Perché
la parrocchia? Come la parrocchia? - 6 -
Una volta che si sia arrivati a convincersi
che non è produttivo insistere nella neocatecumenalizzazione spinta della parrocchia, se non altro per gli effetti
negativi che si sono prodotti, e che la soluzione non è neanche quella di
riproporre un qualche modello del passato ormai lontano, vale a dire ciò che
correva da noi a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 prima di quel processo, perché
la società è cambiata irreversibilmente e anche perché non è questo che ci
viene richiesto dalla diocesi, ci si trova pur sempre ad un punto di partenza, sia pure con il vantaggio
di aver risolto quei dubbi metodologici.
La sensazione, allora, può essere quella di
aver sprecato tanto tempo. A questo punto sono tentato di proporre
argomenti consolatori, ma non lo faccio. Che ognuno di voi giudichi dal suo
punto di vista, ci ragioni su. Ma tenete conto che il passato non può essere
cambiato: se ne può trarre insegnamento, certo, e se ne possono anche modificare
i postumi critici, vale a dire gli effetti negativi che sono ancora in corso e
sui quali, quindi, appartenendo al nostro tempo, possiamo cercare di incidere.
Questo è appunto il nostro compito, oggi. Per il resto, quella, in quel
passato, è stata la nostra vita ed essa, in quanto vita umana, ha comunque un
senso, in particolare nella prospettiva della fede: nulla di ciò che è umano va
mai veramente sprecato, ma richiede di essere redento, di essere trasformato dalla misericordia soprannaturale.
Perché noi siamo creature bisognose di
redenzione ed essa è effettivamente in atto, come crediamo e speriamo nella
nostra fede. Così ciò che ci appare impossibile, redimere il nostro passato,
diventa possibile se solo non facciamo ombra alla luce della redenzione e,
innanzi tutto, invochiamo la grazia della conversione, perché nulla è
impossibile in questa prospettiva.
Ho tra
le mani il libro Crisi di governabilità e
mondi vitali, di mio zio sociologo Achille Ardigò, pubblicato nel 1980
dall’editrice Cappelli e oramai da tempo non più in commercio. Risale quindi
agli ultimi tempi della prima nostra era parrocchiale, quella in cui si era
guidati dal parroco don Vincenzo, e a primi tempi del supremo ministero del
papa Karol Wojtyla, che tanto influì sulle dinamiche delle nostre collettività
di fede guidandole verso una particolare interpretazione del moto di
rinnovamento innescato dal Concilio Vaticano 2°, nello sforzo di mantenere
l’unità del popolo di fede e la capacità di influire, con la sua massa critica,
nelle dinamiche sociali del suo tempo. In quel testo vedo tratteggiati tutti i
problemi che, all’epoca nella fase iniziale, ancora travagliano la nostra era,
in particolare rendendo difficile le aggregazioni collettive dotate di senso,
vale a dire quelle alle quali ci si riferisce per dare un significato a ciò che
si è e si fa e per avere conferma del proprio valore esistenziale, in sostanza
quelli che mio zio definì, seguendo e approfondendo un orientamento di altri
sociologi e filosofi, mondi vitali.
Questa la definizione di mondo vitale formulata da mio zio in quel libro:
“Per mondo vitale quotidiano
s’intende l’ambito di relazioni intersoggettive (e prima ancora del soggetto
aperto all’esperire vivente di mondo vitale) che precedono e accompagnano la
riproduzione della vita umana e che, successivamente, anche attraverso
comunicazioni simboliche tra due o poche persone, formano la fascia delle
relazioni di familiarità, di amicizia, di interazione quotidiana con
comprensione reciproca del senso dell’azione e della comunicazione
intersoggettive. Mondi vitali quotidiani si possono formare per «nuova nascita» (religiosa,
politica, civile), per metànoia [parola del greco antico che significa conversione esistenziale, profondo mutamento di mentalità e
atteggiamenti di vita].
Un mondo vitale è più chiaramente percepibile allo stato nascente. Ne è modello
l’innamoramento, che il sociologo Francesco Alberoni definì (in Innamoramento e amore, edito nel 1979
dall’editrice Rizzoli e attualmente in commercio solo come e-book, testo citato
nel libro di mio zio): stato nascente di un movimento collettivo a
due (anche se la definizione di movimento
collettivo data al rapporto di
coppia fu criticata da mio zio). In esso si fa l’esperienza della relazione-fusione-rinascita che produce il senso della vita e che talvolta
si sperimenta anche accostandosi e inserendosi in collettività di fede
religiosa.
La trama dei mondi vitali sorregge i sistemi
sociali, vale a dire l’insieme delle relazioni sociali tipizzate, fatte di
istituzioni e di regole dotate di un certo maggior grado di stabilità,
oggettività, durata e, in genere, formalizzate in testi scritti, come ad
esempio nelle leggi degli stati, per cui una persona, leggendoli, sa come
condursi in società, ad esempio come comportarsi da utente della strada alla
guida della propria autovettura. Il fenomeno osservato da mio zio Achille negli
anni ’70 fu appunto la disgregazione di quella trama di mondi vitali, per cui
le istituzioni collettive, private del senso
da essa trasmesso, tendevano a implodere,
a crollare su se stesse, dopo aver cercato vanamente di comprare l’alleanza dei mondi vitali con prestazioni di stato
sociale sempre più onerose, fino a sbilanciare terminalmente l’equilibrio
economico tra entrate fiscali ed erogazioni sociali.
Ai tempi nostri quel processo è proseguito e
si è addirittura incrementato, favorito dall’ideologia della globalizzazione,
che vede con sfavore ogni ostacolo collettivo all’espressione delle
potenzialità individuali delle persone, per cui ognuno è spinto a ricercare da
sé, con le sue sole proprie forze, la soluzione a problemi che, in realtà,
nascono da dinamiche collettive, come ad esempio quello della disoccupazione.
Su questo ha scritto molto il sociologo Zygmunt Bauman, in opere divulgative di
largo successo. In particolare, quanto ai problemi della crisi della vita
comunitaria, indico il libro Voglia di
comunità, edito da Laterza,
attualmente in commercio.
Anche le nostre istituzioni religiose sono
state colpite da quel processo di perdita di senso, causato dal disgregarsi
delle relazioni di mondo vitale. Si è cercato di reagirvi nel quadro della
riscoperta della dimensione comunitaria della fede indotta dai saggi
dell’ultimo concilio, cercando di produrvi, per così dire artificialmente, con tecniche di animazione, delle relazioni tra
mondi vitali. Questo è sostanzialmente il senso, per come mi pare di aver
capito, della sperimentazione neocatecumenale. Il metodo neocatecumenale si
basa sulla costruzione di piccoli gruppi di perfezionandi, disponibili a un
processo di conversione comunitaria (ecco l’elemento di metànoia, spesso all’origine della
dinamica di mondo vitale). Tra le persone appartenenti ad ogni gruppo si
inducono, poi, metodicamente relazioni
di mondo vitale, caratterizzate in particolare da una forte solidarietà emotiva
ed economica e dalla compartecipazione ad un programma che potremmo definire di
innamoramento religioso e sociale,
strutturato a tappe progressive. Ogni gruppo diviene quindi una realtà di mondo
vitale, una neo-comunità, e poi tutte le comunità
vivono in un contesto istituzionale di movimento
che le collega e le rende visibili
all’esterno, con regole ben definite ed evocato simbolicamente da un apparato paraliturgico, in cui esse vengono a sostenere un particolare sistema sociale molto caratterizzato dalla nostra
fede, della quale però, va sempre ricordato, costituisce solo una particolare mediazione culturale, una
interpretazione. Il suo limite, come ho più volte ricordato, è nel fatto che
tutte le relazioni significative, sia di mondo vitale che propriamente di
sistema sociale, si svolgono prevalentemente all’interno di dinamiche di movimento, vale a dire all’interno del Cammino Neocatecumenale, isolando le neo-comunità dalla società
all’esterno di esso, mantenendole sostanzialmente in una bolla di sopravvivenza
vitale, come quelle che nei romanzi di fantascienza vengono immaginate come
ambiente di vita dei colonizzatori di mondi extraterrestri privi di atmosfera
respirabile. L’incremento di queste neo-comunità di mondo vitale si immagina che avvenga in due modi: per riproduzione moltiplicativa dall’interno, programmando di generare figli
ad un tasso molto superiore a quello di
pura e semplice sostituzione generazionale (due o tre), ovvero per attrazione gravitazionale, per cui la massa critica del complesso della
neocomunità, orbitando nello spazio sociale esterno, attrae singoli individui
rimasti senza punti di riferimento sociale che ricadono all’interno del
microcosmo di movimento, come una meteora su un pianeta. Se questa analisi è
realistica, questo modello mi appare particolarmente carente nell’aspetto della
missione tra i lontani, che, fin dalle origini, ha
caratterizzato l’esperienza sociale della nostra fede, in quanto non vi è
sufficiente fiducia nel dialogo interculturale, nel quale l’apostolo si
immerge in un diverso contesto
culturale, in una società diversa in cui si reca, cerca di capire la realtà in
cui è capitato, di interagire con le persone tra le quali si trova, di
individuare anche le reazioni di mondo vitale da esse espresse, di scoprirne il
senso religioso e poi di formulare un appello nella lingua e secondo la cultura
di quelli tra i quali è capitato, nella convinzione che nulla di genuinamente umano è estraneo alla fede.
Bisogna avvertire che questo discorso di restaurazione dei mondi vitali era
estraneo all’ideologia comunitaria sviluppata ai tempi dell’ultimo concilio
(1962-1965), perché, a quell’epoca, non si era ancora prodotto e dunque non era
ancora avvertibile il degrado delle relazioni di mondo vitale. A quei tempi la
riscoperta della dimensione comunitaria della fede volle essenzialmente prendere atto del protagonismo che il laicato
di fede aveva espresso nel secolo precedente nella partecipazione al governo
democratico delle società del suo tempo e ai progressi sociali e scientifici,
in particolare nel processo di reazione morale e politica, ribellione, lotta
collettiva contro i fascismi europei e alla conseguente trasformazione politica
della nuova Europa, dopo la loro caduta, che aveva innescato anche un processo
di decolonizzazione a livello mondiale, la trasformazione del
mondo intero. Essa ebbe sostanzialmente il senso di consentire una più ampia
partecipazione del laicato, e tra esso anche delle donne, ai compiti specificamente
di diffusione della fede nelle società contemporanee, che un tempo erano
ritenuti appannaggio esclusivo del clero e dei religiosi. E ciò scoprendo il
valore specificamente religioso di ciò che si faceva agendo della società
civile e politica, al di fuori quindi degli ambienti specificamente di
collettività di fede, per cui si riconobbe che quell’attività era
manifestazione della carità-agàpe e doveva essere condotta con autonomia dai
laici di fede, secondo la sapienza e competenza da loro acquisite negli affari
della società, con particolare riferimento anche alle discipline scientifiche,
sia pure facendo riferimento all’insegnamento dei capi religiosi del clero,
vale a dire di coloro che svolgono le funzioni di apostoli.
I problemi di perdita di senso delle
istituzioni sociali risalgono ad epoca tra la fine degli anni Sessanta del
secolo scorso e l’inizio degli anni Settanta. Essi si sono molto aggravati dai
successivi anni Novanta con la globalizzazione del modello
capitalistico-consumistico che ha notevolmente incrementato l’accesso di sempre
più vaste popolazioni della terra ad un benessere di tipo occidentale. Questo
ha reso meno necessario e praticato il sistema di sicurezza collettivo
costituito dalle realtà collettive forti,
come ad esempio i partiti politici e le religioni costituite, a fronte di un
sistema legale, formale, che sembrava sufficiente a consentire all’individuo di
sopravvivere nelle società contemporanee senza la loro protezione,
garantendogli una condizione di cittadinanza
universale. Il legame tra gli individui necessario alla comprensione delle
società del loro tempo è oggi assicurato dai mezzi di comunicazione di massa,
che sono divenuti interattivi, consentendo l’esperienza di effettivo dialogo.
Tuttavia le dinamiche delle immense
collettività globalizzate contemporanee, nelle loro intense e continue
relazioni su larga scala, commerciali e culturali, hanno creato anche problemi
nuovi alla vita delle persone, che richiederebbero una riposta collettiva, la
quale tuttavia non può essere prodotta per la degradazione dei soggetti sociali
che classicamente l’esprimevano. Anche la civiltà della cittadinanza universale, così, degrada, si corrompe, se non è sostenuta dalla trama dei mondi vitali, che, ad esempio, consente di sviluppare una vasta solidarietà di base nei confronti dei migranti, integrandoli nel contesto sociale che a loro inizialmente è estraneo. Senza il sostegno di mondo vitale l'individuo avverte la propria impotenza, la propria insufficienza e il mondo che gli viene raffigurato dai mezzi di comunicazione di massa, divenuti ormai il suo unico fattore di socializzazione, gli appare sempre più diverso dalla realtà in cui vive. Lo si può notare anche nella vita di un quartiere
come il nostro, dove, a fronte a vari tipi di disagio, come ad esempio alla
criminalità in aumento e al traffico stradale oppressivo, o al progressivo
degrado urbanistico della zona per incuria, scarsa manutenzione degli impianti,
bassa qualità delle realizzazioni, non si sa che fare e a chi rivolgersi. E
ciò quando fino a non molti anni fa, ad
esempio nelle lotte per il pratone, si riusciva ancora ad esprimere una realtà
sociale adeguata.
Dunque abbiamo ancora sicuramente relazioni forti
di mondo vitale, ad esempio in famiglia, e la famiglia è sempre, nelle indagini statistiche, ai primi posti nella fiducia degli italiani e anche nell'elenco di ciò che conta veramente per la gente, ma questi mondi
vitali vagano nel contesto sociale senza più avere la capacità di costituire
tra loro un trama coerente e senza riuscire a
collegarsi, in modo da influire su di esse, con le istituzioni sociali
le quali governano i servizi pubblici dai quali dipende il benessere
collettivo.
Una cosa mi è molto evidente: nel nostro
quartiere l’unico grande sistema residuo
di integrazione tra mondi vitali e società è costituito dalla nostra parrocchia.
Essa ha ancora le strutture sociali e architettoniche adatte per sostenerlo.
Perché, anche se guardiamo realisticamente la nostra parrocchia, e vediamo
quindi le cose di cui non siamo soddisfatti e in cui abbiamo mancato, ci
accorgiamo che essa è ancora abitata da
mondi vitali, tra i quali indubbiamente quelli del sistema integrato delle
comunità neocatecumenali, ma non solo questo: essa possiede anche l’ideologia e le potenzialità per sviluppare molto la trama
dei mondi vitali, aggregandone di nuovi, avvicinando e dialogando con quelli che orbitano nella società in cui la parrocchia è immersa, e per integrarla in un sistema sociale significativo, in grado di sorreggere lo sviluppo e l'affermazione di valori nella società, ciò che dagli anni '70 correntemente si definisce in religione "promozione umana", e non solo, essa
si sente anche in dovere di farlo come parte della propria missione
esistenziale per cui non si sente appagata dall’essere il “club” delle sole persone
che attualmente vi sono affiliate.
Non dobbiamo meravigliarci se vediamo, nel
nostro quartiere, gravitarci intorno mondi vitali che non ricadono per attrazione
gravitazionale sul nostro mondo parrocchiale, perché questa è appunto la situazione generale della società italiana di oggi.
Però essi possono essere integrati nel nostro mondo, perché in quanto realtà
umane hanno anche un senso religioso che noi, tessendo pazientemente una rete
di dialogo, dobbiamo aiutarli a scoprire. Né ci dobbiamo scoraggiare per il
loro analfabetismo religioso, tenendo presente
che l’alfabetizzazione religiosa non è stata mai storicamente una
caratteristica preminente delle nostre collettività religiose, che anzi a lungo
si è programmaticamente cercato di mantenere in una sorta di infantilismo
religioso, perché il sapere troppo da parte dei laici era visto con sospetto come
focolaio di dissenso e ribellione: l’umano è intrinsecamente religioso nei suoi
valori fondamentali e viene vissuto ancor prima di saperne parlare.
Quello che dobbiamo innanzi tutto progettare,
nella mia visione, sono spazi in cui convocare la gente del quartiere,
possibilmente in una dimensione di festa, che, come ci dicono gli esperti, è
l’ambiente ideale per la predicazione evangelica, per poi cercare di capirla e di
entrare in dialogo con lei, stabilendo relazioni di mondo vitale, nelle
quali scorre la corrente della fede. La simbologia liturgica ci potrà attuare
in questo, perché la gente vi ha ancora una qualche dimestichezza, se non altro
perché è molto presente in televisione. Non possiamo naturalmente prevedere
come andrà a finire. Si tratterà di
eventi che potranno anche sorprenderci, positivamente speriamo, ma anche
negativamente. Nel momento in cui la bolla parrocchiale si aprirà, e non ci
saranno più luoghi di decontaminazione e selezione, si produrrà una realtà
sociale pluralistica ed effervescente nella quale dovremo imparare a
interagire, adattando, se necessario, i modelli che avevamo inizialmente programmato.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli