domenica 24 gennaio 2016

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

 I lettori abituali si chiederanno il perché di tutte queste mie lettere ai catechisti. In realtà ho in mente una catechista particolare, mia figlia.  Non ha avuto una preparazione specifica. Si è in una condizione di emergenza, le è stato spiegato.
 In casa abbiamo una piccola biblioteca di catechetica, che risale a quando mia madre studiava scienze dell’educazione all’Ateneo Salesiano. Fin da ragazzo vi ho curiosato in mezzo, non sistematicamente, e poi ho anche predato  alcuni  di quei  libri, mettendoli tra i miei, quando mia madre ha finito di studiare all’università, è stata estromessa dall’incarico di catechista parrocchiale (le due cose sono coincise), e ha iniziato a dedicarsi ad una nuova famiglia religiosa che si era costituita a Palestrina. Da quei libri ho conosciuto, ad esempio, le esperienze di Giovanni Bosco e di Lorenzo Milani e il documento di base. Mi sono familiarizzato con la teologia con il testo di Alszeghy e Flick, Come si fa teologia, e ho vagato tra le decisioni di vari Concili ecumenici con il libro  Decisioni dei Concilio ecumenici,  curato da Giuseppe Alberico, della UTET, 1978, mi sono informato sulla Storia della Chiesa  di Ludwig Hertling, Città Nuova, 1974, e così con tanti altri libri di mia madre, quelli che lei, dopo aver smesso di studiare, non ha regalato ad altri studenti. Li ha dati via perché, all’epoca, verso la fine degli anni ’70, non le sembravo interessato ai discorsi religiosi. Io invece lo ero, ma non glielo dicevo, perché i ragazzi sono così, fanno così, non vogliono dare soddisfazioni ai genitori. Così, quando vidi che cominciava a regalare quei libri, io glieli nascondevo e sono giunti fino ad oggi con me. Poi ne ho comprati molti altri in tema, anche sulle questioni catechetiche. Ma li ho letti disordinatamente, così come faccio con tutti i miei libri. Posso dire di essermi familiarizzato con alcuni gerghi specialistici e, soprattutto, di aver compreso gli sviluppi storici delle riflessioni in alcuni settori, da dove si partiva e verso dove si andava. Ci ho ragionato sopra alla luce della mia esperienza di fede e vi ho trovato molto conferme. In conclusione: in casa abbiamo molto materiale per uno che si voglia informare sugli argomenti più rilevanti nella catechesi. Ma il tempo non c’è: i ragazzi non hanno tempo per queste cose perché sono in corsa in altre. Tra i venti e i trent’anni si vivono momenti decisivi per l’ingresso in una professione. Bisogna studiare molto, c’è poco tempo per tutto il resto. E qui ho pensato di poter essere utile. Anch’io sono molto impegnato sul lavoro, ma le persone anziane dormono meno e quindi scoprono di avere più tempo, quindi anch’io, avvicinandomi ai sessant’anni, ne ho di più. Inoltre sono sempre stato un buon divulgatore, un buon sintetizzatore, questo in genere me lo riconoscono. Anche su questo blog troverete varie versioni  condensate  di alcuni libri. Ecco dunque il senso di queste mie lettere.
  Ma perché servirmi del WEB? Non potevo parlare direttamente con mia figlia? La realtà è che i genitori non hanno molte occasioni per parlare a lungo con una figlia dell’età della mia. Però se io rendo disponibili le mie riflessioni sul WEB lei le può leggere sul suo smart phone nei ritagli di tempo. E quello che scrivo rimane, ci si può ritornare sopra dopo qualche giorno o qualche mese e addirittura anni. I miei primi post su questo blog risalgono al gennaio 2012 e sono tutti ancora disponibili.
  Le mie figlie non leggono tutto quello che scrivo, hanno delle priorità e così io, come autore, vengo dopo molti altri. Mi dicono che sarò scoperto postumo. Però qualcosa di mio leggono e mi basta.
 Quello che scrivo può servire anche ad altri catechisti della parrocchia? Non so. Molti di loro si sono formati nel Cammino Neocatecumenale, che è un’esperienza di fede veramente molto diversa dalla mia, quasi come se fosse addirittura un’altra religione. Eppure a Messa recitiamo lo stesso Credo, preghiamo con le stesse parole. Sarebbe sorprendente che io, che mi propongo di andare d’accordo con quelli di altre confessioni della nostra fede e anche con quelli di altre fedi, proprio con i neocatecumenali non trovassi nulla di comune e non riuscissi ad intendermi. E in effetti non  è così: ci si intende, ma si hanno poche occasioni per farlo, perché si fa vita separata. La scarsa consuetudine reciproca rende sospettosi e fa maturare lessici familiari  diversi, per cui, entrando negli ambienti altrui ci si scopre spaesati, come stranieri all’estero, come appunto accade quando si va per le prime volte in famiglie altrui e non si è ancora familiarizzati con le consuetudini che vi si praticano.
 Penso che agli altri catechisti della parrocchia possa essere utile considerare ciò che deriva dalla mia personale esperienza di bimbo del catechismo, quella è realtà viva!, su tutto il resto si può invece opinare, vale a dire che, riflettendoci sopra, si può decidere di prendere altre vie.
  C’è poi quello che è collegato con quelle particolari pronunce diffuse con autorità dai nostri capi religiosi, decisioni dei concili, direttori, catechismi, encicliche, esortazioni e via dicendo. Un catechista parrocchiale deve tenerne conto, ma direi di più: è impegnato a seguirne le indicazioni. Non si deve fare la catechesi parrocchiale di testa propria o seguendo le indicazioni del particolare gruppo di riferimento. Si collabora con la diocesi: il vescovo è un punto di riferimento importante e anche il parroco, che ne è il concreto intermediario con i catechisti.
  I nostri capi religiosi scrivono moltissimo. Ma sono letti da una esigua minoranza del popolo di fede. Allora, un divulgatore come me ha un bello spazio. Bisogna non solo condensare, ma anche tradurre  dal gergo teologico.
 Questo lavoro che faccio con le lettere è una manifestazione del mio servizio come genitore, rientra negli impegni che ho assunto con un matrimonio religioso. Si dice che il genitore è il primo catechista  ed è così. Non è che si tratti di un dovere che mi è, come dire,  caduto addosso, al momento della stipula dell’accordo matrimoniale. E nemmeno il fatto di fare figli mi è caduto addosso  in quel modo. Non ho generato ed educato figlie perché un qualche gerarca religioso me l’abbia imposto. Lo stesso vale per la stabilità del mio matrimonio. E’ durato a lungo, fino ad oggi, quasi trent’anni, ma non perché lo ritenessi infrangibile in quanto  registrato  in un qualche ufficio di stato civile  superno. Il matrimonio, le figlie, l’educazione delle figlie, tutto questo è avvenuto  perché mia moglie ed io lo abbiamo desiderato e voluto, e anche perché una serie di circostanze ci sono state favorevoli. Poteva andare diversamente, e a molti va diversamente. La famiglia è stata per noi fonte di molta gioia, anche nell’educazione delle figlie. Il genitore-catechista ha una soddisfazione che non molti altri catechisti riescono ad avere: vede che la fede dei propri figli ha qualcosa che deriva dalla collettività religiosa, quindi da ciò che è comune a molti,  e qualcosa che deriva specificamente dalla  sua propria personale fede, dalla  sua propria personale  esperienza di fede. Ed  è anche vero che i figli che hanno potuto ricevere una catechesi genitoriale vi rimangono molto legati. Quindi non so se un catechista che si è formato in un famiglia-catechista neocatecumenale possa veramente avvalersi di ciò che scrivo. Ai catechisti neocatecumenali dico:  prendete quello che pensate vi possa servire. Il fatto che siate cresciuti  in famiglie diverse, in molti sensi, dalla mia, non significa che non ci si possa intendere, che debba essere rifiutato  in blocco quello che pensano gli altri. E non pretendo nemmeno che quello che scrivo sia accettato  in blocco.
 In effetti vediamo vissuti, nella medesima fede, diversi modelli familiari. E ancora di più ve ne sono nella società in cui viviamo. Dobbiamo imparare a convivere la fede in questa situazione.  Non è detto che i bambini che vi vengono portati per il catechismo vivano in famiglie simili alle vostre o alla mia. Probabilmente alcuni vivono in famiglie che la dottrina dei nostri capi religiosi disapprova. Eppure quei genitori vi portano i loro bambini. Se, allora, incontrandoli, cominciamo a tirare in ballo l’errore  e la misericordia,  nel senso che accettiamo di aver fare con loro solo per misericordia,  nonostante il loro errore,   cominciamo male, guastiamo un rapporto. Certi atteggiamenti misericordiosi suonano in realtà offensivi. E se guastiamo il rapporto con i genitori, poi non avremo tra noi i loro figli. Allora, certe questioni lasciamole ai teologi, che, riflettendoci su, tra cento o duecento anni troveranno la soluzione ai problemi delle famiglie di oggi, quando essi saranno già superati spontaneamente,  per consunzione per così dire, e ne saranno sorti altri per i quali le soluzioni teologiche arriveranno sempre troppo tardi. Vi consiglio innanzi tutto di cercare di conoscere i genitori che vi hanno portato i loro figli, le persone sulle quali dovete lavorare e che quindi dovete conoscere meglio che potete. Non abbiate la presunzione di ergervi a loro giudici. Questo ruolo  non vi spetta. Cercate invece di sapere più che potete di loro, della loro vita, di come la pensino, dei loro problemi, di come vivono la fede. Sono tutte cose che, riflettendoci sopra insieme, vi saranno molto utili per capire i bambini che vi sono stati portati. Ricordatelo sempre: quei bambini vi sono stati portati, non ve li siete andate a cercare per le strade del quartiere, come dei sanfilipponeri.  Abbiate quindi sempre rispetto per coloro che ve li hanno portati.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli