Pensiero
di Capodanno
Ieri sera ho partecipato con mia figlia
maggiore alla Messa di Te Deum,
celebrata dal parroco e da altri quattro sacerdoti della parrocchia, vale a
dire dai due terzi della task force di apostoli organizzata dalla diocesi e inviata in nostro aiuto.
Ho riconosciuto tra i fedeli Marco e Andrea,
i due catechisti neocatecumenali delle mie figlie.
Prima che la liturgia iniziasse, una signora
si è avvicinata a mia figlia, che era seduta vicino a me, l’ha salutata e,
andandosene, le ha detto “salutami
papà!”. Non mi ha riconosciuto. E’ una cosa che mi era già accaduta anni fa. Allora ero seduto
vicino a mia moglie e un’altra signora, andandosene dopo averla salutata, le ha
detto “mi saluti tanto suo marito!”. Questo si spiega con la ragione che negli anni
passati sono stato molto malato e, quando le persone accostano i miei
familiari, non danno per scontato che io sia sopravvissuto. E poi spesso non mi
riconoscono, perché, durante la malattia ho subito diverse metamorfosi:
magro/grasso, senza capelli/con i capelli, con la barba/senza la barba. Così,
guardando le mie fotografie degli ultimi quindici anni, mi sembra di vedere
tanti uomini diversi, con una certa aria
di famiglia, certo, ma diversi. E ora poi, avvicinandomi alla sessantina,
si sono fatti più evidenti i segni dell’età, accentuati da ciò che la malattia
mi ha impresso nel fisico: i capelli imbiancati, una postura un po’ curva,
certi rughe sul volto. Di solito mi definisco ben restaurato, ma in effetti l’esperienza della malattia, che ha
avuto un profondo risvolto umano soprattutto perché mi ha permesso di
avvicinare la sofferenza estrema degli altri e di poter tornare a parlarne, ha
fatto di me un uomo nuovo, anche dal
punto di vista religioso, nella fede che, non per mio merito ma veramente, come
si dice, per pura grazia, ho conservato e, anzi, molto rafforzato e
approfondito.
Alcuni di quegli uomini che in passato sono
stato, durante le fasi più emozionanti della mia malattia e delle terapie cascavano e pendevano da tutte le parti, come si dice a Roma in
questi casi, ed erano tutti concentrati sulla propria sopravvivenza, proprio
mentre le mie figlie si trovavano in quel momento in cui un giovane ha più
bisogno del padre, per introdurlo nella società. E, allora, in quei tempi
difficili, Andrea e Marco, due omoni grandi e grossi, dall’apparenza molto
solida, hanno fatto in fondo per le mie figlie le veci del padre che io non
potevo essere in quel momento: sono stati per loro catechisti integrali, proprio come un catechista
deve essere, non solo maestri di dottrina, ma anche di vita, e quindi devo
anche a loro se la mia famiglia è
sopravvissuta, con me, nella nostra fede. E questo anche se, come avviene per
tra genitori e figli, le mie figlie non hanno seguito in tutto il loro
orientamento di vita, avendone maturato uno loro, che non è quello di Andrea e
di Marco e non è nemmeno quello mio, ma una cosa nuova che però di tiene conto della
mia e della loro fede, per cui nella loro fede riconosco una parte di quella
che hanno visto attuata in Andrea e Marco e una parte di quella mia e,
soprattutto, della loro madre, e poi c’è altro, ad esempio ciò che è risultato
dal rapporto tra loro sorelle, sempre più impegnate negli studi e
parallelamente coinvolte nel mio accudimento amorevole non come lavoro di ciascuna
di loro ma come opera collettiva, e, infine, ciò che deriva dalle loro
esperienze sociali, sempre più vaste e solo in minima parte condivise con noi
genitori. Da ultimo, per mia figlia maggiore, quella di catechista in
parrocchia, in cui, in fondo, l’unico esempio a cui rifarsi, sia per prenderlo a modello sia per distanziarsene criticamente dove occorre e poi per innovare, è proprio
quello di Marco e Andrea, in particolare di Marco, del quale veramente si può
dire che da catechista ha generato una nuova catechista: veramente
il coronamento dell’opera di catechesi. Marco e Andrea hanno insegnato, e
soprattutto espresso, una fede solida,
proprio quando le mie figlie ne avevano più bisogno, perché si trovavano in un
momento in cui tutte le loro sicurezze intorno a loro sembravano crollare.
Marco e Andrea sono stati un dono delle
comunità neocatecumenali. Se non ci fossero state quelle comunità non ci
sarebbero stati nemmeno Marco e Andrea. Riconosco in quel dono l’opera della
Provvidenza. Un disegno amorevole e preveggente che da molto lontano, quando
ancora io ero un ragazzino, ha insediato il Cammino Neocatecumenale a Roma e
poi l’ha fatto crescere, fino a che ha raggiunto la nostra parrocchia e ha
espresso Marco e Andrea, i quali poi hanno sorretto la mia famiglia nella grave
prova che stava subendo e così hanno contribuito a salvarla. E’ in questo modo che agisce la Grazia, senza misura,
senza conto economico, nessuna impresa commerciale potrebbe sopravvivere con
questi criteri, un disegno gigantesco di popolo per fare arrivare la salvezza
ad una sola famiglia qui a San Clemente papa, nell’ora della prova, ciò che
manifesta in modo eclatante l’infinito valore che si attribuisce in religione a
una singola vita umana, anche al più piccolo fra noi. Perché poi che cosa ne è
venuto a Marco e Andrea, e alle loro comunità, da tutto questo? Ecco che io
sono uno dei loro critici e né io, né mio moglie, né le mie figlie, siamo
diventati organici alle loro comunità.
Ma fare memoria del bene che ci hanno fatto ce li avvicina molto e saranno
sempre presenti nelle nostre preghiere, parleremo sempre di loro all’Altissimo
rendendo grazie.
E, proprio parlando della preghiera, devo
ricordare un altro aspetto delle vicinanza delle comunità neocatecumenali: mia
moglie mi ricorda sempre che hanno pregato per noi, per me in particolare. E
non si può essere mai veramente divisi da una persona che prega per te. Perché
nella preghiera si riconosce un legame profondo tra le persone, che non è solo
quello naturale che sorge nella vita sociale, ma deriva dall’alto e in alto è radicato, in modo opposto alla vegetazione terrestre che è radicata in basso. E’
dal Cielo che trae la sua forza, la sua consistenza, ed esso permane nonostante
tutte le differenze che si creano tra vite concrete delle persone. Ed è proprio la
preghiera che lo rende presente, ne fa memoria, lo individua e lo rende sempre
vitale, consentendo alla Grazia di avere libero corso tra noi.
Così, quando don Remo, che celebrava, ieri
sera a Messa ha ringraziato tutti coloro che si era impegnati più da vicino in
parrocchia, quelli che erano stati più presenti, i sacerdoti suoi collaboratori, le
persone che in modo umile, nascosto, ma molto prezioso, si erano occupate di
mantenere accoglienti gli ambienti della parrocchia, e poi quelle che si erano occupate della segreteria
parrocchiale e dei vari altri servizi, e infine i catechisti, mi sono
rimproverato di non aver mai ringraziato Marco e Andrea di ciò che avevano fatto
per le mie figlie e per noi genitori. Non c’è stata mai occasione per farlo,
prima perché stavo male, e poi… Perché poi no? Poi è emersa la diversità di impostazione tra il
loro mondo e il mio e questo è stato di impedimento. Ma, se c’è quel legame più
profondo di cui dicevo, non è impossibile stabilire un dialogo, perché le basi
ci sono.
Don Remo, il nuovo parroco, si trova in una
situazione in cui si manifesta nel suo ufficio ciò che di essenziale gli è proprio, connaturato, ciò che è all’origine
di tutte le altre sue attribuzioni, vale a dire il mestiere dell’apostolo. Esso
consiste nell’indurre delle comunità di credenti, di fare dei molti un’anima e
un cuore solo, di promuovere la pace e l’agàpe
fraterna, per cui, dove arriva l’apostolo,
lì si sviluppa la comunità, in tutti i suoi aspetti, vale a dire nell’amicizia
e nella comprensione, basate sullo scambiarsi reciprocamente il perdono e nel
superare così, includendo e non separando, ogni divergenza, e poi nella solidarietà,
nel servizio disinteressato, nella comprensione e diffusione della parola
soprannaturale che ci crea come credenti e, infine, quando ci si è resi conto di tutto ciò e se ne è fatta esperienza vitale, nel manifestarla nella sua pienezza, in fondo sempre
indicibile, nella liturgia.
E’ proprio dalle sue parole di apostolo alla
Messa di ieri, dal suo invito a fare un esame di coscienza e a ringraziare e cercare di cambiare in ciò di cui si è
mancato, che, in questo primo giorno dell’anno nuovo, ho capito quanto dovevo a
coloro verso cui sono stato in passato più critico, perché si sono formati in
un altro ambiente culturale. E, in fondo, la natura, la chimica e i rapporti
tra le specie, quella che secondo il Galilei è la Bibbia della creazione, che ci parla del Creatore, non ci indica che
i diversi si attraggono, come succede ai poli di una calamita o agli atomi, che
si legano solo se in sé recano delle carenze di energia, hanno bisogno di
essere completati e possono esserlo solo cercando diversi da sé?
E’ per questo che sono fermamente convinto che
il cambiamento deve fondarsi sull’aggiunta,
non sulla sottrazione, l’esclusione e
l’umiliazione. La nostra parrocchia deve continuare ad essere un ambiente
propizio allo sviluppo delle comunità neocatecumenali, così come anche, in aggiunta, ad altri
tipi di esperienze comunitarie e, al fondo, deve riuscire a manifestare il
profondo legame che tutti ci accomuna, e che non origina da noi, ma è dono,
grazia, pura grazia, perché, come è stato scritto, tutto è Grazia.
Dunque: grazie Marco e Andrea, grazie a
tutti i neocatecumenali della parrocchia. Grazie per esserci. Grazie per voler
continuare ad essere tra noi, con noi. Sia pace a voi, sia pace a tutti noi. E
sia pace, infine a tutti coloro che leggono: questo sia l’augurio mio e della
mia famiglia per il prossimo anno insieme.
“Avanti, avanti, avanti insieme!”, come ha detto don Remo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente
papa - Roma, Monte Sacro