sabato 23 gennaio 2016

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

Fuoco da bivacco scout - foto da WEB


 E’ stato detto che la separazione tra fede e vita è uno dei grandi drammi dell’età contemporanea. La fede sembra divenuta poco significativa per la vita delle persone, se ne può fare a meno e non succede nulla. Uno degli obiettivi della catechesi è di porre rimedio a questa situazione. Ma come farlo? E, soprattutto, come farlo rivolgendosi a dei bambini?
  A volte si pensa che un bambino sia una persona che fa tutto quello che gli si dice di fare e soprattutto  pensa tutto ciò che gli si dice di pensare, se lo si fa con la giusta determinazione. E, di solito, si collega la propria autorità di adulto al fatto che i bambini sono piccoli, una specie di versione miniaturizzata dell’essere umano, e i grandi  sono appunto grandi. Quindi poi c’è sempre la risorsa delle punizioni che i bambini, poiché sono piccoli, devono semplicemente subire e una adulto avrebbe il dovere di impartire, perché altrimenti quelli crescono male (l’esatto contrario del metodo preventivo  ideato da Giovanni Bosco). Ecco, tutto questo che ho detto è un insieme di convinzioni sballate che dovreste proprio togliervi dalla mente se volete che il vostro lavoro abbia una qualche efficacia. Come lo so? Da quale pulpito o cattedra parlo? Lo so perché sono stato un bambino e allora, dovendo consigliarvi come trattare dei bambini, faccio ricorso al bambino che fui e che rimane ancora in me, nella mia memoria innanzi tutto emotiva, per cui non vi parlo da sopra  di voi, ma da un punto più basso, dalla statura a cui sono arrivati i bimbi che vi sono stati affidati al catechismo.
 Un bambino non è un modello in scala ridotta, o peggio imperfetto, dell’adulto, ma una persona diversa  dall’adulto. Pensa e sente in modo diverso da un adulto. I concetti di fraternità e di amicizia hanno per lui un senso diverso da quello che hanno nell’adulto. Da piccoli un fratello può essere una presenza minacciosa. E l’amicizia si scopre praticandola, avendovi consuetudine, non prima di una certa età e la si scopre nella misura in cui si è avuta occasione di farne tirocinio.
  Scoprii l’amicizia solo tra gli scout, dopo  la Prima Comunione, prima non aveva senso per me. E, se ricordo bene, lo stesso accadeva anche agli altri bambini che frequentavo. E anche la fraternità, il rapporto particolare che si ha con il fratello, lo scoprii solo dopo la scoperta dell’amicizia. Ecco che quindi, quando a catechismo mi parlavano di fraternità e amicizia, io non intendevo bene a che cosa si riferissero. Lo stesso dico per la questione della paternità. Per me bambino c’era un solo padre, il mio,  che chiamavo papà,  e non era di nessun altro.  Nella relazione con il padre, mio fratello era un concorrente. Ricordate la storia biblica di Esaù e di Giacobbe e di quando il loro padre Isacco fu indotto a preferire il secondo al primo, il primogenito?  Ecco mi riferisco a qualcosa di simile. Se ben ricordo ciò che pensavo da bambino, mi pare che l’idea di un padre  universale, di tutti gli esseri umani, andasse molto oltre la mia capacità di immaginazione. Insomma, comprendete bene che sono in questione temi importantissimi del discorso religioso.
 Un bambino, quando esce dalla famiglia e comincia a frequentare altri bambini, viene inserito in una società che è preclusa agli adulti. Mi riferisco alla mia esperienza di bambino e a quella che ho osservato nelle mie figlie bambine. I bambini di solito non parlano agli adulti di riferimento delle loro esperienze nelle loro società di bambini. E questo per vari motivi. Ma fondamentalmente perché non riescono a percepire la vita degli adulti al di fuori della famiglia, non pensano che anche loro vivono in società e che quindi possano aiutarli nelle loro società di bambini. Fino ad una certa età i bambini vengono tenuti lontano dal mondo degli adulti fuori di casa e quindi non possono farne esperienza. Questo non avviene nelle società primitive, ma anche ai tempi nostri in certi  ambienti rurali, dove i bambini possono osservare gli adulti al lavoro o mentre discutono in società con altri adulti. Nelle nostre città i genitori escono la mattina, e il bambino ha un’idea molto vaga di che facciano là fuori, e poi ad un certo punto rientrano e non parlano ai bambini di quello che hanno fatto durante il giorno. Quindi il bambino, specialmente negli ambienti cittadini, è indotto a pensare di vivere un’esperienza particolare, nelle società dei bambini, sulla quale gli adulti hanno poco da dire. E poi, in genere, pensa che gli adulti non approverebbero quello che fa con gli altri bambini, e dunque preferisce non parlarne per non avere problemi. Nelle società dei bambini, tra l’altro, si parla sporco e si hanno le prime esperienze collegate con la sessualità. Poi i bambini si sopraffanno, si tiranneggiano e si molestano gli uni gli altri. I forti opprimono i deboli e chi per qualche motivo appare diverso e non riesce a mettere  a posto gli altri a forza di botte. Nelle società dei bambini c’è molta violenza fisica, molta più che nel mondo degli adulti, in cui è rara e per di più, di solito, istituzionalizzata, riservata, ad  esempio, alle forze di polizia. Di tutto  questo i bambini non si vergognano, ma sanno che i genitori, se ne venissero a conoscenza, farebbero loro delle storie, li rimprovererebbero, perché non capiscono, pensano i bambini, che le cose vanno come devono andare e non c'è un altro modo di spuntarla nelle società dei bambini. I bambini non pensano che gli adulti possano veramente dar loro dei consigli utili per vivere in società tra bambini. In un certo senso i bambini  subiscono le loro società violente e non pensano che ci sia modo di vivere diversamente. Insomma, per ciò che ho osservato da bimbo, non c'è redenzione nelle società dei bambini. A volte i genitori, capitando a sorpresa in mezzo a gruppi di bambini in cui ci sono i loro figli, si sorprendono di come questi ultimi parlano e agiscono, sembrano loro persone veramente diverse da come sono a casa.  E lo sono veramente. Talvolta gli insegnanti, che hanno più occasioni di osservare le libere società  dei bambini, ne parlano ai genitori, ma i genitori non riescono a credere a quello che loro viene raccontato: “mio figlio/mia figlia   non è così”, rispondono.  Ma non hanno molte possibilità di approfondire la conoscenza di quel mondo particolare dei bambini, che può essere svelato solo dai bambini stessi e loro in genere non vogliono farlo. Così i genitori spesso non riescono a prevenire o sanare la molta e intensa sofferenza che c’è nelle società dei bambini, proprio come in quella degli adulti. E i bambini devono salvarsi da soli e in genere lo fanno sviluppando amicizie, stringendo alleanze. Queste ultime però non sono mai universali, ma riguardano cerchie molto limitate, innanzi tutto fatte di compagni di gioco. Invece al centro della nostra fede c’è l’idea di una salvezza universale  collegata a quella di fraternità  e  amicizia  universali. Si tratta di concetti che superano di molto la capacità di comprensione di un bambino, per ciò che io ricordo di me bambino. Io cominciai a figurarmele solo alle medie, soprattutto facendone tirocinio tra gli scout, in cui ti raccontano subito di una fraternità scout universale, di gente di nazionalità e di fedi diverse che, incontrandosi e facendosi il saluto scout, con le tre dita, indice, medio e anulare, alzate, a significare l’osservanza della promessa scout, si riconosce, si stima, si vuole bene e si aiuta.  Iniziai a farmi un’idea del popolo di fede, universale, quando alle uscite  che si facevano per la festa di San Giorgio, il patrono degli scout, insieme a tutti gli altri gruppi scout di Roma vedevo queste centinaia di ragazzi che tutti insieme, in unità di pensiero e d’azione per così dire, festeggiavano l’evento, faticando e giocando, e, sostanzialmente, celebrando ciò che erano riusciti a divenire secondo gli ideali scout.
  E’ tra gli scout, in particolare in certe chiacchierate serali intorno al fuoco  da bivacco (come insegnato da Baden Powell, il fondatore dello scautismo) che si facevano al termine delle intense attività delle giornate dei campi estivi, che ho imparato a riflettere con gli altri sul senso di ciò che avveniva nella società dei ragazzi in cui ero inserito e a parlarne con degli adulti, i nostri capi, ragazzi poco più grandi di noi. Lì noi ragazzi ci svelavamo agli adulti, perché capivamo che la nostra esperienza non differiva, in fondo dalla loro, era significativa anche per loro e che, dunque, loro, da amici e fratelli, potevano aiutarci.  Fu a quell’epoca che la mia fede cominciò a divenire veramente significativa per la mia vita e si è profondamente radicata in essa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli