Perché la parrocchia?
Come la parrocchia? - 7 -
La
nostra buona volontà di aprirci, di
costituire una nuova rete di relazioni con la gente del nostro quartiere, si
scontra con una difficoltà non da poco: non sappiamo chi e come contattare. La
nostra rubrica telefonica è vuota. Forse è piena di nomi e di recapiti di
persone interessate a un discorso religioso, ma non abitano qui da noi. Allora
si è tentati di seguire la strategia praticata dai nostri capi religiosi per rimediare alla mancanza di preti italiani, vale
a dire di chiamare gente da fuori. In questo modo, però, si rischia di colonizzare la parrocchia, invece di popolarla degli
abitanti delle Valli.
Un conto, infatti, sono quelli
che svolgono la missione e il ministero di apostoli,
perché rientra nel loro ruolo l’essere inviati
lontano, per suscitare e sostenere comunità di fede. E’ raro che una persona
faccia il prete o il vescovo tra i suoi e comunque, per quanto il suo ufficio
sia caratterizzato da una maggiore stabilità, come quello del parroco e di un
vescovo, lo vive sempre nella prospettiva di un termine al suo mandato, decorso
il quale deve partire. E’ una situazione che abbiamo recentemente vissuto, per
l’avvicendamento tra parroci che c’è stato a ottobre. E questo anche se il
precedente parroco era rimasto tra noi per un tempo veramente molto lungo,
quasi trent’anni. Ma questo è il mestiere dell’apostolo, che non appartiene
mai veramente a una determinata comunità, per quanto in essa viva, lavori e
stringa anche rapporti affettivi, relazioni personali forti. E, tuttavia,
quando l’apostolo viene da molto lontano possono crearsi problemi di
comprensione con la gente a cui è stato mandato: c’è la difficoltà della
relazione interculturale. L’Italia, ad esempio, ha avuto una storia di fede
molto particolare, caratterizzata dalla presenza del papato romano, per cui
anche le dinamiche laicali ne sono state fortemente segnate, ad esempio nella
configurazione della nostra Azione Cattolica e nei suoi sviluppi associativi. I
problemi riguardanti l’affermazione dell’unità nazionale, della democrazia e
della laicità dello stato da noi si presentano con specificità ignote in altri
contesti. Così c’è stata una tradizione di impegno civile del clero che si è
andata progressivamente perdendo con l’impiego di stranieri, e mi riferisco a
figure come Romolo Murri, Luigi Sturzo, Giovanni Minzoni, Primo Mazzolari,
Lorenzo Milani, Giovanni Franzoni e molti altri. D’altra parte, l’attuale
configurazione dei ministeri ordinati non consente di avere sufficienti
candidati e allora il dilemma è tra l’impiegare gente da fuori o il non avere
sacerdoti in molte comunità. E dobbiamo essere grati a chi impegna la sua vita
tra noi, per noi, venendo da lontano.
Altro invece sono coloro che, da laici, si
assumono compiti di presidenza o animazione o, comunque, di organizzazione di attività collettive nella parrocchia: qui
non ci sono le difficoltà che riguardano i preti e allora, se si vuole che una
collettività si radichi ed esprima una comunità, si evolva in comunità, devono
essere espressi dalla gente del posto. E’ il problema che si è avuto nella
diffusione della fede in Africa e in Asia, fino a che si è riusciti a insediare
un clero locale e rendere le comunità indigene autonome dai missionari
occidentali, di cultura europea.
Agli inizi ci si può far aiutare da persone da fuori, certo, in
particolare per fare tirocinio di certe esperienze, e acquisire il necessario saper fare, ma in prospettiva occorre
rendersene autonomi. Certe cose non ci sono più familiari, non ne abbiamo più
pratica. Ma poi un parte importante del lavoro di chi ci verrà a dare una mano
sarà quello di creare una rubrica con
i nomi di persone del quartiere che possano impegnarsi nei vari servizi. In
ogni particolare realtà collettiva che si riuscirà a formare, in ogni gruppo,
bisogna stimolare l’emergere di una presidenza, direzione, animazione tra i
suoi stessi partecipanti che abitano nel territorio della parrocchia, con procedure di carattere democratico che prevedano
periodiche verifiche e anche periodici rinnovamenti degli incarichi. Le persone
venute da fuori dovranno quindi proporsi di passare la mano una volta andata a buon
fine la fase di induzione della
comunità. Insomma, per così dire, le gerarchie
laicali dovranno essere del quartiere.
Questo in particolare perché il centro del rinnovamento dovrà essere,
per come la vedo io, la domenica, il giorno santo, con la sua grande ricchezza
teologica e liturgica, il giorno in cui la gente del quartiere in genere è (ancora, ma non si sa fino a quando,
perché l’economia sta invadendo progressivamente la domenica) libera dal lavoro
e dallo studio e ha tempo, e anche voglia, per ritrovarsi insieme. Se uno viene da fuori,
la domenica invece se ne tornerà dai suoi. Egli sarà tra noi part-time. Come potremmo rinfacciarglielo?
Ma allora ci verrà a mancare proprio quando ne abbiamo più bisogno.
E’ nei giorni festivi, che in Italia sono in gran parte ancora legati
alle feste liturgiche (una grande
opportunità!), che uno si guarda intorno e comincia a riflettere sulla
propria condizione umana: e questo è proprio l’inizio del lavoro religioso! E’
in quel momento che si può cominciare a tessere pazientemente la rete della
fede, incontrando le persone e invitandole a tornare in parrocchia: vieni
e vedi!, è questo il discorso che si deve fare, prendendo esempio dal
Fondatore; ma poi in parrocchia ci deve
essere qualcuno ad attendere e accogliere chi arriva. Bisogna riscoprire la
dimensione festiva della nostra fede, per cui essa è gioia.
In questo siamo stati esortati dal nostro vescovo, che sul tema della gioia della fede ha scritto il primo
documento del suo alto ministero. Ed è una grande gioia scoprire di essere attesi da amici con i
quali volendo ci si può incontrare ogni giorno della settimana perché abitano
vicino a noi. Questa prossimità
territoriale e la possibilità concreta di incontrarsi in un luogo che
progressivamente diventerà la casa comune, diverso dagli ambienti che di
frequentano insieme ad altre persone solo perché si devono fare le stesse cose,
come i grandi centri commerciali, porterà a intensificare quelle relazioni
significative che ieri, seguendo il pensiero di mio zio Achille, ho chiamato di
mondo vitale e di ampliare così, estendendola per il
quartiere, quella trama di rapporti sociali lungo la quale può correre la
comunicazione di fede. Perché solo relazioni dotate di senso la consentono:
tutti gli altri tipi di contatto lasciano il tempo che trovano, sono
superficiali in quanto tendenzialmente anonimi, e questo anche se, come accade
per i grandi eventi spettacolari, possono produrre delle folle.
Così un buon inizio penso possa essere quello di proporsi di crearsi una rubrica con tanti nomi della
gente del quartiere da coinvolgere nelle attività parrocchiali, nelle nostre feste
dell’incontro e del dialogo.
“Fate molte feste”, raccomandò ai preti della
nuova parrocchia Giorgio La Pira, da sindaco di Firenze, inaugurando nel ’54 il
nuovo quartiere di case popolari dell’Isolotto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli