Perché la parrocchia?
Come la parrocchia - 4 -
In parrocchia stiamo vivendo una fase di cambiamento che non
significherà tornare indietro all’era precedente a quella della
neocatecumenalizzazione, cancellando ciò che si è costruito negli ultimi trent’anni.
E ciò per diversi motivi. Innanzi tutto perché quella era già epoca di cambiamento,
era quindi instabile in quanto non si era soddisfatti dell’esistente e, in
particolare, si era molto coinvolti nel progetto di rinnovamento innescato
dalla diffusione dei principi elaborati nel corso del Concilio Vaticano 2°
(1962-1965). Poi perché quella neocatecumenale è stata una via per realizzare
il cambiamento, in particolare nell’anelito di maggiore coinvolgimento
comunitario che si riteneva necessario produrre, e, sperimentandola, abbiamo
fatto un’esperienza che, comunque, ci ha fatti crescere nella comprensione dei
problemi e delle opportunità positive. Inoltre perché in questi trent’anni le
comunità neocatecumenali si sono profondamente radicate nella nostra
parrocchia, esprimendo una fede solida, coinvolgente, solidale, feconda,
pervicace nel suo impegno comunitario, attiva e partecipe, conquistandosi così
il diritto di continuare a rimanervi. E infine perché negli ultimi trent’anni
la società italiana, e in essa il quartiere delle Valli, si è molto modificata
sotto ogni prospettiva, ad esempio sotto quella demografica, ma in particolare
sotto quella sociologica e quella culturale, ma anche quella tecnologica, ed
infine sotto quella politica, con la spettacolare attuazione del processo di
unificazione continentale europea all’insegna dei diritti umani fondamentali e
della pacifica cooperazione per fronteggiare i problemi comuni. Un quadro molto
diverso da quello che io ho vissuto, e ricordo, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio
degli anni ’80 e che richiede soluzioni innovative.
Si tratterà certamente di superare l’esclusivismo
dell’impostazione neocatecumenale che ha creato dei problemi piuttosto seri
proprio mentre la via neocatecumenale ne risolveva altri. Bisognerà prendere
coscienza che quella neocatecumenale non è un’esperienza adatta a tutti, come
risulta piuttosto evidente a chi la guarda dall’esterno, ma molto meno a chi vi
è coinvolto. E che averla proposta come via per tutti ha distolto molta gente
dalla parrocchia.
Voglio fare un esempio. Ci è stato riferito che l’anno scorso in
parrocchia si è celebrato solo un
matrimonio. E’ veramente molto poco. Questo può essere collegato al tipo di
catechesi matrimoniale che si è fatta in parrocchia secondo l’impostazione
neocatecumenale. E’ un problema che è emerso platealmente durante l’audizione
con il vescovo ausiliare di settore due anni fa. I candidati al matrimonio
vengono scrutinati sulla base del
particolare metodo neocatecumenale e spesso si è insoddisfatti di loro, tanto che,
è stato detto in presenza del vescovo, si pensa che, se tutto sommato ci
ripensano, non è poi un male così grande. E ai tempi nostri ci si sposa a volte
dopo lunghe convivenze al modo matrimoniale, a volte dopo aver già avuto dei
figli, lo ha osservato in quella sede il vescovo, quindi dopo aver già
realizzato un modello matrimoniale che diverge da quello ritenuto ideale. Ma è
un motivo, questo, per scoraggiare chi chiede il sacramento? Davvero non si può
fare diversamente? In effetti in altre parrocchie si fa diversamente e allora
le persone, distogliendosi dalla nostra parrocchia, si rivolgono a loro. Io
stesso, nel 1988, mi sono sposato nella parrocchia di mia moglie, San Saba all’Aventino,
affidata ai padri gesuiti. Probabilmente non avrei superato uno scrutinio
condotto al modo neocatecumenale. In esso vedo almeno quattro punti critici,
dal mio punto di vista naturalmente: il primo è un’eccessiva intrusione nel
campo specificamente sessuale, che ritengo debba essere lasciato alla coscienza
dei coniugi e al rapporto con il sacerdote; il secondo è una forte
accentuazione del ruolo dell’uomo nel rapporto matrimoniale, che contrasta con
l’idea di parità dei coniugi che si è
affermata nel diritto civile ma anche in quello canonico, con il codice di
diritto canonico del 1983, sulla spinta dei principi proclamati dal Concilio Vaticano 2°; il terzo è il rapporto
educativo con i figli, che si propone di costruire secondo principi di tipo
gerarchico che risultano insopportabili
a molti giovani e che, soprattutto nella seconda fase dell’adolescenza,
contrastano con l’esigenza di sviluppare una maggiore autonomia sociale nei
ragazzi; il quarto è il rapporto molto esigente con comunità catechetiche che
mi appaiono impostate su schemi piuttosto rigidi e gerarchici, con la
conseguenza di interferire con le relazioni sociali negli ambienti di
riferimento, per cui le famiglie mi appaiono diventare delle bolle di
sopravvivenza religiosa in costante polemica con la società del loro tempo.
Ciò che non va bene per la parrocchia come via
esclusiva, perché seleziona eccessivamente, può
essere senz’altro mantenuto come una delle vie valide che hanno cittadinanza in
parrocchia, insieme però ad altre che
vengono incontro ad altre sensibilità, ad altre esigenze, ad altre impostazioni
culturali.
Ogni nostra risposta, individuale e comunitaria, all’appello di
conversione che ci viene dalle fede è una particolare interpretazione della fede comune. Essa va sempre sottoposta a
verifica, in particolare con l’aiuto di coloro che fra noi svolgono i il
servizio di apostoli. Ma come tra noi c’è tanta varietà di persone e di
situazioni, così sono ammissibili tante interpretazioni
della via di fede, per cui uno si fa
prete e un altro no, uno imposta i rapporti con il coniuge e con i figli in un
certo modo e un altro invece li imposta in un modo diverso, e tutto ciò rientra
nella fede comune, è compatibile con essa. Non troviamo infatti, nelle
affermazioni normative per la nostra fede, una sorta di manuale dettagliato ed
eterno per ogni condizione e situazione, come ad esempio lo troviamo in certe regole monastiche, che pure hanno subìto nei secoli
degli aggiornamenti. Ed in effetti, ad esempio, proprio nelle questioni
matrimoniali vediamo attuati moltissimi modelli nella storia bimillenaria della
nostra confessione religiosa e tutti, in linea di principio, compatibili con la
nostra fede. E certamente il Fondatore non ci ha imposto il modello
matrimoniale neocatecumenale, che deriva appunto da una particolare
interpretazione del suo insegnamento, che proprio in tema matrimoniale non è
stato dettagliato, anzi mi pare che in esso di quelle questioni si parli
veramente poco, quindi lascia molto spazio alla creatività dei coniugi e agli
adattamenti richiesti dal progredire delle società.
Ma che cosa manca alla parrocchia che non viene offerto dall’impostazione
neocatecumenale? In che cosa la ricostituzione del pluralismo potrebbe giovarci
e non invece essere fonte di distrazione e dispersione?
In effetti non si tratta tanto di venire
incontro alle sensibilità e preferenze delle persone, per cui, ad esempio, uno
vuole avere con la propria moglie un rapporto paritario e allora desidera una
catechesi matrimoniale che accetti questa impostazione, sebbene questa sia
indubbiamente una richiesta legittima perché il magistero dei nostri tempi non
ci obbliga più a seguire il maschilismo autoritario delle antiche società ai
tempi in cui si formarono i nostri testi sacri.
Si tratta invece, prima di tutto, di cogliere meglio il significato
specificamente religioso di tutto ciò che si fa in società, e non solo nel
matrimonio e nella società religiosa, e cercare di sviluppare, specialmente nei laici, imparando e facendone tirocinio, la capacità di interagire nel
mondo, in particolare negli ambienti democratici che caratterizzano l’Occidente
in cui noi siamo immersi, per contribuire a trasformarlo secondo gli ideali di
fede, ad ordinarlo secondo Dio secondo l’espressione
dei saggi del Concilio nella Costituzione Luce
per le genti:
31. […] Per
loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose
temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti
i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita
familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio
chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla
santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello
spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri
principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della
loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta
di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente
legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e
siano di lode al Creatore e Redentore.
Di questo non solo bisogna cominciare a
riprendere a parlare in parrocchia, ma, ad esempio, occorre farne catechismo, perché rientra nell’iniziazione ed
educazione di fede, non è qualcosa di accessorio che si aggiunge ma potrebbe anche non esserci, e costruirvi sopra una liturgia, a partire
dalla Messa domenicale, quindi pregarci su insieme. In questo siamo stati
particolarmente carenti in passato e ciò, in definitiva, ci ha separati dal
quartiere delle Valli, a cui, in fondo, si è stati poco interessati, perché ci
si è molto, quasi esclusivamente concentrati, sul tentativi di indurre un certo
modello familiare forte molto
integrato a sua volta in un modello di comunità religiosa forte, pensando in questo
modo di reagire agli attacchi alla fede comunitaria che venivano dalla società
intorno proteggendo la fede comune in una bolla di sopravvivenza comunitaria.
Si tratta ora di sviluppare anche un modello di azione comunitaria non
basato sulla reazione, ma sull’interazione. Ciò richiede innanzi tutto
di chiarirsi, imparando e ragionandoci sopra, di fronte a quale società
realmente ci troviamo, quindi di conoscere realmente la gente a cui siamo stati
mandati, e anche di dialogare con essa, perché agli esseri umani è data la parola come via di crescita
comune ed essa va esercitata se si vuole crescere insieme.
Questa dell’interazione, al posto della
reazione, è stata una delle grandi scoperte del movimento, fondamentalmente a
carattere democratico, che ha portato negli anni Sessanta al Concilio Vaticano
2°, sulla base in particolare della catalizzazione prodotta da due fattori concomitanti
nel secondo dopoguerra (quindi dal 1945) e relativi a due aree del mondo molto
distanti, geograficamente e culturalmente, vale a dire l’Europa occidentale e l’America
Latina. Essi sono consistiti, per quanto riguardava l’esperienza europea, nelle
riflessioni su ciò che era accaduto nell’era dei fascismi europei, dagli anni ’30,
e, per ciò che riguardava l’America Latina, nella presa d’atto dell’impatto
religioso delle degenerazioni fasciste di gran parte dei regimi politici di
quel subcontinente e dei processi economici squilibrati in essi prodotti, e
nella conseguente volontà di reagirvi interagendo collettivamente nelle società
innescando processi di liberazione. Questo movimento ebbe come risvolto molto
importante anche un progetto di trasformazione di come vivere collettivamente
la fede religiosa, quindi interessando non solo la società civile, in
particolare nei suoi aspetti politici, ma anche quella religiosa, avviando una sperimentazione
in merito. In America Latina ciò avvenne
nel quadro del Consiglio Episcopale Latinoamericano - CELAM, la sede collegiale
sinodale che riunisce dal 1955 i vescovi del sub-continente: i vescovi dell’America
Latina furono tra i principali protagonisti del Concilio Vaticano 2°. Dopo l’esperienza
dell’ultimo concilio, questo processo ebbe un importante sviluppo a seguito
della Conferenza generale del CELAM svoltasi a Medellin, in Colombia, nel 1968.
Per renderne un’idea, riporto di seguito la traduzione di alcuni brani dell’introduzione
del documento conclusivo approvato al termine di quell’assemblea:
“1. La Chiesa
Latinoamericana, riunita nella Seconda
Conferenza generale del suo episcopato, ha concentrato la sua attenzione
sull’uomo di questo continente, che vive un momento decisivo del suo processo
storico.
Così facendo non è stata sviata,
nella misura in cui si è rivolta all’uomo, nella consapevolezza che per
conoscere Dio è necessario conoscere l’uomo.
La Chiesa ha cercato di comprendere
l’attuale momento storico dell’uomo latinoamericano alla Luce della Parola, che
è Cristo, nel quale si manifesta il mistero dell’uomo.
2. Questa presa di coscienza
del presente si volge verso il passato. Esaminandolo, la Chiesa vede con gioia
il lavoro realizzato con tanta generosità ed esprime la sua riconoscenza a
coloro che hanno preparato le nostre terre all’evangelizzazione tracciandone i
solchi per la semina, a coloro che sono stati attivi e caritativamente presenti
nelle diverse culture, specialmente quelle indigene, del continente, a coloro
che hanno collaborato all’azione educativa nella Chiesa nelle nostre città e
nelle nostre campagne. Ma riconosce anche che non sempre, lungo la storia, i
suoi membri furono fedeli allo Spirito di Dio.
E se con gioia, oggi, esamina l’opera di molti dei suoi figli, constata anche le fragilità dei
suoi messaggeri. Accetta il giudizio storico sulle luci e sulle ombra e vuole
assumersene oggi la piena responsabilità.
3. Certamente non basta
riflettere, capire più a fondo e discutere: è necessario agire. Questo è ancora
il tempo di discutere, ma è diventato anche, con drammatica urgenza, il tempo
di agire. E’ il momento di progettare con immaginazione creativa un’azione che
corrisponda ai principi proclamati e che deve essere portata a compimento con l’audacia
dello Spirito Santo e l’equilibrio di Dio.”
Nell’appello all’immaginazione creativa e all’azione
collettiva si colgono significative assonanze con i principi proclamati
nella nuova era di rinnovamento, e
anche propriamente di riforma, aperta
dall’elezione al ministero supremo del nostro nuovo vescovo e padre universale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli