Lettera ai catechisti
della parrocchia per l’infanzia
I lettori abituali si chiederanno il perché di
tutte queste mie lettere ai catechisti.
In realtà ho in mente una catechista particolare, mia figlia. Non ha avuto una preparazione specifica. Si è
in una condizione di emergenza, le è stato spiegato.
In casa abbiamo una piccola biblioteca di
catechetica, che risale a quando mia madre studiava scienze dell’educazione all’Ateneo
Salesiano. Fin da ragazzo vi ho curiosato in mezzo, non sistematicamente, e poi
ho anche predato alcuni
di quei libri, mettendoli tra i
miei, quando mia madre ha finito di studiare all’università, è stata estromessa
dall’incarico di catechista parrocchiale (le due cose sono coincise), e ha
iniziato a dedicarsi ad una nuova famiglia religiosa che si era costituita a
Palestrina. Da quei libri ho conosciuto, ad esempio, le esperienze di Giovanni
Bosco e di Lorenzo Milani e il documento
di base. Mi sono familiarizzato con la teologia con il testo di Alszeghy e
Flick, Come si fa teologia, e ho
vagato tra le decisioni di vari Concili ecumenici con il libro Decisioni
dei Concilio ecumenici, curato da
Giuseppe Alberico, della UTET, 1978, mi sono informato sulla Storia della Chiesa di Ludwig Hertling, Città Nuova, 1974, e così
con tanti altri libri di mia madre, quelli che lei, dopo aver smesso di
studiare, non ha regalato ad altri studenti. Li ha dati via perché, all’epoca,
verso la fine degli anni ’70, non le sembravo interessato ai discorsi
religiosi. Io invece lo ero, ma non glielo dicevo, perché i ragazzi sono così,
fanno così, non vogliono dare soddisfazioni ai genitori. Così, quando vidi che
cominciava a regalare quei libri, io glieli nascondevo e sono giunti fino ad
oggi con me. Poi ne ho comprati molti altri in tema, anche sulle questioni
catechetiche. Ma li ho letti disordinatamente, così come faccio con tutti i
miei libri. Posso dire di essermi familiarizzato con alcuni gerghi
specialistici e, soprattutto, di aver compreso gli sviluppi storici delle
riflessioni in alcuni settori, da dove si partiva e verso dove si andava. Ci ho
ragionato sopra alla luce della mia esperienza di fede e vi ho trovato molto
conferme. In conclusione: in casa abbiamo molto materiale per uno che si voglia
informare sugli argomenti più rilevanti nella catechesi. Ma il tempo non c’è: i
ragazzi non hanno tempo per queste cose perché sono in corsa in altre. Tra i
venti e i trent’anni si vivono momenti decisivi per l’ingresso in una
professione. Bisogna studiare molto, c’è poco tempo per tutto il resto. E qui
ho pensato di poter essere utile. Anch’io sono molto impegnato sul lavoro, ma
le persone anziane dormono meno e quindi scoprono di avere più tempo, quindi
anch’io, avvicinandomi ai sessant’anni, ne ho di più. Inoltre sono sempre stato
un buon divulgatore, un buon sintetizzatore, questo in genere me lo
riconoscono. Anche su questo blog troverete varie versioni condensate di alcuni libri. Ecco dunque il senso di
queste mie lettere.
Ma perché servirmi del WEB? Non potevo parlare direttamente con mia
figlia? La realtà è che i genitori non hanno molte occasioni per parlare a lungo
con una figlia dell’età della mia. Però se io rendo disponibili le mie riflessioni
sul WEB lei le può leggere sul suo smart
phone nei ritagli di tempo. E quello che scrivo rimane, ci si può ritornare
sopra dopo qualche giorno o qualche mese e addirittura anni. I miei primi post
su questo blog risalgono al gennaio 2012 e sono
tutti ancora disponibili.
Le mie figlie non leggono tutto quello che scrivo, hanno delle priorità
e così io, come autore, vengo dopo molti altri. Mi dicono che sarò scoperto postumo. Però qualcosa di mio
leggono e mi basta.
Quello che scrivo può servire anche ad altri
catechisti della parrocchia? Non so. Molti di loro si sono formati nel Cammino Neocatecumenale, che è un’esperienza
di fede veramente molto diversa dalla mia, quasi come se fosse addirittura un’altra
religione. Eppure a Messa recitiamo lo stesso Credo, preghiamo con le stesse parole. Sarebbe sorprendente che io,
che mi propongo di andare d’accordo con quelli di altre confessioni della
nostra fede e anche con quelli di altre fedi, proprio con i neocatecumenali non
trovassi nulla di comune e non riuscissi ad intendermi. E in effetti non è così: ci si intende, ma si hanno poche
occasioni per farlo, perché si fa vita separata. La scarsa consuetudine
reciproca rende sospettosi e fa maturare lessici
familiari diversi, per cui, entrando
negli ambienti altrui ci si scopre spaesati, come stranieri all’estero, come
appunto accade quando si va per le prime volte in famiglie altrui e non si è
ancora familiarizzati con le
consuetudini che vi si praticano.
Penso che agli altri catechisti della
parrocchia possa essere utile considerare ciò che deriva dalla mia personale esperienza
di bimbo del catechismo, quella è realtà viva!, su tutto il resto si può invece
opinare, vale a dire che, riflettendoci sopra, si può decidere di prendere
altre vie.
C’è poi quello che è collegato con quelle particolari pronunce diffuse
con autorità dai nostri capi religiosi, decisioni dei concili, direttori,
catechismi, encicliche, esortazioni e via dicendo. Un catechista parrocchiale
deve tenerne conto, ma direi di più: è impegnato a seguirne le indicazioni. Non
si deve fare la catechesi parrocchiale di testa propria o seguendo le
indicazioni del particolare gruppo di riferimento. Si collabora con la diocesi:
il vescovo è un punto di riferimento importante e anche il parroco, che ne è il
concreto intermediario con i catechisti.
I nostri capi religiosi scrivono moltissimo. Ma sono letti da una esigua
minoranza del popolo di fede. Allora, un divulgatore come me ha un bello
spazio. Bisogna non solo condensare,
ma anche tradurre dal gergo teologico.
Questo lavoro che faccio con le lettere è una manifestazione del mio
servizio come genitore, rientra negli impegni che ho assunto con un matrimonio
religioso. Si dice che il genitore è il primo
catechista ed è così. Non è che si
tratti di un dovere che mi è, come dire, caduto addosso, al momento della stipula dell’accordo matrimoniale. E
nemmeno il fatto di fare figli mi è caduto
addosso in quel modo. Non ho
generato ed educato figlie perché un qualche gerarca religioso me l’abbia
imposto. Lo stesso vale per la stabilità del mio matrimonio. E’ durato a lungo,
fino ad oggi, quasi trent’anni, ma non perché lo ritenessi infrangibile in quanto registrato in un qualche ufficio di stato civile superno.
Il matrimonio, le figlie, l’educazione delle figlie, tutto questo è
avvenuto perché mia moglie ed io lo
abbiamo desiderato e voluto, e anche perché una serie di circostanze ci sono
state favorevoli. Poteva andare diversamente, e a molti va diversamente. La
famiglia è stata per noi fonte di molta gioia, anche nell’educazione delle
figlie. Il genitore-catechista ha una soddisfazione che non molti altri
catechisti riescono ad avere: vede che la fede dei propri figli ha qualcosa che
deriva dalla collettività religiosa, quindi da ciò che è comune a molti, e qualcosa che deriva specificamente dalla sua propria personale fede, dalla sua propria personale esperienza di fede. Ed è anche vero che i figli che hanno potuto
ricevere una catechesi genitoriale vi
rimangono molto legati. Quindi non so se un catechista che si è formato in un
famiglia-catechista neocatecumenale possa veramente avvalersi di ciò che
scrivo. Ai catechisti neocatecumenali dico: prendete quello che pensate vi possa servire.
Il fatto che siate cresciuti in famiglie
diverse, in molti sensi, dalla mia, non significa che non ci si possa
intendere, che debba essere rifiutato in blocco quello che pensano gli altri. E
non pretendo nemmeno che quello che scrivo sia accettato in blocco.
In effetti vediamo vissuti, nella medesima
fede, diversi modelli familiari. E ancora di più ve ne sono nella società in
cui viviamo. Dobbiamo imparare a convivere la fede in questa situazione. Non è detto che i bambini che vi vengono
portati per il catechismo vivano in famiglie simili alle vostre o alla mia.
Probabilmente alcuni vivono in famiglie che la dottrina dei nostri capi
religiosi disapprova. Eppure quei genitori vi portano i loro bambini. Se,
allora, incontrandoli, cominciamo a tirare in ballo l’errore e la misericordia, nel senso che accettiamo di aver fare con loro
solo per misericordia, nonostante il loro errore, cominciamo male, guastiamo un rapporto. Certi
atteggiamenti misericordiosi suonano
in realtà offensivi. E se guastiamo il rapporto con i genitori, poi non avremo
tra noi i loro figli. Allora, certe questioni lasciamole ai teologi, che, riflettendoci su, tra cento o duecento anni troveranno la soluzione ai problemi
delle famiglie di oggi, quando essi saranno già superati spontaneamente, per
consunzione per così dire, e ne saranno sorti altri per i quali le soluzioni
teologiche arriveranno sempre troppo tardi. Vi consiglio innanzi tutto di cercare di conoscere i genitori che vi
hanno portato i loro figli, le persone sulle quali dovete lavorare e che quindi dovete conoscere meglio che potete. Non abbiate la presunzione di ergervi a loro
giudici. Questo ruolo non vi spetta. Cercate invece di sapere più che potete
di loro, della loro vita, di come la pensino, dei loro problemi, di come vivono
la fede. Sono tutte cose che, riflettendoci sopra insieme, vi saranno molto
utili per capire i bambini che vi sono stati portati. Ricordatelo sempre: quei bambini vi sono stati portati, non ve
li siete andate a cercare per le strade del quartiere, come dei sanfilipponeri.
Abbiate quindi sempre rispetto per
coloro che ve li hanno portati.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli