Lettera
ai catechisti della parrocchia per l’infanzia
E’ stato detto che la separazione tra fede e
vita è uno dei grandi drammi dell’età contemporanea. La fede sembra divenuta
poco significativa per la vita delle persone, se ne può fare a meno e non
succede nulla. Uno degli obiettivi della catechesi è di porre rimedio a questa
situazione. Ma come farlo? E, soprattutto, come farlo rivolgendosi a dei
bambini?
A volte si pensa che un bambino sia una
persona che fa tutto quello che gli si dice di fare e soprattutto pensa tutto ciò che gli si dice di pensare, se
lo si fa con la giusta determinazione. E, di solito, si collega la propria
autorità di adulto al fatto che i bambini sono piccoli, una specie di versione miniaturizzata dell’essere umano, e
i grandi sono appunto grandi. Quindi poi c’è sempre la risorsa delle punizioni che i bambini, poiché sono piccoli, devono semplicemente subire e una adulto avrebbe il dovere
di impartire, perché altrimenti quelli crescono male (l’esatto contrario del
metodo preventivo ideato da Giovanni Bosco). Ecco, tutto questo
che ho detto è un insieme di convinzioni sballate che dovreste proprio
togliervi dalla mente se volete che il vostro lavoro abbia una qualche
efficacia. Come lo so? Da quale pulpito o cattedra parlo? Lo so perché sono
stato un bambino e allora, dovendo consigliarvi come trattare dei bambini,
faccio ricorso al bambino che fui e che rimane ancora in me, nella mia memoria
innanzi tutto emotiva, per cui non vi parlo da sopra
di voi, ma da un punto più basso,
dalla statura a cui sono arrivati i bimbi che vi sono stati affidati al
catechismo.
Un bambino non è un modello in scala ridotta,
o peggio imperfetto, dell’adulto, ma una persona diversa dall’adulto. Pensa e
sente in modo diverso da un adulto. I concetti di fraternità e di amicizia
hanno per lui un senso diverso da quello che hanno nell’adulto. Da piccoli un
fratello può essere una presenza minacciosa. E l’amicizia si scopre
praticandola, avendovi consuetudine, non prima di una certa età e la si scopre
nella misura in cui si è avuta occasione di farne tirocinio.
Scoprii l’amicizia solo tra gli scout, dopo la Prima Comunione, prima non aveva senso per
me. E, se ricordo bene, lo stesso accadeva anche agli altri bambini che
frequentavo. E anche la fraternità,
il rapporto particolare che si ha con il fratello, lo scoprii solo dopo la
scoperta dell’amicizia. Ecco che quindi, quando a catechismo mi parlavano di
fraternità e amicizia, io non intendevo bene a che cosa si riferissero. Lo
stesso dico per la questione della paternità.
Per me bambino c’era un solo padre, il mio,
che chiamavo papà, e non era di nessun
altro. Nella relazione con il padre, mio
fratello era un concorrente. Ricordate la storia biblica di Esaù e di Giacobbe
e di quando il loro padre Isacco fu indotto a preferire il secondo al primo, il
primogenito? Ecco mi riferisco a
qualcosa di simile. Se ben ricordo ciò che pensavo da bambino, mi pare che l’idea
di un padre universale, di tutti gli esseri umani, andasse
molto oltre la mia capacità di immaginazione. Insomma, comprendete bene che
sono in questione temi importantissimi del discorso religioso.
Un bambino, quando esce dalla famiglia e
comincia a frequentare altri bambini, viene inserito in una società che è
preclusa agli adulti. Mi riferisco alla mia esperienza di bambino e a quella
che ho osservato nelle mie figlie bambine. I bambini di solito non parlano agli
adulti di riferimento delle loro esperienze nelle loro società di bambini. E
questo per vari motivi. Ma fondamentalmente perché non riescono a percepire la
vita degli adulti al di fuori della famiglia, non pensano che anche loro vivono
in società e che quindi possano aiutarli nelle loro società di bambini. Fino ad
una certa età i bambini vengono tenuti lontano dal mondo degli adulti fuori di
casa e quindi non possono farne esperienza. Questo non avviene nelle società
primitive, ma anche ai tempi nostri in certi ambienti rurali, dove i bambini possono
osservare gli adulti al lavoro o mentre discutono in società con altri adulti.
Nelle nostre città i genitori escono la mattina, e il bambino ha un’idea molto
vaga di che facciano là fuori, e poi ad un certo punto rientrano e non parlano ai
bambini di quello che hanno fatto durante il giorno. Quindi il bambino,
specialmente negli ambienti cittadini, è indotto a pensare di vivere un’esperienza
particolare, nelle società dei bambini, sulla quale gli adulti hanno poco da
dire. E poi, in genere, pensa che gli adulti non approverebbero quello che fa con
gli altri bambini, e dunque preferisce non parlarne per non avere problemi.
Nelle società dei bambini, tra l’altro, si parla sporco e si hanno le prime esperienze collegate con la sessualità.
Poi i bambini si sopraffanno, si tiranneggiano e si molestano gli uni gli altri. I forti
opprimono i deboli e chi per qualche motivo appare diverso e non riesce a
mettere a posto gli altri a forza di
botte. Nelle società dei bambini c’è molta violenza fisica, molta più che nel
mondo degli adulti, in cui è rara e per di più, di solito, istituzionalizzata,
riservata, ad esempio, alle forze di
polizia. Di tutto questo i bambini non
si vergognano, ma sanno che i genitori, se ne venissero a conoscenza, farebbero loro delle storie, li rimprovererebbero, perché non capiscono, pensano i bambini, che le cose vanno come devono andare e non c'è un altro modo di spuntarla nelle società dei bambini. I bambini non pensano che gli adulti possano veramente dar loro dei consigli utili per vivere in società tra bambini. In un certo senso i bambini subiscono le loro società violente e non pensano che ci sia modo di vivere diversamente. Insomma, per ciò che ho osservato da bimbo, non c'è redenzione nelle società dei bambini. A volte i genitori,
capitando a sorpresa in mezzo a gruppi di bambini in cui ci sono i loro figli,
si sorprendono di come questi ultimi parlano e agiscono, sembrano loro persone
veramente diverse da come sono a
casa. E lo sono veramente. Talvolta gli
insegnanti, che hanno più occasioni di osservare le libere società dei bambini,
ne parlano ai genitori, ma i genitori non riescono a credere a quello che loro
viene raccontato: “mio figlio/mia figlia non è così”, rispondono. Ma non hanno molte possibilità di approfondire
la conoscenza di quel mondo particolare dei bambini, che può essere svelato solo dai bambini stessi e loro in genere non
vogliono farlo. Così i genitori spesso non riescono a prevenire o sanare la
molta e intensa sofferenza che c’è nelle società dei bambini, proprio come in
quella degli adulti. E i bambini devono salvarsi
da soli e in genere lo fanno sviluppando amicizie, stringendo alleanze.
Queste ultime però non sono mai universali,
ma riguardano cerchie molto limitate, innanzi tutto fatte di compagni di gioco.
Invece al centro della nostra fede c’è l’idea di una salvezza universale
collegata a quella di fraternità e amicizia universali. Si tratta di concetti che superano
di molto la capacità di comprensione di un bambino, per ciò che io ricordo di
me bambino. Io cominciai a figurarmele solo alle medie, soprattutto facendone
tirocinio tra gli scout, in cui ti raccontano subito di una fraternità scout universale, di gente di
nazionalità e di fedi diverse che, incontrandosi e facendosi il saluto scout,
con le tre dita, indice, medio e anulare, alzate, a significare l’osservanza
della promessa scout, si riconosce, si stima, si vuole bene e si aiuta. Iniziai a farmi un’idea del popolo di fede,
universale, quando alle uscite che si facevano per la festa di San Giorgio, il patrono degli scout,
insieme a tutti gli altri gruppi scout di Roma vedevo queste centinaia di
ragazzi che tutti insieme, in unità di pensiero e d’azione per così dire,
festeggiavano l’evento, faticando e giocando, e, sostanzialmente, celebrando
ciò che erano riusciti a divenire secondo gli ideali scout.
E’ tra gli scout, in particolare in certe
chiacchierate serali intorno al fuoco da bivacco (come insegnato da Baden Powell, il fondatore dello scautismo) che si facevano al termine delle intense
attività delle giornate dei campi estivi, che ho imparato a riflettere con gli
altri sul senso di ciò che avveniva nella società dei ragazzi in cui ero
inserito e a parlarne con degli adulti, i nostri capi, ragazzi poco più grandi
di noi. Lì noi ragazzi ci svelavamo agli adulti, perché capivamo che la nostra
esperienza non differiva, in fondo dalla loro, era significativa anche per loro
e che, dunque, loro, da amici e fratelli, potevano aiutarci. Fu a quell’epoca che la mia fede cominciò a
divenire veramente significativa per la mia vita e si è profondamente radicata
in essa.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
