Lettera
ai catechisti della parrocchia per l’infanzia
Mentre noi ci accapigliamo su come educare
alla fede i nostri figli, quelli crescono e
sembrano sfuggirci e allontanarsi. Partono e a noi rimane il
rimpianto di non essere riusciti a dir loro qualcosa di molto importante:
quando erano piccoli, pensavamo che fossero troppo
piccoli per certi discorsi, ma
quando crescono se ne vanno prima che possano essere affrontati. Questa è un’esperienza
comune ai genitori, a quello che sento.
Un bimbo ha orecchi per i genitori, li ascolta. Questa è stata la mia personale
esperienza. Già all’età in cui si frequentano le scuole medie diventa diverso.
Se noi vogliamo parlare di fede ad un bimbo
dobbiamo necessariamente passare per i suoi genitori. E’ quindi un gravissimo errore
tenerli lontani dal catechismo dei loro figli. Io ci ho molto sofferto. Non
ho potuto avere alcun vero dialogo con i catechisti delle mie figlie. Sembrava
che ritenessero di sapere bene che fare
e che i genitori, in questo lavoro, fossero di ostacolo. Nel mio caso
non è stato così. Con mia moglie abbiamo dovuto rimediare a diversi loro errori
potenzialmente fatali
Con che presunzione, a volte, si affronta l’impegno
catechistico per bimbi!
Il lavoro di un bambino è quello di crescere,
staccarsi dalla dipendenza infantile dalla famiglia di origine, scoprire
amicizia e amore e inserirsi in società. Molto velocemente, con cambiamenti
che, all’età delle medie avvengono di mese in mese, si trasforma da una specie
di puffo ad una approssimazione di
adulto. In questo processo il più delle volte, da noi, abbandona la fede
religiosa. Le motivazioni che gli adulti
impegnati nell’educazione religiosa ne danno non colgono, di solito, nel segno.
Si pensa che vengano trascinati dalle cattive amicizie, dai cattivi compagni, e
questo rende solo una parte di verità. Io ricordo bene ciò che mi accadde e che
accadde anche ai miei coetanei. Ad un certo punto la fede religiosa diventa inutile, come i giochi dell’infanzia, ed
è per questo che viene abbandonata.
Lo è veramente, inutile, o lo può solo sembrare per come viene presentata?
In religione partiamo da presupposto che non
lo sia e allora dobbiamo ragionare sulla seconda spiegazione.
Un bimbo è spinto dalla sua natura a uscire
dalla soggezione infantile alla famiglia e noi invece vorremmo, a volte,
tenervelo rinchiuso, in attesa di rinchiuderlo in un’altra comunità - prigione, quando crescerà. Ha bisogno di fare tirocinio
di amicizia e noi glielo impediamo confinandolo in gruppetti molto limitati e
prevenendolo da esperienze più estese.
Mi hanno raccontato un episodio
significativo, accaduto diversi anni fa. C’erano dei ragazzini che venivano a
giocare a pallone nel campetto parrocchiale a fianco del teatro. Ai ragazzini
del catechismo veniva detto di non frequentarli, perché erano cattivi. Un
Giovanni Bosco si sarebbe invece precipitato tra loro. Ma anche un ragazzino in
genere è portato a fare così. Poi magari ci rimedia qualche sberla, perché i
ragazzini menano. Ma non poter fare esperienza con gli altri è molto frustrante
per un bambino. Una religione che lo previene dall’interagire con gli altri,
invece di insegnargli come fare, diventa inutile.
E’ così anche per l’amore. Adesso non è ancora
importante per i vostri bimbi. Ma lo diventerà presto. Per me ricordo che lo
divenne al tempo della seconda media e divenne un fatto assolutamente centrale
nella mia vita. Nel rapporto con le ragazze, la fede come mi veniva proposta
allora era inutile.
Parliamo di esigenze naturali che non sembrano trovare risposte adeguate in religione.
Per quanto riguarda l’amore, ancora oggi le
polemiche in religione sono enormi. Considerate quello che sta accadendo in
questi giorni, con le discussioni sulla nuova legge sulle unioni civili
omosessuali. Non c’è ancora un rapporto pacificato
con le questioni d’amore. Chi ha esperienza potrebbe dare una mano, ma di
solito non è ascoltato dai nostri capi religiosi. Invece di provare ad avere un’immagine
realistica dei problemi cercando, come dire, consulenti tra coloro che li
conoscono meglio, pensano di avere già loro la soluzione, a prescindere dall’esperienza personale (che loro si sono vietati),
e allora cercano consulenti tra i coniugi che confermino il loro modo di
vedere. Così, quando si sentono certe testimonianze
che vengono proclamate di fronte ai
nostri capi religiosi nelle liturgie e gli incontri che trattano di quei temi,
sembra che siano molto distanti dalla vita reale della maggior parte delle
persone. E, a volte, anche i catechisti seguono quel cattivo esempio.
Ai miei tempi l’educazione dei bambini era
fatta separando maschi e femmine. Noi maschi arrivammo alle classi miste delle medie senza conoscere per nulla l’altro
sesso, salvo quelli che avevano delle sorelle. Ma l’esperienza con una sorella
non è quasi mai un’esperienza significativa in questo. Se è più piccola la
disprezziamo e non la consideriamo, se è più grande siamo disprezzati e non
considerati, al massimo un po’ spupazzati
da sorelle che giocano a fare le
vice-mamme. Poi c’è l’accesa rivalità tra fratelli e sorelle: è un rapporto in
genere piuttosto turbolento. E’ solo quando, a volte ma non sempre, si riesce a
creare un rapporto di amicizia con i
propri fratelli e le proprie sorelle che le cose cambiano.
C’era anche una difficoltà dei sacerdoti a
occuparsi veramente delle bimbe e delle ragazze. Don Milani, ad esempio, alla
sua scuola, aveva intorno a sé solo maschi, per ciò che ricordo, ma
correggetemi se sbaglio. E questo fu rimproverato anche al nostro don Miraldi, di occuparsi prevalentemente
dell’educazione dei maschi.
Alle scuole medie, che frequentai alla
Settembrini di Corso Trieste, che è inglobata nello stesso edificio del liceo
classico Giulio Cesare, negli anni Settanta le ragazze portavano il grembiule
nero e entravano da un portone riservato solo a loro. Anche in classe tendevano
a fare vita tra loro. Cominciammo a mescolarci di più a cominciare dalla terza
media. Ma nei banchi di solito si stava maschi con maschi e femmine con
femmine. Io, al liceo, feci eccezione, perché fui compagno di banco di ragazze.
In questa scoperta, difficile, delle ragazze in che cosa mi fu
utile la fede? In nulla. Però, adesso,
so, capisco, che poteva esserlo. Non
lo fu per come mi fu presentata, quindi a causa di errori educativi fondamentalmente delle collettività religiose in
cui ero inserito, scout compresi (allora il ramo maschile era distinto da
quello femminile). La famiglia non può andare oltre un certo limite di
ingerenza nelle questioni d’amore: e invece talvolta in religione la si spinge
a farlo, sbagliando.
La catechesi che si fa ai nostri liceali è
spesso concentrata, direi veramente ossessionata,
sul non fare sesso. Questa la rende inutile per un ragazzo. Ci
si è ragionato molto sopra, alla ricerca di un difficile equilibrio. Alcuni
ritengono che sia meglio non drammatizzare troppo e lasciare certe cose alla
coscienza personale e al rapporto con il sacerdote. A volte da parte di
catechisti psicologi-fai-da-te si
pretendono dai ragazzi confidenze-confessioni
pubbliche in materia sessuale, che risultano molto imbarazzanti per loro. Non
che tra ragazzi non si parli di queste cose, anzi, se ne parla molto
liberamente e con sincerità. Ma un ragazzo vuole scegliersi l propri
confidenti. E non se li sceglie tra certi bacchettoni che sembrano suonare
sempre la solita solfa del non fare all’amore.
Se misurate il vostro successo di catechisti
su faccende come il toccarsi e il fare all’amore tra ragazzi e ragazze, mettetela
persa. Ma chi vi ha dato quell’obiettivo? La polizia sessuale non rientra tra i vostri compiti. Piuttosto
cercate di spiegare con sincerità, solo
però nel momento in cui vi viene chiesto e nei limiti in cui vi viene richiesto,
il significato del sesso e dell'amore sessuale nella vita di una persona di fede.
E’ ciò che fece molto bene Karol Wojtyla in un
libro che ebbe molto successo ai tempi i cui io fui giovane e che lessi con
molto profitto, Amore e responsabilità.
Morale sessuale e vita interpersonale. E’ ancora in commercio, edito da Marietti,
€12,75. Wojtyla era un buon conoscitore, e innanzi tutto un estimatore, dei giovani. Aveva
frequentato a lungo il mondo degli universitari della sua Polonia. Quando
divenne Papa affascinò anche noi universitari di fede di allora.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli