La fede distante
dalla gente
I teologi sono riusciti a costruire una fede lontana dalla gente, per
poi ragionarvi sopra. Questo metodo risale alle origini. E’ stato storicamente
la fonte di molti problemi. Leggiamo i grandi autori del nostro pensiero
religioso dei primi secoli, spesso aspramente polemici, e non vi ritroviamo la
vita comune. Del popolo di fede di allora sappiamo veramente poco. Spesso lo
idealizziamo e ce ne facciamo un’immagine poco realistica.
Negli scorsi anni Sessanta si attribuì molta
importanza a uno scritto che si pensa risalente alla fine del secondo secolo,
la Lettera a Diogneto, del quale
ignoriamo l’autore. E’ un documento ritrovato fortunosamente nel Quattrocento a
Costantinopoli (il manoscritto che lo conteneva veniva utilizzato da un
pescivendolo per incartare il pesce). Si
pensa che sia stato composto in Alessandria d’Egitto. E’ scritto in greco. Vi
si parla, oltre che delle consuete polemiche teologiche, della vita di tutti i
giorni delle persone di fede di allora. Lo si fa come di sfuggita, ma si tratta
di un ricordo importante perché poco comune in quel tipo di letteratura.
Si legge, al capitolo 5°:
I cristiani infatti non si
distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per modo di
vestire.
Non abitano in un qualche luogo,
città proprie, né si servono di qualche dialetto strano, né praticano una vita
particolare.
Non è certo per una qualche
invenzione o pensata di uomini irrequieti che questa loro conoscenza è stata
trovata, né essi si fanno campioni di una dottrina umana, come certuni.
Invece, mentre abitano città
greche o barbare, secondo quel che ciascuno ha ricevuto in sorte, e seguono le
usanze locali quanto agli abiti, al cibo e al modo di vivere, manifestano come
mirabile e, a detta di tutti, paradossale il sistema delle loro istituzioni.
Abitano ciascuno la propria
patria, ma come stranieri residenti; a tutto partecipano attivamente, come
cittadini, e a tutto assistono passivamente come stranieri; ogni terra
straniera è per loro patria, e ogni patria terra straniera.
Si sposano come tutti e generano figli, ma non
abbandonano la loro prole.
Mettono in comune la mensa, ma non il letto.
Si trovano nella carne, ma non vivono secondo
la carne.
Passano la vita sulla terra, ma sono cittadini
del cielo.
Obbediscono alle leggi
stabilite, eppure con la loro vita superano le leggi.
Amano tutti, eppure da tutti
sono perseguitati.
Non sono conosciuti, eppure
sono condannati; sono messi a morte, eppure ricevono la vita.
Sono poveri, eppure rendono
ricchi molti; sono privi di tutto, eppure abbondano in tutto.
Sono disprezzati, eppure nel
disprezzo sono glorificati; sono calunniati, eppure sono giustificati.
Insultati, benedicono; offesi
rendono onore.
Fanno il bene e sono castigati
come malfattori; castigati si rallegrano come se ricevessero la vita.
Dai giudei sono combattuti come
stranieri e dai greci sono perseguitati, e quanti li odiano non sanno dire la
ragione della propria ostilità.
Ai tempi nostri siamo abituati a considerare i
problemi che la fede incontra nella diffusione nella società sotto un’ottica clericale. Li presentiamo come manifestazione di
ostilità delle istituzioni civili verso l’organizzazione gerarchica delle nostre
collettività religiose, in una parola contro
i preti. Quello scritto ci presenta una realtà diversa: un’ostilità sociale
rivolta direttamente contro il popolo di fede. L’autore di questo scritto
spiega che essa non ha ragione di essere perché le persone di fede vivono da
cittadini partecipando attivamente alla società del loro tempo come
tutta l’altra gente e in molte cose non si distinguono da essa. Ma in altre
no: fanno fronte contro i piaceri, per questo
sono detestati. Questa è l’opinione dell’autore di quello scritto. La gente di
fede è anche cittadina del cielo, perché segue un
insegnamento soprannaturale, è per questo è diventata in società quello che l’anima è per il corpo:
come l’anima per il corpo, ha il compito di tenere
insieme il mondo.
Si è visto nella vita di fede raccontata nella
Lettera a Diogneto un modello per il
rinnovamento delle nostre collettività di fede. In particolare piaceva l’idea
di un fedele attivo come cittadino nella società del proprio tempo. Questo era
in linea con gli ideali democratici che cominciarono ad avere credito anche tra
la gente di fede i Europa e nelle nazioni di colonizzazione europea nel corso
dell’Ottocento, vivamente contrastati da gerarchi religiosi della nostra
confessione.
Per secoli i modelli della persona di fede erano stati i preti e i
monaci. Più o meno dal primo dopoguerra si cercò di pensarne anche di quelli
tratti dalla vita della gente di fede comune. Come si fa di solito in teologia, si cercò
di trovarli nell’antichità, quanto più vicino possibile ai primi tempi, alle
origini. Ma, insomma, non si recuperò molto. C’è quello scritto che ho sopra
riportato e poco altro. Gli autori dei
primi secoli, tutti presi nelle loro polemiche teologiche contro questo e contro quello, in genere non se ne occuparono.
Si tratta di fare spazio al popolo di fede e di rendere significativa
in religione la sua vita collettiva. Questo è stato il senso della travagliata
fase di attuazione dei deliberati
dell’ultimo Concilio. L’opera non è ancora riuscita.
I teologi che sostennero il lavoro culturale dell’ultimo Concilio, primo
fra tutti il francese Yves Congar (1904-1995) non avevano un’immagine
realistica del popolo di fede, con in genere non l’hanno i teologi. Per quasi
due millenni il popolo era stato pensato nella condizione di gregge
ed era difficile pensare che potesse avere una qualche funzione nell’organizzazione religiosa delle nostre collettività di
fede. In termini giuridici, e il diritto ha avuto un ruolo sempre maggiore
nelle nostre concezioni di fede a partire dal secondo millennio, ad una funzione corrisponde un potere e i principi
giuridici della nostra confessione vanno nel senso che tutto il potere spetti al clero,
organizzato gerarchicamente secondo criteri feudali che risalgono
fondamentalmente all’era carolingia, all’Europa dell’Ottavo secolo.
Il saggi dell’ultimo Concilio prendevano come riferimento un laico di
fede acculturato, poco comune in genere. E’ il tipo di laico con cui avevano
maggiore consuetudine e che stimavano. Ma il resto del popolo?
Nel Novecento i laici di fede europei e delle nazioni derivate dalla
colonizzazione europea si sono distinti nel campo della promozione della pace,
nell’aspetto della critica a ciò che vi si oppone e in quello della sua
costruzione culturale, sociale e politica. Esso coinvolse le masse. Questo ha
un significato religioso molto importante. E’ il campo specifico in cui si può
sviluppare ulteriormente il protagonismo del laicato e la via per riportare la
fede tra la gente.
Il clero e i teologi parlano molto di pace, ma non sanno veramente
realizzarla. Ricadono sempre negli eccessi polemici delle origini: del resto si
sono formati sull’antica letteratura dei primi secoli, veramente molto rissosa.
Hanno la scomunica facile, che oggi in genere non passa attraverso
dichiarazioni formali, ma per vie di fatto.
Quando si tratta di fare pace,
non solo di parlarne, la sapienza
della gente di fede può esprimersi meglio, perché della pace e del conflitto
essa fa quotidiano tirocinio e sa bene come tirarsi fuori da inutili
contrapposizioni. In una parrocchia se ne hanno molte occasioni per farlo. Poi
ci si può ragionare sopra alla luce della fede.
Una visione pacificante, e in
particolare includente, della fede è utile per
coinvolgere la gente che in questi anni è rimasta lontana dalla parrocchia. Noi
non la conosciamo più bene e probabilmente anch’essa sa poco di noi. Il primo
lavoro da fare è quello di avvicinarci reciprocamente e di conoscerci. Ma conoscersi
non è sempre piacersi. Però conoscendosi meglio e acquisendo familiarità gli
uni con gli altri, soprattutto cercando di aiutarsi e sforzandosi di volersi
bene, alla fine si creano dei legami che sostengono il lavoro di pacificazione e di fraternizzazione.
Non si è più estranei. Si scopre che
certi paraocchi ideologici non sono veramente indispensabili. E che molti
pregiudizi non hanno ragione di essere. E’ il lavoro che si sta facendo in
Europa per integrare la gente nuova che è venuta ad abitare da noi da posti
lontani, è il grande tema, il grande impegno anche, dell’attualità. Vediamo che
su di esso lavora da protagonista gente di fede: la fede, quindi, ha ancora
qualcosa da dire in questo campo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli