisione, un alieno, vale a dire un extraterrestre, nemmeno a
livello di microorganismo, lombrico, insomma di esseri viventi molto semplici.
Il secondo è che nessuno di noi ha mai visto
Dio.
Il terzo è che, quando si parla di amore, l’esperienza che di esso ha un
adulto è molto diversa da quella di un bambino delle elementari, il quale sta
scoprendo l’amicizia e non conosce l’amore sessuale.
Anch’io feci domande del genere ai vari tipi
di maestri a cui fui affidato alle elementari. Ma non mi aspettavo che
cominciassero a tirarmi fuori la teologia. Volevo metterli alla prova, per
vedere se erano sinceri.
Un bambino delle elementari, ci dicono gli
psicologi, vive nella fase del realismo
critico, cerca di spiegarsi realisticamente
ciò che vede nel mondo intorno a sé, per imparare a muovercisi dentro. Quindi
non vuole che gli si raccontino storie fantasiose, che comincerà ad apprezzare
all’età delle medie.
Non tutto ciò che esiste ha una spiegazione teologica convincente, nonostante tutti gli sforzi degli
specialisti. E, se non ci riescono loro, può riuscirci un genitore o un catechista,
a anche un maestro?
Penso quindi che si debba, sulla questione
alieni, cominciare da una franca ammissione della realtà: nessuno di noi ha
mai visto un alieno, né chi insegna né il bambino che domanda. Di questo il
bambino è consapevole, perché ha l’età per esserlo. Dunque io a quella domanda gli
risponderei: “Io non ho mai visto un
alieno, ma quando tu ne vedi uno domandaglielo e poi vienimi a riferire ciò che
ti ha detto”.
Poi si potrebbe chiedere al bambino che cosa significa per lui amare.
Se ricordo bene come ero da bambino, vedrete che per lui amare significa
essenzialmente essere amato, essere oggetto di amore, e allora
prenderà a modello dell’amore quello che per lui hanno i genitori e i nonni o
altri parenti di riferimento, insomma le persone a cui è affidato, dalle quali
dipende, e che gli dimostrano benevolenza, lo nutrono, lo vestono, lo curano,
lo accompagnano mostrandogli simpatia. Man mano che si cresce l’amore diventa
prevalentemente qualcosa di altro, come noi adulti sappiamo, per poi tornare ad
essere anche ciò che era da bambini quando si invecchia molto o ci si ammala
gravemente.
Infine la questione Dio. Dobbiamo cercare di
rendere l’idea, religiosa, che non è mai distante da noi, anche se non si vede. Questo significa “in
cielo, in terra e in ogni luogo”. Perché non si fa vedere? Perché, se ci
ama, sembra abbandonarci nelle difficoltà? Succedono cose brutte e lui non
interviene. Su temi come questi la teologia si è affannata a cercare
spiegazioni, ma al dunque conclude che è tutto un mistero. Questa faccenda del mistero
mi era piuttosto oscura da bambino,
non ne uscivo soddisfatto. Ma non volevo nemmeno che mi inventassero delle
storie.
Quando facevo le elementari a mia madre fu diagnosticata la leucemia.
Vidi però che tutti intorno a lei, mio padre, i parenti, gli amici, e lei
stessa, facevano ciò che dovevano, preparandosi realisticamente a ciò che
poteva accadere, e rimasi tranquillo. Non ebbi bisogno di conforti religiosi,
non li cercai nemmeno. Non feci una colpa a Dio di ciò che stava succedendo. Il
mio Akela mi scriveva e non ricordo più che cosa. Ma il senso era che un lupetto in cose del genere cerca di fare il
suo meglio. Mia madre sopravvisse e
vive ancora. E se fosse morta? Non è un’esperienza che ho fatto e dunque non so
come avrei reagito. Posso dire che l’idea che ognuno facesse ciò che doveva e
che comunque non sarei stato lasciato solo mi tranquillizzava.
Quell’esperienza fu vissuta dalle mie figlie
alle elementari, durante le varie fasi della mia malattia. Anch’io sono
sopravvissuto. La differenza è stata che avevano intorno a loro molti meno
parenti di quelli che avevo io alla loro età. Ma, facendo tesoro della mia
esperienza di bambino, ho cercato di organizzare ciò che stava accadendo
secondo l’impostazione che con me aveva funzionato.
Ho trovato il senso religioso di quello che ho
raccontato? No, non l’ho trovato. Ma da adulto mi sono familiarizzato con l’idea
di mistero, di esperienze che
superano la nostra capacità di comprensione, di spiegazione, anche secondo la
fede.
Ma fin da bambino ho acquisito la capacità di pregare. Nella mia
preghiera ho assunto un atteggiamento protettivo verso Dio e può apparire
paradossale. Tuttavia riflette la mia particolare esperienza di sofferenza.
Cerco di rassicurarlo che rimarrò suo amico e che continuerò ad occuparmi di
lui, qualunque cosa accada. E’ un Dio che ha molto sofferto, il nostro, e penso
che non gli dispiaccia di avere un buon amico in me.
“Vi ho chiamato amici”: è un detto del Fondatore. Un bambino delle
elementari, che sta scoprendo la possibilità di farsi degli amici, può anche
scoprire questo particolare tipo di amicizia, quella con Dio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli