martedì 5 gennaio 2016

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 7 -

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 7 -

   La nostra buona volontà di aprirci, di costituire una nuova rete di relazioni con la gente del nostro quartiere, si scontra con una difficoltà non da poco: non sappiamo chi e come contattare. La nostra rubrica telefonica è vuota. Forse è piena di nomi e di recapiti di persone interessate a un discorso religioso, ma non abitano qui da noi. Allora si è tentati di seguire la strategia praticata dai nostri capi religiosi per rimediare alla  mancanza di preti italiani, vale a dire di chiamare gente da fuori. In questo modo, però, si rischia di colonizzare  la parrocchia, invece di popolarla degli abitanti delle Valli.
  Un  conto, infatti, sono quelli che svolgono la missione e il ministero di apostoli, perché rientra nel loro ruolo l’essere inviati lontano, per suscitare e sostenere comunità di fede. E’ raro che una persona faccia il prete o il vescovo tra i suoi e comunque, per quanto il suo ufficio sia caratterizzato da una maggiore stabilità, come quello del parroco e di un vescovo, lo vive sempre nella prospettiva di un termine al suo mandato, decorso il quale deve partire. E’ una situazione che abbiamo recentemente vissuto, per l’avvicendamento tra parroci che c’è stato a ottobre. E questo anche se il precedente parroco era rimasto tra noi per un tempo veramente molto lungo, quasi trent’anni. Ma questo è il mestiere dell’apostolo, che non appartiene mai veramente a una determinata comunità, per quanto in essa viva, lavori e stringa anche rapporti affettivi, relazioni personali forti. E, tuttavia, quando l’apostolo viene da molto lontano possono crearsi problemi di comprensione con la gente a cui è stato mandato: c’è la difficoltà della relazione interculturale. L’Italia, ad esempio, ha avuto una storia di fede molto particolare, caratterizzata dalla presenza del papato romano, per cui anche le dinamiche laicali ne sono state fortemente segnate, ad esempio nella configurazione della nostra Azione Cattolica e nei suoi sviluppi associativi. I problemi riguardanti l’affermazione dell’unità nazionale, della democrazia e della laicità dello stato da noi si presentano con specificità ignote in altri contesti. Così c’è stata una tradizione di impegno civile del clero che si è andata progressivamente perdendo con l’impiego di stranieri, e mi riferisco a figure come Romolo Murri, Luigi Sturzo, Giovanni Minzoni, Primo Mazzolari, Lorenzo Milani, Giovanni Franzoni e molti altri. D’altra parte, l’attuale configurazione dei ministeri ordinati non consente di avere sufficienti candidati e allora il dilemma è tra l’impiegare gente da fuori o il non avere sacerdoti in molte comunità. E dobbiamo essere grati a chi impegna la sua vita tra noi, per noi, venendo da lontano.
 Altro invece sono coloro che, da laici, si assumono compiti di presidenza o animazione o, comunque, di  organizzazione  di attività collettive nella parrocchia: qui non ci sono le difficoltà che riguardano i preti e allora, se si vuole che una collettività si radichi ed esprima una comunità, si evolva in comunità, devono essere espressi dalla gente del posto. E’ il problema che si è avuto nella diffusione della fede in Africa e in Asia, fino a che si è riusciti a insediare un clero locale e rendere le comunità indigene autonome dai missionari occidentali, di cultura europea.
   Agli inizi ci si può far aiutare da persone da fuori, certo, in particolare per fare tirocinio di certe esperienze, e acquisire il necessario saper fare, ma in prospettiva occorre rendersene autonomi. Certe cose non ci sono più familiari, non ne abbiamo più pratica. Ma poi un parte importante del lavoro di chi ci verrà a dare una mano sarà quello di creare una rubrica con i nomi di persone del quartiere che possano impegnarsi nei vari servizi. In ogni particolare realtà collettiva che si riuscirà a formare, in ogni gruppo, bisogna stimolare l’emergere di una presidenza, direzione, animazione tra i suoi stessi partecipanti che abitano nel territorio della parrocchia, con procedure di carattere democratico che prevedano periodiche verifiche e anche periodici rinnovamenti degli incarichi. Le persone venute da fuori dovranno quindi proporsi di passare la mano una volta andata a buon fine la fase di induzione della comunità. Insomma, per così dire, le gerarchie laicali dovranno essere del quartiere.
  Questo in particolare perché il centro del rinnovamento dovrà essere, per come la vedo io, la domenica, il giorno santo, con la sua grande ricchezza teologica e liturgica, il giorno in cui la gente del quartiere in genere è (ancora, ma non si sa fino a quando, perché l’economia sta invadendo progressivamente la domenica) libera dal lavoro e dallo studio e ha tempo, e anche voglia,  per ritrovarsi insieme. Se uno viene da fuori, la domenica invece se ne tornerà dai suoi. Egli sarà tra noi  part-time. Come potremmo rinfacciarglielo? Ma allora ci verrà a mancare proprio quando ne abbiamo più bisogno.
  E’ nei giorni festivi, che in Italia sono in gran parte ancora legati alle feste liturgiche (una grande opportunità!), che uno si guarda intorno e comincia a riflettere sulla propria condizione umana: e questo è proprio l’inizio del lavoro religioso! E’ in quel momento che si può cominciare a tessere pazientemente la rete della fede, incontrando le persone e invitandole a tornare in parrocchia:  vieni e vedi!, è questo il discorso che si deve fare, prendendo esempio dal Fondatore;  ma poi in parrocchia ci deve essere qualcuno ad attendere e accogliere chi arriva. Bisogna riscoprire la dimensione  festiva  della nostra fede, per cui essa è  gioia. In questo siamo stati esortati dal nostro vescovo, che sul tema della gioia della fede ha scritto il primo documento del suo alto ministero. Ed è una grande gioia scoprire di essere attesi da amici  con i quali volendo ci si può incontrare ogni giorno della settimana perché abitano vicino a noi.  Questa prossimità territoriale e la possibilità concreta di incontrarsi in un luogo che progressivamente diventerà la casa comune, diverso dagli ambienti che di frequentano insieme ad altre persone solo perché si devono fare le stesse cose, come i grandi centri commerciali, porterà a intensificare quelle relazioni significative che ieri, seguendo il pensiero di mio zio Achille, ho chiamato di mondo vitale  e di ampliare così, estendendola per il quartiere, quella trama di rapporti sociali lungo la quale può correre la comunicazione di fede. Perché solo relazioni dotate di senso la consentono: tutti gli altri tipi di contatto lasciano il tempo che trovano, sono superficiali in quanto tendenzialmente anonimi, e questo anche se, come accade per i grandi eventi spettacolari, possono produrre delle folle.
  Così un buon inizio penso possa essere quello di proporsi di crearsi una rubrica con tanti nomi della gente del quartiere da coinvolgere nelle attività parrocchiali, nelle nostre  feste dell’incontro  e del dialogo.
 “Fate  molte feste”, raccomandò ai preti della nuova parrocchia Giorgio La Pira, da sindaco di Firenze, inaugurando nel ’54 il nuovo quartiere di case popolari dell’Isolotto.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli