La
sfida della pace
L’idea di una pacifica convivenza tra i popoli
a livello mondiale è recente e origina nelle culture più fortemente improntate
dalla nostra fede religiosa, dal secondo dopoguerra. Fondamentale fu l’esperienza
storica dei totalitarismi politici e ideologici europei dal primo dopoguerra,
diffusisi in popoli di antica civiltà religiosa. La fede religiosa non sembrò
aver costituito un ostacolo insuperabile alle divisioni e ai conflitti, anzi il
più delle volte vi fu coinvolta. Un esempio spettacolare di ciò si ebbe durante
il regime mussoliniano, in Italia, con il quale la nostra gerarchia religiosa,
ma non tutta la gente di fede, accettò di conciliarsi. Lo stradone in stile
cimiteriale che celebra quell’evento, e che fu realizzato distruggendo un
antico quartiere popolare e deportandone gli abitanti, ne è ancor oggi l’immagine:
la larga via che all’epoca fu aperta portava al regime mussoliniano e la Conciliazione con il papato fu senz’altro
uno dei maggiori successi politici e ideologici del fascismo italiano. Con il
senno del poi dobbiamo riconoscere che può dirsi l’opposto per il papato, anche
se la sistemazione politica che fu data all’epoca vige tutt’oggi. La nuova via
della pace ha avuto anche il senso di una conversione in senso religioso.
La novità delle concezioni contemporanee sulla
pace diffuse in Occidente è che esse non prevedono l’assimilazione dei popoli
in un’unica fede o in un’unica ideologia, ma si propongono la convivenza delle
diversità. Questo è stato il punto debole della nostra bimillenaria esperienza
di fede.
Se leggiamo storie delle nostre collettività
religiose risalenti ancora alla metà degli anni Sessanta le troviamo viziate da
un’incredibile faziosità, secondo la sensibilità contemporanea naturalmente.
Quelle cattoliche sono in genere veramente ossessionate dal tentativo,
realisticamente piuttosto difficile, di far risalire l’organizzazione del
papato imperiale del secondo
millennio ai primi secoli della vita delle nostre collettività religiose.
Studiando i libri di storia religiosa si
capisce perché la materia in essi trattata non è utilizzata, in genere, nella formazione
religiosa comune, quella rivolta a tutti e non alla particolare cerchia degli
specialisti o dei preti e religiosi. Innanzi tutto è piena di polemiche
durissime delle quali oggi è arduo capire l’importanza per la vita di fede. E’
poi esprime una violenza ideologica e verbale, ma anche fisica che è
intollerabile con la mentalità di oggi.
A
partire dal Quinto secolo i gerarchi religiosi latini si separarono da quelli
di cultura greca, derivati dalle nostre più antiche collettività religiose, su
questioni attinenti alla persona del Fondatore che vennero presentate in modi
oggi (ma anche all’epoca) accessibili solo agli specialisti. Che riflesso
potevano aver avuto sulla vita della gente comune? Davvero i popoli che aderirono alle concezioni
ritenute errate dai gerarchi romani erano cattivi?
Durante diverbi tra gerarchi religiosi su quelle questioni, nel 449 a Efeso,
una città di civiltà greca sulle coste mediterranee dell’attuale Turchia, il
vescovo di Costantinopoli Flaviano fu picchiato e morì poco dopo.
Ai tempi nostri l’argomentare dei teologi,
almeno quando si rivolgono alla gente comune, è diverso. Si ragiona sull’esperienza
comune per poi spiegarne il senso religioso. Ha maggiore importanza l’antropologia,
la questione di come viene considerato l’essere umano nelle sistemazioni
ideologiche che vengono proposte. Questo modo di procedere ha portato a un
riavvicinamento con culture religiose della nostra stessa fede dalle quali ci
si era separati. Questo è avvenuto con le collettività religiose che si sono
riorganizzate sulla base dei principi religiosi proposti da Lutero, Calvino e
altri riformatori religiosi del secondo millennio. Con i greci, i popoli di cultura ellenistica dai quali ci si è separati
molto prima, c’è la difficoltà che le loro antiche collettività in Oriente sono
in gran parte finite sommerse, sovrastate, dall’altra grande fede monoteistica
diffusa in quelle regioni a partire dal Settimo secolo. Si cerca allora di riconciliarsi con i loro eredi, con l’ortodossia dell’Europa orientale e si scopre che non ci dividono da
essa questioni di fede veramente fondamentali, ma essenzialmente l’assetto
istituzionale imperiale del papato romano che fu dato nel basso medioevo. Ma è
soprattutto la pacifica coesistenza nelle stesse nostre città con quelli delle
altre confessioni a fare la differenza dal passato. Si scopre che si può vivere
insieme, conoscendosi si finisce per stimarsi, e allora tutti gli arzigogoli
teologici si appianano. In Italia molte chiese ortodosse hanno sede in chiese
concesse dai vescovi cattolici perché non più utilizzate.
Anticamente la gente comune rimaneva a fare
da spettatrice a certi azzuffamenti teologici e gerarchici. Era un po’, ma non
sempre, nello stato di gregge. Nel
secondo millennio è stato diverso. Le spiritualità nuove prorompevano dalla
gente comune e i capi religiosi faticavano a venirne a capo. La scoperta, in
Occidente nel Quattrocento, della stampa tipografica mise la cultura religiosa
alla portata delle masse. Stiamo vivendo una rivoluzione analoga con il WEB, il
trattamento telematico delle informazioni consentito dalla rete internet e dalla
sua interfaccia sugli schermi dei nostri computer, organizzata in modo da
essere accessibile anche ai bimbi più piccoli. Questa possibilità di renderci
conto dei problemi ci responsabilizza molto. Siamo spinti ad uscire dallo stato
di gregge e abbiamo gli strumenti per farlo. In un certo senso la nostra nuova
Europa si fonda su questa nuova realtà. Le divisioni che oggi la minacciano
interpellano i suoi popoli. Essi hanno imparato a convivere e a conoscersi. E’
più difficile rinchiudersi nell’egoismo del passato e fondare partiti del Noi soli. Anche i capi politici
nazionalisti, che spingono per la chiusura della frontiere, paradossalmente
creano internazionali politiche. E’ lo stesso anche per le questioni in materia
di fede. Certe forme di spiritualità non soddisfano più e, soprattutto, non servono più.
Parlare di pace, come oggi la intendiamo, è
facile e anche bello, realizzare la pace è molto più difficile, anche in
religione. La vita nelle parrocchie lo dimostra. A volte la coesistenza tra le
loro componenti è piuttosto precaria. A volte si ricade nei vizi delle origini,
nella brutta abitudine di lanciarsi anatemi, vale a dire scomuniche, senza
avere nemmeno, tra l’altro, il potere giuridico. E questo anche se la gente
della nostra fede, dal secondo dopoguerra, ha mostrato molti modi per fare pace e l’Europa contemporanea, pur
con tutti i suoi attuali problemi, ne è la dimostrazione.
Joseph Ratzinger qualche anno fa diffuse un’enciclica
la Carità nella Verità (2009) in cui affrontò sostanzialmente la
questione se venga prima la carità,
il fare
il bene agli altri, o la verità, il dire cose coerenti con il
patrimonio di fede, entrando in una inedita polemica con il suo predecessore
Giovanni Battista Montini, il quale nell’enciclica Lo sviluppo dei popoli (1967) aveva lanciato un forte appello a tutte
le persone di buona volontà a fare il
bene, affermando che lo sviluppo è il nuovo nome della pace,
anche in senso religioso.
Certe questioni noi laici di fede possiamo
tranquillamente lasciarle ai teologi di professione, come lo stesso Ratzinger è
stato per gran parte della sua vita.
La mia opinione è che ci si debba concentrare, noi che non
siamo teologi, sulla faccenda del fare il bene, e innanzi tutto nel volersi bene, nel fare pace come oggi lo si intende, comprendendo in quell’azione
anche lo sviluppo dei popoli e delle singole persone, per poi
cercare il senso religioso del bene che ci è riuscito di fare, quindi non
ragionando sulle sole intenzioni ma
sui risultati ottenuti. Nella questioni di fede, infatti, è vero che, come si dice, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli