venerdì 19 febbraio 2016

Nascita, vita e fine dei gruppi: l'esigenza di rifondazione

Nascita, vita e fine dei gruppi: l'esigenza di  rifondazione

  Dagli anni Sessanta si è pensato  di rivitalizzare la fede religiosa, che appariva in una fase recessiva, inserendo le persone in collettività molto coese, con relazioni di amicizia e di solidarietà molto intense. Si pensa che sia questo il modo in cui la si viveva alle origini, ai tempi del Fondatore o in quelli immediatamente successivi, anche se le notizie in merito sono piuttosto scarse. Nella letteratura religiosa risalente a quei tempi non si dava molta importanza a questo aspetto.
 Il problema è che collettività di quel tipo, che vengono definite  comunità, per distinguerle dalla massa informe e dalle relazioni istituzionali in senso ampio, come ad esempio quelle che si creano nel convergere in luoghi ordinati secondo certe regole, come un supermercato o una stazione ferroviaria, o nel partecipare ad un mercato o alla vita politica, nascono, si sviluppano e muoiono come le persone fisiche che le compongono. Gli studiosi distinguono tre fasi, quella di aggregazione, che è quella in cui i partecipanti sono coinvolti una particolare condizione emotiva che viene definita di stato nascente, molto intensa, poi quella di  coesione  o di  assestamento e infine quella di erosione,  che porta alla fine del gruppo. Questo processo riguarda anche la famiglia coniugale e i nostri gruppi religiosi. La durata di certi impegni nel tempo viene garantita dandosi una struttura istituzionale, delle regole, che però portano i gruppi a diventare diversi dalle comunità delle origini. Lo possono rimanere attraverso una continua opera di rifondazione. Altrimenti le istituzioni perdono senso, perdono  importanza  e  significato  per la vita delle persone. E’ questo che appunto si fa nella vita coniugale, anche se i nostri capi religiosi e i teologi che li assistono, persone che in genere di questo aspetto della vita umana parlano solo per sentito dire, non riescono ad accettarlo, pur essendone, in genere, ben consapevoli nella cura d’anime. I matrimoni non rimangono fondati solo sul patto originario, sull’impegno iniziale. Vanno rifondati e, quando non si riesce a farlo, semplicemente finiscono, e allora non ci si può fare più nulla, né in terra né, come sembra,  in Cielo. Ma di questo ci si vieta di prendere atto. La dottrina dei nostri capi religiosi su quei temi è  molto lontana dalla realtà della vita coniugale e i consigli che danno in genere valgono a poco, per quanto nell’insieme compongano bella teologia. Questo può dirsi anche per altre forme comunitarie da loro suggerite. In questo campo il problema è che qualunque soluzione che viene proposta dal clero, che attualmente domina le nostre collettività accentrando praticamente ogni potere e funzione, è strutturata intorno al clero stesso e crea quindi comunità clerodipendenti. Fu un problema vissuto nei più effervescenti gruppi parrocchiali degli anni Settanta. Ma che succede in una situazione in cui mancano sacerdoti, come accade ai nostri tempi? Accade che quel lavoro di continua rifondazione  non viene più fatto e allora le collettività di fede non riescono più a vivere bene insieme, a realizzare l’ideale dell’agàpe religiosa. Nell’emergenza si è cercato di supplire, specialmente a Roma dove converge clero in formazione da ogni parte della Terra, con preti stranieri e la loro opera è meritoria e molto utile, ma non riesce ad ottenere ciò che serve veramente, perché non hanno legami forti con la società italiana contemporanea, in cui vivono come potrebbero vivere e lavorare in un qualsiasi altro posto del mondo. Non basta la sola fede e la missione istituzionale? Non basta. Storicamente, in Italia, la vita sociale di fede è stata animata  da pretoni tosti con relazioni molto forti con la società del loro tempo, fortemente impegnati nella vita civile, come lo furono ad esempio Davide Albertario, Romolo Murri, Luigi Maria Sturzo, Primo Mazzolari, il giovane Giovanni Battista Montini, David Turoldo, Ernesto Balducci,   Lorenzo Milani, Giuseppe Dossetti e diversi assistenti generali delle istituzioni di Azione Cattolica.  Possiamo considerare su questa linea anche Luigi Ciotti.
  In che fase si trova la nostra parrocchia?
  Anche la nostra parrocchia, intesa come comunità, ha vissuto diversi cicli, delle ere che possiamo collegare alla presenza dei parroci che si sono succeduti dagli anni Cinquanta. Ha vissuto fasi di coesione  ed assestamento negli anni Sessanta e Settanta e nel corso degli anni Novanta. Fasi di erosione negli anni Ottanta e dall’inizio del nuovo Millennio.  Una considerazione realistica porta a considerarla in fase di  erosione terminale da qualche anno. Così penso sia apparsa al vescovo ausiliare di settore quando venne tra noi in visita pastorale qualche tempo fa. Ecco che allora dalla diocesi ci sono stati mandati in aiuto alcuni nuovi sacerdoti con la missione di indurre una  rifondazione.  Sono state fatte delle innovazioni. Si stanno restaurando gli edifici del complesso parrocchiale, che avevano assunto un aspetto piuttosto diruto.  Si cerca di interagire con la gente del quartiere, che si era  molto allontanata da noi.  Si pensa di utilizzare di più i vasti spazi della parrocchia, che rimangono disabitati per gran parte del giorno. In una parola: si vorrebbe portare di nuovo la gente in parrocchia. Il problema di questa  rifondazione, come di ogni rifondazione, è però quello di renderla autonoma dai preti che saranno riuscita ad indurla, perché non rimanga clerodipendente e, in particolare, perché possa avere in sé la capacità, e innanzi tutto la tradizione, dell’autorifondazione. Questo significa formare ciclicamente, metodicamente, non una volta per tutte ma in un lavoro continuo e costante, dei laici che possano far ripartire  le comunità parrocchiali quando occorre, quando si avvicinano al termine del loro ciclo vitale, anche per il solo fatto che le persone che le compongano crescono di età e le abbandonano, come accade al catechismo.
  I gruppi che motivano di più alla fede, quelli in cui si vivono le relazioni religiose più intense e che vengono definiti come  primari, sono di solito composti da coetanei. E’ fisiologico che, negli anni, i loro membri li abbandonino o che, comunque, si trasformino in qualcos’altro. Da ventenne, nella parrocchia di mia moglie, frequentavamo il gruppo giovani e ancora continuiamo a vederci con gli amici di allora e con il prete gesuita che ci seguiva, ma il gruppo di oggi, composto di persone nell’età di essere nonne, non è la stessa cosa di un tempo.
 Se noi consideriamo la parrocchia come un aggregato di tanti gruppi per fascia di età, ma in realtà non tutti sono organizzati su questa base, allora si può prevedere che una persona, crescendo d’età, passi dall’uno all’altro insieme ai suoi coetanei. Quindi, in particolare, i gruppi giovani  tenderanno a svuotarsi, diventando i suoi membri meno giovani, e i gruppi anziani anche, per la fine biologica delle persone che li compongono. L’esigenza di  rifondazione è insita nei gruppi  primari, a prescindere dall’erosione dovuta ad altri fattori, ad esempio con l’esaurirsi delle attività programmate. L’invecchiamento della nostra parrocchia, frequentata in genere da persone anziane, segnala la mancanza di un ricambio generazionale. Ciò si è fatto  molto evidente nel nostro gruppo di AC.
 A volte l’invecchiamento di una parrocchia corrisponde a quello dell’ambiente sociale in cui vive. Alle Valli non è così. Il quartiere si sta rigenerando, stanno tornando molte giovani famiglie con bambini, attirate dai prezzi degli appartamenti, tornati di nuovo accessibili.
  A partire dall’era inaugurata  dallo scorso ottobre con l’arrivo tra noi del nuovo parroco, stiamo lanciando appelli alla gente del quartiere. Ma il lavoro per coinvolgerla sarà lungo. Bisogna indurre una fase di stato nascente, che coinvolga emotivamente le persone. E’ necessario per attivare una fase di rifondazione. Ma questo richiede una certa disponibilità all’apertura  e a confrontarsi con l’inatteso  e anche  l’incomprensibile, portati dalla gente nuova. Dobbiamo accogliere tutti,  non  fare selezioni. In questo l’istituzione  parrocchia potrebbe essere di ostacolo, sia nella sua componente canonica, perché la parrocchia come ente è regolata da certe regole formali che non possono essere arbitrariamente modificate, ma anche nella componente espressa dai capi dei gruppi che negli anni passati avevano dettato la linea parrocchiale e che ora sono in fase di palese erosione.
 Scrisse il sociologo Francesco Alberoni, in un suo fortunato libro divulgativo  degli anni ’70, Innamoramento e amore, a pag. 89-90:
   L’istituzione ha orrore dello stato nascente. E’ l’unica cosa che teme perché è l’unica cosa che la scuote, col suo solo apparire, dalle fondamenta. Dal punto di vista dell’istituzione, lo stato nascente è, per definizione, l’inatteso. Poiché la sua logica è diversa da quella della vita quotidiana, è l’incomprensibile. Poiché attacca le istituzioni, nel nome dei loro stessi valori accusandole di ipocrisia, è il fanatismo. Poiché rifà il passato e dichiara sciolti i legami e i patti  è il tradimento. Di fronte allo stato nascente, anche il più piccolo, l’istituzione è scossa nelle sue certezze. Riproducendo l’evento da cui essa, l’istituzione, è nata, rivelando allo stato puro le forze che l’alimentano, lo stato nascente crea una situazione di rischio mortale. Tutti i meccanismi sociali, tutta la sapienza della tradizione hanno allora un solo scopo: cercare di spegnerlo, renderlo impossibile. Solo se questa distruzione non riesce, la società cercherà di piegarlo vero forme conosciute e riconosciute. Il fidanzamento, la separazione, il divorzio, il modello dell’amante, la vendetta, il matrimonio sono tutti sbocchi istituzionali di quel particolare tipo di stato nascente che è l’innamoramento. Ma tutto questo viene dopo. All’inizio queste strade non ci sono. L’innamoramento non è nemmeno riconosciuto come tale. Di fronte all’evento che non avrebbe dovuto accadere la società reagisce sempre cercando di far sì che esso non sia, anzi che non sia stato. E per prima cosa gli toglie la voce, lo descrive con le categorie della vita quotidiana, tutte categorie che non gli si addicono. Così facendo porta gli innamorati a definirsi come cosa che non c’è, come qualcosa d’altro da ciò che sono. E se non si definiscono nei suoi termini l’istituzione dichiara la loro esperienza  follia, cosa priva di senso, insensatezza.
  Nelle parole di Alberoni è facile riconoscere l’atteggiamento che le nostre istituzioni religiose hanno assunto sulla questione dell’amore omosessuale e delle famiglie da esso prodotte, di cui tanto si sta discutendo in questi giorni, a seguito del travagliato dibattito parlamentare in Senato sul disegno di legge sulle unioni civili omosessuali e sulle convivenze di fatto.
  Ma anche una  rifondazione parrocchiale può essere viziata da paraocchi ideologici e dal timore di perdere il controllo della situazione. Un rischio, quest’ultimo, sicuramente esistente, ma  che però va corso, se si vuole che il processo abbia successo, e che, di fatto, tutti i veri rifondatori  hanno corso.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli