Nascita,
vita e fine dei gruppi: l'esigenza di rifondazione
Dagli anni Sessanta si è pensato di rivitalizzare la fede religiosa, che
appariva in una fase recessiva, inserendo le persone in collettività molto
coese, con relazioni di amicizia e di solidarietà molto intense. Si pensa che
sia questo il modo in cui la si viveva alle origini, ai tempi del Fondatore o
in quelli immediatamente successivi, anche se le notizie in merito sono
piuttosto scarse. Nella letteratura religiosa risalente a quei tempi non si
dava molta importanza a questo aspetto.
Il problema è che collettività di quel tipo,
che vengono definite comunità, per distinguerle dalla massa
informe e dalle relazioni istituzionali in senso ampio, come ad esempio quelle
che si creano nel convergere in luoghi ordinati secondo certe regole, come un
supermercato o una stazione ferroviaria, o nel partecipare ad un mercato o alla
vita politica, nascono, si sviluppano e muoiono come le persone fisiche che le
compongono. Gli studiosi distinguono tre fasi, quella di aggregazione, che è quella in cui i partecipanti sono coinvolti una
particolare condizione emotiva che viene definita di stato nascente, molto intensa, poi quella di coesione o di assestamento e infine quella di erosione, che porta alla fine del gruppo. Questo
processo riguarda anche la famiglia coniugale e i nostri gruppi religiosi. La
durata di certi impegni nel tempo viene garantita dandosi una struttura
istituzionale, delle regole, che però portano i gruppi a diventare diversi
dalle comunità delle origini. Lo
possono rimanere attraverso una continua opera di rifondazione. Altrimenti le istituzioni perdono senso, perdono importanza e significato per la vita delle persone. E’ questo che
appunto si fa nella vita coniugale, anche se i nostri capi religiosi e i
teologi che li assistono, persone che in genere di questo aspetto della vita
umana parlano solo per sentito dire, non riescono ad accettarlo, pur essendone,
in genere, ben consapevoli nella cura d’anime. I matrimoni non rimangono fondati
solo sul patto originario, sull’impegno iniziale. Vanno rifondati e, quando non si riesce a farlo, semplicemente finiscono, e allora non ci si può fare più
nulla, né in terra né, come sembra, in
Cielo. Ma di questo ci si vieta di prendere atto. La dottrina dei nostri capi
religiosi su quei temi è molto lontana
dalla realtà della vita coniugale e i consigli che danno in genere valgono a
poco, per quanto nell’insieme compongano bella teologia. Questo può dirsi anche
per altre forme comunitarie da loro suggerite. In questo campo il problema è
che qualunque soluzione che viene proposta dal clero, che attualmente domina le
nostre collettività accentrando praticamente ogni potere e funzione, è
strutturata intorno al clero stesso e crea quindi comunità clerodipendenti. Fu un problema vissuto nei più effervescenti gruppi
parrocchiali degli anni Settanta. Ma che succede in una situazione in cui
mancano sacerdoti, come accade ai nostri tempi? Accade che quel lavoro di
continua rifondazione non viene più fatto e allora le collettività
di fede non riescono più a vivere bene insieme, a realizzare l’ideale dell’agàpe religiosa. Nell’emergenza si è
cercato di supplire, specialmente a Roma dove converge clero in formazione da
ogni parte della Terra, con preti stranieri e la loro opera è meritoria e molto
utile, ma non riesce ad ottenere ciò che serve veramente, perché non hanno
legami forti con la società italiana contemporanea, in cui vivono come
potrebbero vivere e lavorare in un qualsiasi altro posto del mondo. Non basta
la sola fede e la missione istituzionale? Non basta. Storicamente, in Italia,
la vita sociale di fede è stata animata da pretoni tosti con relazioni molto forti con
la società del loro tempo, fortemente impegnati nella vita civile, come lo
furono ad esempio Davide Albertario, Romolo Murri, Luigi Maria Sturzo, Primo
Mazzolari, il giovane Giovanni Battista Montini, David Turoldo, Ernesto
Balducci, Lorenzo Milani, Giuseppe Dossetti e diversi
assistenti generali delle istituzioni di Azione Cattolica. Possiamo considerare su questa linea anche
Luigi Ciotti.
In che fase si trova la nostra parrocchia?
Anche la nostra parrocchia, intesa come comunità, ha vissuto diversi cicli,
delle ere che possiamo collegare alla presenza dei parroci che si sono succeduti
dagli anni Cinquanta. Ha vissuto fasi di coesione
ed assestamento negli anni Sessanta e Settanta e nel corso degli anni
Novanta. Fasi di erosione negli anni Ottanta e dall’inizio del nuovo
Millennio. Una considerazione realistica
porta a considerarla in fase di erosione terminale da qualche anno. Così
penso sia apparsa al vescovo ausiliare di settore quando venne tra noi in
visita pastorale qualche tempo fa. Ecco che allora dalla diocesi ci sono stati
mandati in aiuto alcuni nuovi sacerdoti con la missione di indurre una rifondazione. Sono state fatte delle innovazioni. Si stanno
restaurando gli edifici del complesso parrocchiale, che avevano assunto un
aspetto piuttosto diruto. Si cerca di
interagire con la gente del quartiere, che si era molto allontanata da noi. Si pensa di utilizzare di più i vasti spazi
della parrocchia, che rimangono disabitati per gran parte del giorno. In una
parola: si vorrebbe portare di nuovo la gente in parrocchia. Il problema di
questa rifondazione, come di ogni rifondazione, è
però quello di renderla autonoma dai preti che saranno riuscita ad indurla,
perché non rimanga clerodipendente e,
in particolare, perché possa avere in sé la capacità, e innanzi tutto la tradizione, dell’autorifondazione.
Questo significa formare ciclicamente, metodicamente, non una volta per tutte
ma in un lavoro continuo e costante, dei laici che possano far ripartire le comunità parrocchiali quando occorre,
quando si avvicinano al termine del loro ciclo vitale, anche per il solo fatto
che le persone che le compongano crescono di età e le abbandonano, come accade
al catechismo.
I gruppi che motivano di più alla fede,
quelli in cui si vivono le relazioni religiose più intense e che vengono
definiti come primari, sono di solito composti da
coetanei. E’ fisiologico che, negli anni, i loro membri li abbandonino o che,
comunque, si trasformino in qualcos’altro. Da ventenne, nella parrocchia di mia
moglie, frequentavamo il gruppo giovani
e ancora continuiamo a vederci con gli amici di allora e con il prete gesuita
che ci seguiva, ma il gruppo di oggi, composto di persone nell’età di essere
nonne, non è la stessa cosa di un tempo.
Se noi consideriamo la parrocchia come un
aggregato di tanti gruppi per fascia di età, ma in realtà non tutti sono
organizzati su questa base, allora si può prevedere che una persona, crescendo
d’età, passi dall’uno all’altro insieme ai suoi coetanei. Quindi, in
particolare, i gruppi giovani tenderanno a svuotarsi, diventando i suoi
membri meno giovani, e i gruppi anziani
anche, per la fine biologica delle persone che li compongono. L’esigenza di rifondazione è insita nei gruppi primari, a prescindere dall’erosione dovuta ad altri fattori, ad
esempio con l’esaurirsi delle attività programmate. L’invecchiamento della
nostra parrocchia, frequentata in genere da persone anziane, segnala la
mancanza di un ricambio generazionale. Ciò si è fatto molto evidente nel nostro gruppo di AC.
A volte l’invecchiamento di una parrocchia
corrisponde a quello dell’ambiente sociale in cui vive. Alle Valli non è così.
Il quartiere si sta rigenerando, stanno tornando molte giovani famiglie con
bambini, attirate dai prezzi degli appartamenti, tornati di nuovo accessibili.
A partire dall’era inaugurata dallo scorso ottobre con l’arrivo tra noi del
nuovo parroco, stiamo lanciando appelli alla gente del quartiere. Ma il lavoro
per coinvolgerla sarà lungo. Bisogna indurre una fase di stato nascente, che coinvolga emotivamente le persone. E’
necessario per attivare una fase di rifondazione. Ma questo richiede una certa
disponibilità all’apertura e a confrontarsi con l’inatteso e anche l’incomprensibile,
portati dalla gente nuova. Dobbiamo accogliere
tutti, non fare selezioni. In questo l’istituzione parrocchia potrebbe essere di ostacolo, sia
nella sua componente canonica, perché la parrocchia come ente è regolata da
certe regole formali che non possono essere arbitrariamente modificate, ma
anche nella componente espressa dai capi dei gruppi che negli anni passati
avevano dettato la linea parrocchiale e che ora sono in fase di palese
erosione.
Scrisse il sociologo Francesco Alberoni, in un
suo fortunato libro divulgativo degli
anni ’70, Innamoramento e amore, a
pag. 89-90:
L’istituzione ha orrore dello stato nascente. E’ l’unica cosa che teme
perché è l’unica cosa che la scuote, col suo solo apparire, dalle fondamenta.
Dal punto di vista dell’istituzione, lo stato nascente è, per definizione, l’inatteso.
Poiché la sua logica è diversa da quella della vita quotidiana, è l’incomprensibile.
Poiché attacca le istituzioni, nel nome dei loro stessi valori accusandole di
ipocrisia, è il fanatismo. Poiché rifà il passato e dichiara sciolti i legami e
i patti è il tradimento. Di fronte allo
stato nascente, anche il più piccolo, l’istituzione è scossa nelle sue
certezze. Riproducendo l’evento da cui essa, l’istituzione, è nata, rivelando
allo stato puro le forze che l’alimentano, lo stato nascente crea una
situazione di rischio mortale. Tutti i meccanismi sociali, tutta la sapienza
della tradizione hanno allora un solo scopo: cercare di spegnerlo, renderlo
impossibile. Solo se questa distruzione non riesce, la società cercherà di
piegarlo vero forme conosciute e riconosciute. Il fidanzamento, la separazione,
il divorzio, il modello dell’amante, la vendetta, il matrimonio sono tutti
sbocchi istituzionali di quel particolare tipo di stato nascente che è l’innamoramento.
Ma tutto questo viene dopo. All’inizio queste strade non ci sono. L’innamoramento
non è nemmeno riconosciuto come tale. Di fronte all’evento che non avrebbe
dovuto accadere la società reagisce sempre cercando di far sì che esso non sia,
anzi che non sia stato. E per prima cosa gli toglie la voce, lo descrive con le
categorie della vita quotidiana, tutte categorie che non gli si addicono. Così
facendo porta gli innamorati a definirsi come cosa che non c’è, come qualcosa d’altro
da ciò che sono. E se non si definiscono nei suoi termini l’istituzione
dichiara la loro esperienza follia, cosa
priva di senso, insensatezza.
Nelle parole di Alberoni è facile riconoscere
l’atteggiamento che le nostre istituzioni religiose hanno assunto sulla
questione dell’amore omosessuale e delle famiglie da esso prodotte, di cui
tanto si sta discutendo in questi giorni, a seguito del travagliato dibattito
parlamentare in Senato sul disegno di legge sulle unioni civili omosessuali e
sulle convivenze di fatto.
Ma anche una rifondazione parrocchiale può essere viziata da paraocchi ideologici e
dal timore di perdere il controllo della situazione. Un rischio, quest’ultimo, sicuramente esistente, ma che però va corso, se si vuole che il processo abbia successo, e che, di fatto,
tutti i veri rifondatori hanno corso.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli