venerdì 1 gennaio 2016

Pensiero di Capodanno

Pensiero di Capodanno


 Ieri sera ho partecipato con mia figlia maggiore alla Messa di Te Deum, celebrata dal parroco e da altri quattro sacerdoti della parrocchia, vale a dire dai due terzi della task force  di apostoli organizzata  dalla diocesi e inviata in nostro aiuto.
  Ho riconosciuto tra i fedeli Marco e Andrea, i due catechisti neocatecumenali delle mie figlie.
  Prima che la liturgia iniziasse, una signora si è avvicinata a mia figlia, che era seduta vicino a me, l’ha salutata e, andandosene, le ha detto “salutami papà!”.  Non mi ha riconosciuto. E’ una cosa che mi era già accaduta anni fa. Allora ero seduto vicino a mia moglie e un’altra signora, andandosene dopo averla salutata, le ha detto “mi saluti tanto suo marito!”.  Questo si spiega con la ragione che negli anni passati sono stato molto malato e, quando le persone accostano i miei familiari, non danno per scontato che io sia sopravvissuto. E poi spesso non mi riconoscono, perché, durante la malattia ho subito diverse metamorfosi: magro/grasso, senza capelli/con i capelli, con la barba/senza la barba. Così, guardando le mie fotografie degli ultimi quindici anni, mi sembra di vedere tanti uomini diversi, con una certa aria di famiglia, certo, ma diversi. E ora poi, avvicinandomi alla sessantina, si sono fatti più evidenti i segni dell’età, accentuati da ciò che la malattia mi ha impresso nel fisico: i capelli imbiancati, una postura un po’ curva, certi rughe sul volto. Di solito mi definisco ben restaurato, ma in effetti l’esperienza della malattia, che ha avuto un profondo risvolto umano soprattutto perché mi ha permesso di avvicinare la sofferenza estrema degli altri e di poter tornare a parlarne, ha fatto di me un uomo nuovo, anche dal punto di vista religioso, nella fede che, non per mio merito ma veramente, come si dice, per pura grazia, ho conservato e, anzi, molto rafforzato e approfondito.
  Alcuni di quegli uomini che in passato sono stato, durante le fasi più emozionanti della mia malattia e delle terapie  cascavano e pendevano  da tutte le parti, come si dice a Roma in questi casi, ed erano tutti concentrati sulla propria sopravvivenza, proprio mentre le mie figlie si trovavano in quel momento in cui un giovane ha più bisogno del padre, per introdurlo nella società. E, allora, in quei tempi difficili, Andrea e Marco, due omoni grandi e grossi, dall’apparenza molto solida, hanno fatto in fondo per le mie figlie le veci del padre che io non potevo essere in quel momento: sono stati per loro catechisti integrali, proprio come un catechista deve essere, non solo maestri di dottrina, ma anche di vita, e quindi devo anche a loro se la mia famiglia  è sopravvissuta, con me, nella nostra fede. E questo anche se, come avviene per tra genitori e figli, le mie figlie non hanno seguito in tutto il loro orientamento di vita, avendone maturato uno loro, che non è quello di Andrea e di Marco e non è nemmeno quello mio, ma una  cosa nuova che però di tiene conto della mia e della loro fede, per cui nella loro fede riconosco una parte di quella che hanno visto attuata in Andrea e Marco e una parte di quella mia e, soprattutto, della loro madre, e poi c’è altro, ad esempio ciò che è risultato dal rapporto tra loro sorelle, sempre più impegnate negli studi e parallelamente coinvolte nel mio accudimento amorevole non come lavoro di ciascuna di loro ma come opera collettiva, e, infine, ciò che deriva dalle loro esperienze sociali, sempre più vaste e solo in minima parte condivise con noi genitori. Da ultimo, per mia figlia maggiore, quella di catechista in parrocchia, in cui, in fondo, l’unico esempio a cui rifarsi, sia per prenderlo a modello sia per distanziarsene criticamente dove occorre e poi per innovare, è proprio quello di Marco e Andrea, in particolare di Marco, del quale veramente si può dire che da catechista ha generato una nuova catechista: veramente il coronamento dell’opera di catechesi. Marco e Andrea hanno insegnato, e soprattutto espresso, una fede solida, proprio quando le mie figlie ne avevano più bisogno, perché si trovavano in un momento in cui tutte le loro sicurezze intorno a loro sembravano crollare.
  Marco e Andrea sono stati un dono delle comunità neocatecumenali. Se non ci fossero state quelle comunità non ci sarebbero stati nemmeno Marco e Andrea. Riconosco in quel dono l’opera della Provvidenza. Un disegno amorevole e preveggente che da molto lontano, quando ancora io ero un ragazzino, ha insediato il Cammino Neocatecumenale a Roma e poi l’ha fatto crescere, fino a che ha raggiunto la nostra parrocchia e ha espresso Marco e Andrea, i quali poi hanno sorretto la mia famiglia nella grave prova che stava subendo e così hanno contribuito a salvarla.  E’ in questo modo che agisce la Grazia, senza misura, senza conto economico, nessuna impresa commerciale potrebbe sopravvivere con questi criteri, un disegno gigantesco di popolo per fare arrivare la salvezza ad una sola famiglia qui a San Clemente papa, nell’ora della prova, ciò che manifesta in modo eclatante l’infinito valore che si attribuisce in religione a una singola vita umana, anche al più piccolo fra noi. Perché poi che cosa ne è venuto a Marco e Andrea, e alle loro comunità, da tutto questo? Ecco che io sono uno dei loro critici e né io, né mio moglie, né le mie figlie, siamo diventati organici  alle loro comunità. Ma fare memoria del bene che ci hanno fatto ce li avvicina molto e saranno sempre presenti nelle nostre preghiere, parleremo sempre di loro all’Altissimo rendendo grazie.
  E, proprio parlando della preghiera, devo ricordare un altro aspetto delle vicinanza delle comunità neocatecumenali: mia moglie mi ricorda sempre che hanno pregato per noi, per me in particolare. E non si può essere mai veramente divisi da una persona che prega per te. Perché nella preghiera si riconosce un legame profondo tra le persone, che non è solo quello naturale che sorge nella vita sociale, ma deriva dall’alto e in alto è radicato, in modo opposto alla vegetazione terrestre che è radicata in basso. E’ dal Cielo che trae la sua forza, la sua consistenza, ed esso permane nonostante tutte le differenze che si creano tra vite concrete delle persone. Ed è proprio la preghiera che lo rende presente, ne fa memoria, lo individua e lo rende sempre vitale, consentendo alla Grazia di avere libero corso tra noi.
 Così, quando don Remo, che celebrava, ieri sera a Messa ha ringraziato tutti coloro che si era impegnati più da vicino in parrocchia, quelli che erano stati  più presenti, i sacerdoti suoi collaboratori, le persone che in modo umile, nascosto, ma molto prezioso, si erano occupate di mantenere accoglienti gli ambienti della parrocchia,  e poi quelle che si erano occupate della segreteria parrocchiale e dei vari altri servizi, e infine  i catechisti, mi sono rimproverato di non aver mai ringraziato Marco e Andrea di ciò che avevano fatto per le mie figlie e per noi genitori. Non c’è stata mai occasione per farlo, prima perché stavo male, e poi… Perché poi no? Poi  è emersa la diversità di impostazione tra il loro mondo e il mio e questo è stato di impedimento. Ma, se c’è quel legame più profondo di cui dicevo, non è impossibile stabilire un dialogo, perché le basi ci sono.
 Don Remo, il nuovo parroco, si trova in una situazione in cui si manifesta nel suo ufficio ciò che di essenziale gli è  proprio, connaturato, ciò che è all’origine di tutte le altre sue attribuzioni, vale a dire il mestiere dell’apostolo. Esso consiste nell’indurre delle comunità di credenti, di fare dei molti un’anima e un cuore solo, di promuovere la pace e l’agàpe  fraterna, per cui, dove arriva l’apostolo, lì si sviluppa la comunità, in tutti i suoi aspetti, vale a dire nell’amicizia e nella comprensione, basate sullo scambiarsi reciprocamente il perdono e nel superare così, includendo e non separando, ogni divergenza, e poi nella solidarietà, nel servizio disinteressato, nella comprensione e diffusione della parola soprannaturale che ci crea come credenti e, infine, quando ci si è resi  conto di tutto ciò  e se ne è fatta esperienza vitale, nel manifestarla nella sua pienezza, in fondo sempre indicibile, nella liturgia.
 E’ proprio dalle sue parole di apostolo alla Messa di ieri, dal suo invito a fare un esame di coscienza e a  ringraziare  e cercare di cambiare in ciò di cui si è mancato, che, in questo primo giorno dell’anno nuovo, ho capito quanto dovevo a coloro verso cui sono stato in passato più critico, perché si sono formati in un altro ambiente culturale. E, in fondo, la natura, la chimica e i rapporti tra le specie, quella che secondo il Galilei è la Bibbia della creazione, che ci parla del Creatore, non ci indica che i diversi si attraggono, come succede ai poli di una calamita o agli atomi, che si legano solo se in sé recano delle carenze di energia, hanno bisogno di essere completati e possono esserlo solo cercando diversi da sé?
 E’ per questo che sono fermamente convinto che il cambiamento deve fondarsi sull’aggiunta, non sulla sottrazione, l’esclusione e l’umiliazione. La nostra parrocchia deve continuare ad essere un ambiente propizio allo sviluppo delle comunità neocatecumenali, così come anche, in aggiunta, ad altri tipi di esperienze comunitarie e, al fondo, deve riuscire a manifestare il profondo legame che tutti ci accomuna, e che non origina da noi, ma è dono, grazia, pura grazia, perché, come è stato scritto, tutto è Grazia.
 Dunque: grazie Marco e Andrea, grazie a tutti i neocatecumenali della parrocchia. Grazie per esserci. Grazie per voler continuare ad essere tra noi, con noi. Sia pace a voi, sia pace a tutti noi. E sia pace, infine a tutti coloro che leggono: questo sia l’augurio mio e della mia famiglia per il prossimo anno insieme.
Avanti, avanti, avanti insieme!”,  come ha detto don Remo.
Mario  Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro