Lettera
ai catechisti della parrocchia per l’infanzia
Come ho scritto altre volte, cerco di darvi
dei consigli per il vostro lavoro di catechisti recuperando il ricordo dell’esperienza
del bimbo del catechismo che fui. E su questa base mi sorprendo nel constatare
quanto poco il mio processo di scoperta della fede religiosa
corrisponda all’immagine che di una cosa simile si dà nei documenti del nostro
magistero. Si avvicinano di più a quella mia
realtà le spiegazioni di alcuni studiosi di catechetica, la disciplina
scientifica che riflette sul lavoro catechistico, che ai tempi nostri si
ritiene debba consistere in un’attività definita come educazione della fede, o educazione
alla fede, o educazione nella fede, o trasmissione della
fede, pedagogia della fede, o insegnamento della fede, o itinerario
di fede, e con altre espressioni, che colgono le sue varie prospettive
(così in Emilio Alberich, La
catechesi oggi - manuale fondamentale di catechetica, Elledici, 2011, a
pag.125). Insomma: mi pare che la teologia, da sola, non riesca a cogliere bene
il problema, mentre la catechetica, che integra teologia, pedagogia e altre
scienze che studiano gli esseri umani, dà un contributo migliore. Ecco perché
si vorrebbe che i catechisti parrocchiali avessero una specifica formazione
catechetica, quale ad esempio, negli anni ’70, ebbe mia madre, per due anni,
con corsi organizzati in parrocchia, prima di iniziare il lavoro di catechista
con gruppi di bambini. Non basta l’infarinatura dottrinale che ciascun credente
più o meno ha ad un certo punto di consuetudine con la liturgia e con qualche
collettività religiosa di tendenza. E nemmeno l’esperienza di vita vissuta in un certo gruppo di fede.
Scrive Alberich, nel libro che ho citato
(pag.127):
“… i concetti di iniziazione e
di educazione applicati alla catechesi non sembrano corrispondere alla
realtà effettiva della prassi catechetica, che spesso si riduce a semplice insegnamento
dottrinale, o a processo di socializzazione al servizio di gruppi o
istituzioni religiose, o addirittura
forme più o meno consapevoli di indottrinamento
ideologico. Molte volte lo sforzo di comunicare una «fede» viene percepito come un processo di
indottrinamento e proselitismo da parte di gruppi ideologicamente ben definiti.
In questo senso, la catechesi cristiana potrebbe costituire un ostacolo alla
vera azione educativa e promozionale delle persone, nonché alla causa dell’unione
ecumenica e della convivenza democratica”.
Di fronte all’apparente dispersione
del gregge, si è cercato talvolta di blindare
l’ovile e questo ha avuto riflessi
anche nel lavoro catechetico, soprattutto quello sui più giovani. Se si va a
vedere ne rimangono pochi. Solo quelli che siamo riusciti a rinchiudere dentro certi spazi
collettivi, che quindi cerchiamo di rendere sempre più protetti contro
influenze esterne. E quelli che sono rimasti fuori? Ci si aspetta che, ad un certo momento, ricadano di nuovo dentro l’ovile, rottamati dalla società esterna, ma a quel punto non verranno accettati tutti, se ne
farà una selezione per scegliere quelli che accettano di farsi trasformare/uniformare per essere di
nuovo inseriti negli spazi blindati. E questa qui sarebbe la catechesi per adulti.
Le condizioni per essere riammessi sono talvolta
molto dure. E c’è una sorta di fai-da-te in questo campo, parrocchia che vai condizioni
che trovi. Ho sentito cose incredibili. Alcuni, ad esempio, pretendono che le
donne siano sottomesse ai maschi e sostengono che questa sciocchezza,
questa anacronistica assurdità, abbia un valore religioso e sostenga le
famiglie.
C’è poi la questione della conversione. Senza conversione non c’è la fede.
Ma nei bambini questo processo presenta aspetti particolari, diversi da quello
di un adulto. E questo perché un bambino sta scoprendo la fede, non l’ha ancora rifiutata per cui poi ad un
certo punto debba sentire il bisogno di riscoprirla,
staccarsi da un certo passato, e appunto convertirsi in questo senso. Ecco che, allora, certi
modelli di educazione alla fede basati sul processo di conversione degli adulti
hanno poco senso nei bambini.
Si dice che il nostro antico Fondatore fu
anche il primo catechista ed è modello per tutti i catechisti di ogni
tempo. Però nei racconti sulla sua vita e sui suoi insegnamenti non ne troviamo
riferiti alla catechesi dei bimbi. Eppure c’è l’episodio in cui rimproverò i
discepoli che volevano tenergli lontano dei bambini che gli erano stati portati
perché pregasse su di loro. Non si dice che i bambini disturbassero: sembra di
capire che fosse ritenuta inopportuna per qualche motivo la loro presenza
vicino al Maestro. Si racconta però che quest’ultimo li chiamò vicino a sé, li prese tra le braccia, li benedì posando le
mani su di loro (Mt 19, 13-15; Mc 10, 13-16; Lc 18, 15-17). Poi disse che il Regno appartiene a quelli che sono come loro e che se uno non l’accoglie come farebbe un bambino
non vi entrerà. E’ tutto quello che
c’è, sul tema della catechesi ai bimbi, mi pare di ricordare. Dunque: tenere vicino a sé i bambini, ma anche imparare qualcosa da loro. Ecco allora che
si va a insegnare e si diventa, come dire, anche un po’ discepoli. Vi è mai capitato?
Se ripenso alla mia esperienza religiosa, l’educazione alla fede si
risolse, da bambino e da ragazzo, in una trasformazione
che seguì il processo di quella
fisiologica e psicologica. Da bambino mi pareva che se ne rendesse un’idea nel
libro di Pinocchio: da pupazzo ad
essere umano con un cuore di carne. A volte, però, nell’iniziazione religiosa
si cerca di operare una trasformazione inversa. E, infatti, certi ragazzi convertiti mi appaiono un po’ legnosi.
La mia fede si è veramente cominciata ad integrare nella mia vita solo
con la scoperta personale della Bibbia, alla scuola di buoni maestri: questo
accadde in FUCI, tra gli universitari cattolici, molto più tardi della prima
iniziazione religiosa.
E’
possibile anticipare questa esperienza? I nostri vescovi dicono che bisogna
provarci. E infatti ai tempi nostri viene messo molto presto tra le mani dei
bambini il Vangelo. Tenete presente però che esso rimarrà una fonte di
conoscenza chiusa finché non sarà loro spiegato, e questo benché ai tempi
nostri tutti i bambini del vostro catechismo sappiano leggere. In queste
spiegazioni bisogna farsi aiutare molto dai sacerdoti, i nostri maestri nella
fede di prossimità. Il lavoro del catechista
deve essere quello di aprire una via di accesso al testo biblico, per
consentire ai bimbi del catechismo una consuetudine con esso, dalle quale poi scaturirà un approfondimento
personale. A volte i testi sacri vengono invece strumentalizzati con
finalità di indottrinamento e questo non va bene. Possono provocare una
reazione di rigetto. Io non l’ho mai avuta, da bimbo e da ragazzo, ma è anche
vero che all’epoca, negli anni Sessanta e Settanta, i testi sacri venivano poco
utilizzati nella catechesi. Si era all’inizio
del processo di rinnovamento della
catechesi. Io ne fui agganciato da universitario, sul finire degli anni
Settanta.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli