Lettera
ai catechisti della parrocchia per l’infanzia
Uno
dei miei limiti, nel darvi consigli sulla vostra catechesi, è di essere
vissuto, da bimbo, in società di bambini solo maschi. L’educazione negli anni
Sessanta, a scuola e in parrocchia, era organizzata così. Ai tempi nostri è
diverso ed è bene che sia così. Si comincia precocemente a capire il punto di
vista femminile. E anche a stimare le
femmine, così le apostrofavamo ai tempi della mia scuola elementare.
Quando
ci comportavamo veramente molto male, tanto che non riusciva contenerci nemmeno
a forza di scappellotti in testa, il nostro maestro delle elementari ci
mandava, per punizione,
in una vicina classe di femmine,
per di più con una maestra,
donna!, insomma in un mondo tutto di “femmine”. E noi bambini consideravamo
quella come una vera punizione.
Così si ragionava, ancora, a quei tempi. Si puntava, ancora, alla costruzione
di un’identità maschile non solo forte,
ma addirittura guerriera.
In questo contesto essere assimilati a una femmina veniva
considerato disonorevole. Bene, devo adesso dirvi francamente una cosa: in
parrocchia ho talvolta avvertito, in passato, una mentalità simile. Vi
prego: non
siate così! Si dice che
c’è il dato biblico. Con certe cose si ha persa familiarità, ma a volte le si
tirano fuori superficialmente per un’assonanza approssimativa con i propri
partiti presi. I millenni non sono trascorsi invano. C’è, si dice, una pedagogia nella storia, e comunque uno
sviluppo, come in quello delle persone. Ad alcuni sembra invece che non possano
esistere famiglie solide senza l’umiliazione della
donna che c'era ancora in un recente passato. E così iniziano a prepararla fin
dai più piccoli, come si faceva ai miei tempi di bimbo. E’ una scelta
sbagliata sotto molti
profili. Ma soprattutto perché rende la fede inutile ad affrontare la vita vera
di oggi. Nelle società contemporanee occidentali le donne hanno ruoli sempre
più di primo piano. Un esempio: la magistratura. Ancora negli anni Cinquanta si
riteneva che fossero inadatte a fare i giudici per la loro instabilità emotiva,
anche a causa del turbamento provocato dalle cicliche mestruazioni, e per una
certa loro superficialità di pensiero. Furono ammesse a quella professione solo
nel 1963, in un tempo in cui tante altre cose cominciarono a cambiare, e si è
visto che tutto ciò che si era detto di loro in materia erano solo sciocchi
pregiudizi. Le donne hanno funzionato benissimo come magistrate e, all’ultimo
concorso, le vincitrici erano addirittura in maggioranza. Questa è la società in cui i bambini del
catechismo dovranno vivere. Educandoli a vivere come tremila anni fa ne fareste
dei disadattati,
incapaci di interagire e quindi di operare nel mondo in cui sono immersi. E
l’esperienza di fede non è fatta solo di pensiero e liturgia,
ma anche di azione e, in particolare, di azione sociale.
Riteniamo di essere mandati nel mondo,
vale a dire nella società del nostro tempo, per portare
la luce della fede. Siamo strumenti.
Ma che genere di strumenti pensiamo di essere? A volte
sembra che abbiamo sviluppato la spiritualità del lampione
da strada, che, una volta che lo piazzi in un certo posto, se ne sta lì,
piantato, come
radicato, a fare
un circolo di luce ben delimitato, finché, ad un certo punto, la città che
gli cresce intorno ha altre esigenze di illuminazione,
secondo la sua crescita urbanistica, e allora lui,
piantato lì a fare appunto da palo,
diventa inutile e lo si rimuove.
E
quindi, facendo memoria della mia esperienza di bimbo maschio in una società di
bimbi tutti maschi, ricordo che la mia vita era fatta di azione, dico ai tempi delle
elementari, quando frequentai il catechismo qui in parrocchia, proprio nelle
stesse aule che voi utilizzate. Penso che sia così anche per i bimbi dei nostri
tempi. I bambini sono essenzialmente gente d'azione. Se non li coinvolgete nell'azione si annoiano. Più avanti
alcuni di loro si appassioneranno anche al pensiero, ma da bimbi si è votati
all'azione. Da che cosa lo capisco, ora che non ho più l’esperienza
di quel mondo?
Guardate,
ad esempio, il successo che ha avuto tra i bambini l’ultimo Star Wars 7 - Il risveglio della
forza, con una storia
tutta centrata sull'azione. Nella
festa di carnevale di domenica scorsa tra i bambini, ma anche tra le bambine,
c’erano tante mascherine ispirate a quel film.
Io
l’ho trovato noioso, essenzialmente perché è praticamente identico, nella
struttura della storia, al primo della serie, che vidi con mio fratello negli
anni Settanta quando già ero universitario. All’epoca, non ero più un bambino e
non mi colpì l’azione, ma la possibilità di pensare tanti mondi diversi, un universo fatto di tanti mondi,
imperi galattici, con la possibilità tecnologica di raggiungerli realmente.
Ecco, ci stupì il grande realismo delle immagini, a confronto con i
tanti altri precedenti film di fantascienza con le astronavi, che faceva
apparire la realtà dei mille
mondi come possibile.
I
bambini a quel film si appassionano e ci giocano
sopra. Quindi, riproducendo
tra loro, in azione, certe situazioni della
sua storia, immedesimandosi nei suoi personaggi, cercano di trarne una lezione
di vita. Cercano di vedere come funzionerebbe
nella loro vita l’insegnamento
di quel film. Quest’ultimo, tutto basato sull’azione è particolarmente adatto alla loro
mentalità e alle loro esigenze di bambini. Per un bambino quel film è molto più
di un passatempo di un’ora e mezzo, come è stato per me quando sono andato a
vederlo, è un vero
catechismo sociale.
I
tempi sono cambiati, e lo si vede chiaramente nel film. La vera protagonista è
una ragazza d’azione. Ecco che, quindi, anche le bambine vi si sentono
coinvolte. Uno degli altri protagonisti è un ragazzo mascherato che entra in conflitto con quella
ragazza. Indossa una maschera, ma ad un certo punto, in un fase drammatica
della storia, se la toglie di fronte alla ragazza, rivelando il suo volto, che
è quello di un giovane normale, non di un mostro come era sembrato prima: ma
continua a comportarsi da mostro, da persona crudele, cerca di uccidere la
ragazza. Crescendo, in genere, un ragazzo vive questa stessa esperienza. Gli
pare di essere diventato un mostro capace solo di fare del male. Ed è molto
doloroso per lui. E più soffre e più è tentato dalla violenza, di farsi largo a
pugni, metaforici e reali. Anche le ragazze, a volte, vedono i coetanei così e
sentono di doversi difendere. Questi due ragazzi vivono lontano dai genitori:
la ragazza li aspetta, se ne sono andati tanto tempo prima lasciandola sola, il ragazzo li combatte.
Anche questa è un’esperienza esistenziale comune nei giovani, l’abbandono, vero
o solo vissuto emotivamente nella progressiva presa di distanza, e il
conflitto con i genitori.
Nelle
storie raccontate in film che si vuole abbiano largo successo, e quindi
fruttino molti soldi, nulla è lasciato al caso, alla spontaneità, all'estro, dell’autore.
Sono studiate per raggiungere il cuore, l’emotività
profonda, della gente.
Così nel
film appaiono anche diversi anziani: il vecchio Han Solo, la vecchia principessa Leila, il vecchio Luke Skywalker. Per
attirare, interessandoli, anche gli anziani. Han Solo è il padre di quel
ragazzo di cui dicevo, che nel film lo uccide. Ma la saga familiare ci verrà
svelata meglio negli ulteriori film della serie. Il personaggio di Leila
è stato molto criticato dal pubblico: è
invecchiata male, si è
detto. L’attrice che l’ha impersonato si è risentita, perché, in realtà non è
con il personaggio che il pubblico se la prendeva, ma proprio con lei, perché
la vecchiaia del personaggio era la
sua reale vecchiaia. Nella nostra società non è facile per le donne invecchiare. Nel film si è
cercato di fornire un’immagine positiva della vecchiaia
femminile, in modo da coinvolgere le spettatrici che avevano la mia età
quando videro il primo film della serie e ora hanno l’età del personaggio
Leila, ma senza riuscirci. L’operazione è riuscita meglio con gli uomini, con
la loro aria romanticona di vecchi
affascinanti randagi.
Mi
pare che un catechista oggi, tra le tante competenze che gli si richiedono, debba avere anche quella di saper interagire con i bambini del catechismo in quella
parte molto importante della loro vita che sono i giochi che fanno riproducendo
le situazioni di film come Star
Wars 7. Come ho detto: sembrano giochi, ma sono vita vera per un bambino. E il catechismo di Star Wars, in fondo, fotografa l’esistente, una società
difficile, non pacificata, conflittuale, quali sono le società occidentali
contemporanee. Un mondo veramente tanto diverso da quello immaginato e
progettato nella fede.
Ma
con i bambini non possiamo parlare di certi temi come farebbe un critico
cinematografico. Dobbiamo entrare nei loro giochi. Vedete come
fanno i sacerdoti della parrocchia che si stanno occupando dei bambini? Giocano con loro. I nostri
preti hanno avuto una formazione a livello universitario in queste cose e
dobbiamo imparare da loro. Sanno quello che fanno: fate come fanno
loro.
Guardate
ad esempio un gioco che anch’io facevo da bimbo in cortile, sotto casa, con
frotte di altri bambini, e che so appassionare anche i vostri bambini del
catechismo: il nascondino.
Superficialmente gli adulti a volte lo considerano poco. E invece è un
tirocinio di vita. C’è questo uscire
dalla tana, che è il problema fondamentale di un bambino delle elementari,
come lo fu anche per me, e l’avventurarsi trovando
un posto in cui nascondersi nell’ambiente di fuori, che implica anzitutto
imparare a conoscerlo e a
difendersi dalle sue insidie. Ma c’è anche l'esperienza dell'andare fuori per cercare
e fronteggiare tutti insieme una minaccia che si nasconde nel mondo, senza
temerla. Ad un certo punto tutti,
l'inseguito (il ricercato) e gli inseguitori, scoperta la minaccia, che per
l'inseguito sono gli inseguitori e per questi ultimi è l'inseguito, tornano
correndo verso la tana (la casa), vince chi arriva per primo, e saper
velocemente tornare a casa è un altro dei problemi del bambino, anche se ai
giorni nostri non è più come ai tempi miei di bimbo, quando un bambino
delle elementari era lasciato andare da casa fino in parrocchia e viceversa da
solo e quindi poi
doveva ricordarsi la strada di casa per tornare. I bambini si
appassionano a un gioco come questo perché rappresenta
la loro vita con i suoi problemi. Lo giocano in parrocchia perché la vogliono conoscere, e anzitutto
la vogliono scoprire. Dobbiamo
aiutarli e favorirli in questo. Catechesi è anche
questo! Bisogna spiegar loro, ad esempio, che nel complesso
parrocchiale ci sono posti pericolosi, dove è meglio non andare senza un adulto
che li conosce meglio. Ma bisogna insegnare loro a muoversi per tutti gli
ambienti che non lo sono. Ad esempio a saper andare da soli dalla stanza del
catechismo alla chiesa. Ma insegnate loro che è meglio non essere mai soli. In
parrocchia e nella vita. Bisogna essere come minimo due. La visione che abbiamo
del mondo intorno a noi è sempre limitata: ad esempio non ci possiamo guardare
alle spalle. Vedere il mondo da più prospettive aiuta a conoscerlo meglio. Del
resto l’andare due a due è l’insegnamento del
Maestro. Non è scritto forse “Dopo questi
fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo
dove stava per recarsi” (Lc 10,1)?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli