giovedì 4 febbraio 2016

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

  Mentre noi ci accapigliamo su come educare alla fede i nostri figli, quelli crescono e  sembrano  sfuggirci e allontanarsi.  Partono e a noi rimane il rimpianto di non essere riusciti a dir loro qualcosa di molto importante: quando erano piccoli, pensavamo che fossero troppo  piccoli per certi discorsi, ma quando crescono se ne vanno prima che possano essere affrontati. Questa è un’esperienza comune ai genitori, a quello che sento.
 Un bimbo ha orecchi per i genitori, li ascolta. Questa è stata la mia personale esperienza. Già all’età in cui si frequentano le scuole medie diventa diverso.
 Se noi vogliamo parlare di fede ad un bimbo dobbiamo necessariamente passare per i suoi genitori.  E’ quindi un gravissimo errore tenerli lontani dal catechismo dei loro figli. Io ci ho molto sofferto. Non ho potuto avere alcun vero dialogo con i catechisti delle mie figlie. Sembrava che ritenessero di sapere bene che fare  e che i genitori, in questo lavoro, fossero di ostacolo. Nel mio caso non è stato così. Con mia moglie abbiamo dovuto rimediare a diversi loro errori potenzialmente fatali
  Con che presunzione, a volte, si affronta l’impegno catechistico per bimbi!
  Il lavoro di un bambino è quello di crescere, staccarsi dalla dipendenza infantile dalla famiglia di origine, scoprire amicizia e amore e inserirsi in società. Molto velocemente, con cambiamenti che, all’età delle medie avvengono di mese in mese, si trasforma da una specie di puffo ad una approssimazione di adulto. In questo processo il più delle volte, da noi, abbandona la fede religiosa. Le  motivazioni che gli adulti impegnati nell’educazione religiosa ne danno non colgono, di solito, nel segno. Si pensa che vengano trascinati dalle cattive amicizie, dai cattivi compagni, e questo rende solo una parte di verità. Io ricordo bene ciò che mi accadde e che accadde anche ai miei coetanei. Ad un certo punto la fede religiosa diventa inutile, come i giochi dell’infanzia, ed è per questo che viene abbandonata.
 Lo è veramente, inutile, o lo può solo  sembrare per come viene presentata?
 In religione partiamo da presupposto che non lo sia e allora dobbiamo ragionare sulla seconda spiegazione.
 Un bimbo è spinto dalla sua natura  a uscire dalla soggezione infantile alla famiglia e noi invece vorremmo, a volte, tenervelo rinchiuso, in attesa di rinchiuderlo in un’altra comunità - prigione, quando crescerà. Ha bisogno di fare tirocinio di amicizia e noi glielo impediamo confinandolo in gruppetti molto limitati e prevenendolo da esperienze più estese.
  Mi hanno raccontato un episodio significativo, accaduto diversi anni fa. C’erano dei ragazzini che venivano a giocare a pallone nel campetto parrocchiale a fianco del teatro. Ai ragazzini del catechismo veniva detto di non frequentarli, perché erano cattivi. Un Giovanni Bosco si sarebbe invece precipitato tra loro. Ma anche un ragazzino in genere è portato a fare così. Poi magari ci rimedia qualche sberla, perché i ragazzini menano. Ma non poter fare esperienza con gli altri è molto frustrante per un bambino. Una religione che lo previene dall’interagire con gli altri, invece di insegnargli come fare, diventa inutile.
  E’ così anche per l’amore. Adesso non è ancora importante per i vostri bimbi. Ma lo diventerà presto. Per me ricordo che lo divenne al tempo della seconda media e divenne un fatto assolutamente centrale nella mia vita. Nel rapporto con le ragazze, la fede come mi veniva proposta allora era inutile.
 Parliamo di esigenze naturali che non sembrano trovare risposte adeguate in religione.
  Per quanto riguarda l’amore, ancora oggi le polemiche in religione sono enormi. Considerate quello che sta accadendo in questi giorni, con le discussioni sulla nuova legge sulle unioni civili omosessuali. Non c’è ancora un rapporto pacificato con le questioni d’amore. Chi ha esperienza potrebbe dare una mano, ma di solito non è ascoltato dai nostri capi religiosi. Invece di  provare ad avere un’immagine realistica dei problemi cercando, come dire, consulenti  tra coloro che li conoscono meglio, pensano di avere già loro la soluzione, a prescindere dall’esperienza personale (che loro si sono vietati), e allora  cercano consulenti  tra i coniugi che confermino il loro modo di vedere. Così, quando si sentono certe testimonianze  che vengono proclamate di fronte ai nostri capi religiosi nelle liturgie e gli incontri che trattano di quei temi, sembra che siano molto distanti dalla vita reale della maggior parte delle persone.  E, a volte, anche i catechisti seguono quel cattivo esempio.
 Ai miei tempi l’educazione dei bambini era fatta separando maschi e femmine. Noi maschi arrivammo alle classi miste  delle medie senza conoscere per nulla l’altro sesso, salvo quelli che avevano delle sorelle. Ma l’esperienza con una sorella non è quasi mai un’esperienza significativa in questo. Se è più piccola la disprezziamo e non la consideriamo, se è più grande siamo disprezzati e non considerati, al massimo un po’ spupazzati  da sorelle che giocano a fare le vice-mamme. Poi c’è l’accesa rivalità tra fratelli e sorelle: è un rapporto in genere piuttosto turbolento. E’ solo quando, a volte ma non sempre, si riesce a creare un rapporto di amicizia con i propri fratelli e le proprie sorelle che le cose cambiano.
 C’era anche una difficoltà dei sacerdoti a occuparsi veramente delle bimbe e delle ragazze. Don Milani, ad esempio, alla sua scuola, aveva intorno a sé solo maschi, per ciò che ricordo, ma correggetemi se sbaglio. E questo fu rimproverato anche al nostro  don Miraldi, di occuparsi prevalentemente dell’educazione dei maschi.
 Alle scuole medie, che frequentai alla Settembrini di Corso Trieste, che è inglobata nello stesso edificio del liceo classico Giulio Cesare, negli anni Settanta le ragazze portavano il grembiule nero e entravano da un portone riservato solo a loro. Anche in classe tendevano a fare vita tra loro. Cominciammo a mescolarci di più a cominciare dalla terza media. Ma nei banchi di solito si stava maschi con maschi e femmine con femmine. Io, al liceo, feci eccezione, perché fui compagno di banco di ragazze. In questa scoperta,  difficile, delle ragazze in che cosa mi fu utile la fede? In nulla. Però, adesso, so, capisco, che poteva esserlo. Non lo fu per come mi fu presentata, quindi a causa di errori educativi fondamentalmente delle collettività religiose in cui ero inserito, scout compresi (allora il ramo maschile era distinto da quello femminile). La famiglia non può andare oltre un certo limite di ingerenza nelle questioni d’amore: e invece talvolta in religione la si spinge a farlo, sbagliando.
  La catechesi che si fa ai nostri liceali è spesso concentrata, direi veramente ossessionata, sul  non fare sesso.  Questa la rende inutile  per un ragazzo. Ci si è ragionato molto sopra, alla ricerca di un difficile equilibrio. Alcuni ritengono che sia meglio non drammatizzare troppo e lasciare certe cose alla coscienza personale e al rapporto con il sacerdote. A volte da parte di catechisti psicologi-fai-da-te si pretendono dai ragazzi confidenze-confessioni pubbliche in materia sessuale,  che risultano molto imbarazzanti per loro. Non che tra ragazzi non si parli di queste cose, anzi, se ne parla molto liberamente e con sincerità. Ma un ragazzo vuole scegliersi  l propri confidenti. E non se li sceglie tra certi bacchettoni che sembrano suonare sempre la solita solfa del non fare all’amore.
  Se misurate il vostro successo di catechisti su faccende come il toccarsi  e il  fare all’amore tra ragazzi e ragazze, mettetela persa. Ma chi vi ha dato quell’obiettivo? La  polizia sessuale  non rientra tra i vostri compiti. Piuttosto cercate di spiegare con sincerità, solo però nel momento in cui vi viene chiesto e nei limiti in cui vi viene richiesto, il significato del sesso e dell'amore sessuale nella vita di una persona di fede.
 E’ ciò che fece molto bene Karol Wojtyla in un libro che ebbe molto successo ai tempi i cui io fui giovane e che lessi con molto profitto, Amore e responsabilità. Morale sessuale e vita interpersonale.  E’ ancora in commercio, edito da Marietti, €12,75. Wojtyla era un buon conoscitore, e innanzi tutto un estimatore, dei giovani. Aveva frequentato a lungo il mondo degli universitari della sua Polonia. Quando divenne Papa affascinò anche noi universitari di fede di allora.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli