lunedì 4 gennaio 2016

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 6 -

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 6 -

 Una volta che si sia arrivati a convincersi che non è produttivo insistere nella  neocatecumenalizzazione spinta  della parrocchia, se non altro per gli effetti negativi che si sono prodotti, e che la soluzione non è neanche quella di riproporre un qualche modello del passato ormai lontano, vale a dire ciò che correva da noi a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 prima di quel processo, perché la società è cambiata irreversibilmente e anche perché non è questo che ci viene richiesto dalla diocesi, ci si trova pur sempre ad un  punto di partenza, sia pure con il vantaggio di aver risolto quei dubbi metodologici.
  La sensazione, allora, può essere quella di aver sprecato  tanto tempo. A questo punto sono tentato di proporre argomenti consolatori, ma non lo faccio. Che ognuno di voi giudichi dal suo punto di vista, ci ragioni su. Ma tenete conto che il passato non può essere cambiato: se ne può trarre insegnamento, certo, e se ne possono anche modificare i postumi critici, vale a dire gli effetti negativi che sono ancora in corso e sui quali, quindi, appartenendo al nostro tempo, possiamo cercare di incidere. Questo è appunto il nostro compito, oggi. Per il resto, quella, in quel passato, è stata la nostra vita ed essa, in quanto vita umana, ha comunque un senso, in particolare nella prospettiva della fede: nulla di ciò che è umano va mai veramente sprecato, ma richiede di essere redento, di essere trasformato dalla misericordia soprannaturale. Perché noi siamo creature bisognose di redenzione ed essa è effettivamente in atto, come crediamo e speriamo nella nostra fede. Così ciò che ci appare impossibile, redimere  il nostro passato, diventa possibile se solo non facciamo ombra alla luce della redenzione e, innanzi tutto, invochiamo la grazia della conversione, perché nulla è impossibile in questa prospettiva.
  Ho tra le mani il libro Crisi di governabilità e mondi vitali, di mio zio sociologo Achille Ardigò, pubblicato nel 1980 dall’editrice Cappelli e oramai da tempo non più in commercio. Risale quindi agli ultimi tempi della prima nostra era parrocchiale, quella in cui si era guidati dal parroco don Vincenzo, e a primi tempi del supremo ministero del papa Karol Wojtyla, che tanto influì sulle dinamiche delle nostre collettività di fede guidandole verso una particolare interpretazione del moto di rinnovamento innescato dal Concilio Vaticano 2°, nello sforzo di mantenere l’unità del popolo di fede e la capacità di influire, con la sua massa critica, nelle dinamiche sociali del suo tempo. In quel testo vedo tratteggiati tutti i problemi che, all’epoca nella fase iniziale, ancora travagliano la nostra era, in particolare rendendo difficile le aggregazioni collettive dotate di senso, vale a dire quelle alle quali ci si riferisce per dare un significato a ciò che si è e si fa e per avere conferma del proprio valore esistenziale, in sostanza quelli che mio zio definì, seguendo e approfondendo un orientamento di altri sociologi e filosofi,  mondi vitali.
  Questa la definizione di mondo vitale formulata da mio zio in quel libro:
“Per mondo vitale quotidiano s’intende l’ambito di relazioni intersoggettive (e prima ancora del soggetto aperto all’esperire vivente di mondo vitale) che precedono e accompagnano la riproduzione della vita umana e che, successivamente, anche attraverso comunicazioni simboliche tra due o poche persone, formano la fascia delle relazioni di familiarità, di amicizia, di interazione quotidiana con comprensione reciproca del senso dell’azione e della comunicazione intersoggettive. Mondi vitali quotidiani si possono formare per «nuova nascita» (religiosa, politica, civile), per metànoia [parola del greco antico che significa  conversione esistenziale, profondo mutamento di mentalità e atteggiamenti di vita].
  Un  mondo vitale  è più chiaramente percepibile allo stato nascente. Ne è modello l’innamoramento, che il sociologo Francesco Alberoni definì (in Innamoramento e amore, edito nel 1979 dall’editrice Rizzoli e attualmente in commercio solo come e-book, testo citato nel libro di mio zio):  stato nascente di un movimento collettivo a due (anche se la definizione di movimento collettivo  data al rapporto di coppia fu criticata da mio zio). In esso si fa l’esperienza della relazione-fusione-rinascita  che produce il senso della vita e che talvolta si sperimenta anche accostandosi e inserendosi in collettività di fede religiosa. 
   La trama dei mondi vitali sorregge i sistemi sociali, vale a dire l’insieme delle relazioni sociali tipizzate, fatte di istituzioni e di regole dotate di un certo maggior grado di stabilità, oggettività, durata e, in genere, formalizzate in testi scritti, come ad esempio nelle leggi degli stati, per cui una persona, leggendoli, sa come condursi in società, ad esempio come comportarsi da utente della strada alla guida della propria autovettura. Il fenomeno osservato da mio zio Achille negli anni ’70 fu appunto la disgregazione di quella trama di mondi vitali, per cui le istituzioni collettive, private del senso  da essa trasmesso, tendevano a implodere, a crollare su se stesse, dopo aver cercato vanamente di comprare l’alleanza dei mondi vitali con prestazioni di stato sociale sempre più onerose, fino a sbilanciare terminalmente l’equilibrio economico tra entrate fiscali ed erogazioni sociali.
  Ai tempi nostri quel processo è proseguito e si è addirittura incrementato, favorito dall’ideologia della globalizzazione, che vede con sfavore ogni ostacolo collettivo all’espressione delle potenzialità individuali delle persone, per cui ognuno è spinto a ricercare da sé, con le sue sole proprie forze, la soluzione a problemi che, in realtà, nascono da dinamiche collettive, come ad esempio quello della disoccupazione. Su questo ha scritto molto il sociologo Zygmunt Bauman, in opere divulgative di largo successo. In particolare, quanto ai problemi della crisi della vita comunitaria, indico il libro Voglia di comunità,  edito da Laterza, attualmente in commercio.
 Anche le nostre istituzioni religiose sono state colpite da quel processo di perdita di senso, causato dal disgregarsi delle relazioni di mondo vitale. Si è cercato di reagirvi nel quadro della riscoperta della dimensione comunitaria della fede indotta dai saggi dell’ultimo concilio, cercando di produrvi, per così dire artificialmente, con tecniche di animazione, delle relazioni tra mondi vitali. Questo è sostanzialmente il senso, per come mi pare di aver capito, della sperimentazione neocatecumenale. Il metodo neocatecumenale si basa sulla costruzione di piccoli gruppi di perfezionandi, disponibili a un processo di conversione  comunitaria (ecco l’elemento di metànoia, spesso all’origine della dinamica di mondo vitale). Tra le persone appartenenti ad ogni gruppo si inducono, poi,  metodicamente relazioni di mondo vitale, caratterizzate in particolare da una forte solidarietà emotiva ed economica e dalla compartecipazione ad un programma che potremmo definire di  innamoramento religioso e sociale, strutturato a tappe progressive. Ogni gruppo diviene quindi una realtà di mondo vitale, una  neo-comunità, e poi tutte le comunità vivono in un contesto istituzionale di movimento  che le collega e le rende visibili all’esterno, con regole ben definite ed evocato simbolicamente da un apparato paraliturgico, in cui esse vengono a sostenere un particolare sistema  sociale molto caratterizzato dalla nostra fede, della quale però, va sempre ricordato, costituisce solo una particolare mediazione culturale, una interpretazione. Il suo limite, come ho più volte ricordato, è nel fatto che tutte le relazioni significative, sia di mondo vitale che propriamente di sistema sociale, si svolgono prevalentemente all’interno di dinamiche di movimento, vale a dire all’interno del Cammino Neocatecumenale, isolando le neo-comunità dalla società all’esterno di esso, mantenendole sostanzialmente in una bolla di sopravvivenza vitale, come quelle che nei romanzi di fantascienza vengono immaginate come ambiente di vita dei colonizzatori di mondi extraterrestri privi di atmosfera respirabile. L’incremento di queste neo-comunità di mondo vitale si  immagina che avvenga in due modi: per riproduzione moltiplicativa  dall’interno, programmando di generare figli ad un tasso molto  superiore a quello di pura e semplice sostituzione generazionale (due o tre), ovvero per attrazione gravitazionale,  per cui la massa critica del complesso della neocomunità, orbitando nello spazio sociale esterno, attrae  singoli individui rimasti senza punti di riferimento sociale che ricadono  all’interno del microcosmo di movimento, come una meteora su un pianeta. Se questa analisi è realistica, questo modello mi appare particolarmente carente nell’aspetto della  missione  tra i lontani, che, fin dalle origini, ha caratterizzato l’esperienza sociale della nostra fede, in quanto non vi è sufficiente fiducia nel dialogo interculturale, nel quale l’apostolo  si immerge  in un diverso contesto culturale, in una società diversa in cui si reca, cerca di capire la realtà in cui è capitato, di interagire con le persone tra le quali si trova, di individuare anche le reazioni di mondo vitale da esse espresse, di scoprirne il senso religioso e poi di formulare un appello nella lingua e secondo la cultura di quelli tra i quali è capitato, nella convinzione che nulla di genuinamente umano è estraneo alla fede.
 Bisogna avvertire che questo discorso di restaurazione dei mondi vitali era estraneo all’ideologia comunitaria sviluppata ai tempi dell’ultimo concilio (1962-1965), perché, a quell’epoca, non si era ancora prodotto e dunque non era ancora avvertibile il degrado delle relazioni di mondo vitale. A quei tempi la riscoperta della dimensione comunitaria della fede volle essenzialmente  prendere atto del protagonismo che il laicato di fede aveva espresso nel secolo precedente nella partecipazione al governo democratico delle società del suo tempo e ai progressi sociali e scientifici, in particolare nel processo di reazione morale e politica, ribellione, lotta collettiva contro i fascismi europei e alla conseguente trasformazione politica della nuova Europa, dopo la loro caduta, che aveva innescato anche un processo di decolonizzazione  a livello mondiale, la trasformazione del mondo intero. Essa ebbe sostanzialmente il senso di consentire una più ampia partecipazione del laicato, e tra esso anche delle donne, ai compiti specificamente di diffusione della fede nelle società contemporanee, che un tempo erano ritenuti appannaggio esclusivo del clero e dei religiosi. E ciò scoprendo il valore specificamente religioso di ciò che si faceva agendo della società civile e politica, al di fuori quindi degli ambienti specificamente di collettività di fede, per cui si riconobbe che quell’attività era manifestazione della  carità-agàpe  e doveva essere condotta con autonomia dai laici di fede, secondo la sapienza e competenza da loro acquisite negli affari della società, con particolare riferimento anche alle discipline scientifiche, sia pure facendo riferimento all’insegnamento dei capi religiosi del clero, vale a dire di coloro che svolgono le funzioni di apostoli.
  I problemi di perdita di senso delle istituzioni sociali risalgono ad epoca tra la fine degli anni Sessanta del secolo scorso e l’inizio degli anni Settanta. Essi si sono molto aggravati dai successivi anni Novanta con la globalizzazione del modello capitalistico-consumistico che ha notevolmente incrementato l’accesso di sempre più vaste popolazioni della terra ad un benessere di tipo occidentale. Questo ha reso meno necessario e praticato il sistema di sicurezza collettivo costituito dalle realtà collettive forti, come ad esempio i partiti politici e le religioni costituite, a fronte di un sistema legale, formale, che sembrava sufficiente a consentire all’individuo di sopravvivere nelle società contemporanee senza la loro protezione, garantendogli una condizione di cittadinanza universale. Il legame tra gli individui necessario alla comprensione delle società del loro tempo è oggi assicurato dai mezzi di comunicazione di massa, che sono divenuti interattivi, consentendo l’esperienza di effettivo dialogo.
  Tuttavia le dinamiche delle immense collettività globalizzate contemporanee, nelle loro intense e continue relazioni su larga scala, commerciali e culturali, hanno creato anche problemi nuovi alla vita delle persone, che richiederebbero una riposta collettiva, la quale tuttavia non può essere prodotta per la degradazione dei soggetti sociali che classicamente l’esprimevano. Anche la civiltà della cittadinanza universale, così, degrada, si corrompe, se non è sostenuta dalla trama dei mondi vitali, che, ad esempio, consente di sviluppare una vasta solidarietà di base nei confronti dei migranti, integrandoli nel contesto sociale che a loro inizialmente è estraneo. Senza il sostegno di mondo vitale l'individuo avverte la propria impotenza, la propria insufficienza e il mondo che gli viene raffigurato dai mezzi di comunicazione di massa, divenuti ormai il suo unico fattore di socializzazione, gli appare sempre più diverso dalla realtà in cui vive. Lo si può notare anche nella vita di un quartiere come il nostro, dove, a fronte a vari tipi di disagio, come ad esempio alla criminalità in aumento e al traffico stradale oppressivo, o al progressivo degrado urbanistico della zona per incuria, scarsa manutenzione degli impianti, bassa qualità delle realizzazioni, non si sa che fare e a chi rivolgersi. E ciò  quando fino a non molti anni fa, ad esempio nelle lotte per il pratone, si riusciva ancora ad esprimere una realtà sociale adeguata.
  Dunque abbiamo ancora sicuramente relazioni  forti  di mondo vitale, ad esempio in famiglia, e la famiglia è sempre, nelle indagini statistiche, ai primi posti nella fiducia degli italiani e anche nell'elenco di ciò che conta veramente per la gente, ma questi mondi vitali vagano nel contesto sociale senza più avere la capacità di costituire tra loro un trama coerente e senza riuscire a  collegarsi, in modo da influire su di esse, con le istituzioni sociali le quali governano i servizi pubblici dai quali dipende il benessere collettivo.
  Una cosa mi è molto evidente: nel nostro quartiere l’unico grande sistema residuo di integrazione tra mondi vitali e società è costituito dalla nostra parrocchia. Essa ha ancora le strutture sociali e architettoniche adatte per sostenerlo. Perché, anche se guardiamo realisticamente la nostra parrocchia, e vediamo quindi le cose di cui non siamo soddisfatti e in cui abbiamo mancato, ci accorgiamo che essa è ancora abitata da mondi vitali, tra i quali indubbiamente quelli del sistema integrato delle comunità neocatecumenali, ma non solo questo: essa possiede anche l’ideologia e le potenzialità per sviluppare molto la trama dei mondi vitali, aggregandone di nuovi, avvicinando e dialogando con quelli che orbitano nella società in cui la parrocchia è immersa, e per integrarla in un sistema sociale significativo, in grado di sorreggere lo sviluppo e l'affermazione di valori nella società, ciò che dagli anni '70 correntemente si definisce in religione "promozione umana", e non solo,  essa si sente anche in dovere di farlo come parte della propria missione esistenziale per cui non si sente appagata dall’essere il “club” delle sole persone che attualmente vi sono affiliate.
  Non dobbiamo meravigliarci se vediamo, nel nostro quartiere, gravitarci intorno mondi vitali che non ricadono  per attrazione gravitazionale sul nostro mondo parrocchiale, perché questa è appunto la situazione generale della società italiana di oggi. Però essi possono essere integrati nel nostro mondo, perché in quanto realtà umane hanno anche un senso religioso che noi, tessendo pazientemente una rete di dialogo, dobbiamo aiutarli a scoprire. Né ci dobbiamo scoraggiare per il loro  analfabetismo religioso, tenendo presente che l’alfabetizzazione religiosa non è stata mai storicamente una caratteristica preminente delle nostre collettività religiose, che anzi a lungo si è programmaticamente cercato di mantenere in una sorta di infantilismo religioso, perché il sapere troppo  da parte dei laici era visto con sospetto come focolaio di dissenso e ribellione: l’umano è intrinsecamente religioso nei suoi valori fondamentali e viene vissuto ancor prima di saperne parlare.
 Quello che dobbiamo innanzi tutto progettare, nella mia visione, sono spazi in cui convocare la gente del quartiere, possibilmente in una dimensione di festa, che, come ci dicono gli esperti, è l’ambiente ideale per la predicazione evangelica, per poi cercare di  capirla e di  entrare in dialogo con lei, stabilendo relazioni di mondo vitale, nelle quali scorre la corrente della fede. La simbologia liturgica ci potrà attuare in questo, perché la gente vi ha ancora una qualche dimestichezza, se non altro perché è molto presente in televisione. Non possiamo naturalmente prevedere come andrà  a finire. Si tratterà di eventi che potranno anche sorprenderci, positivamente speriamo, ma anche negativamente. Nel momento in cui la bolla parrocchiale si aprirà, e non ci saranno più luoghi di decontaminazione e selezione, si produrrà una realtà sociale pluralistica ed effervescente nella quale dovremo imparare a interagire, adattando, se necessario, i modelli che avevamo inizialmente programmato.
Mario Ardigò - Azione Cattolica  in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli