Lettera
ai catechisti per l’infanzia della parrocchia
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| Dal manuale Scautismo per ragazzi di Robert Baden-Powell |
So che avete dei problemi di disciplina con i
bimbi che vi sono affidati.
Non dovete pensare che siano cattivi o che le
famiglie non abbiano fatto bene il loro lavoro educativo.
I bambini sono irrequieti quando si annoiano,
e fanno presto ad annoiarsi. La loro vita ha infatti un ritmo molto più frenetico di quella di un
adulto. Ma non è neanche colpa vostra se
si annoiano. Si tratta di trovare la via giusta per coinvolgerli e
interessarli, ma ci vuole tempo e molta esperienza. Ci si riesce provando e
riprovando. L’importante è non rimanere fermi nel praticare metodi che hanno
dimostrato di non funzionare: bisogna saper imparare dagli errori. Il modo migliore per imparare a trattare con i
bambini è farne tirocinio con loro assistendo una animatore di maggiore
esperienza. Ma diversi di voi non ne hanno avuto occasione. E non hanno neppure
avuto una qualche specifica preparazione per l’impegnativo lavoro che vi è
stato affidato.
Non bisogna credere che seguire un gruppo di
catechismo sia come occuparsi, ad esempio, dei propri fratelli o delle proprie
sorelle minori in famiglia. Questa credo che per molti di voi sia la principale
esperienza con i bambini. Ma nemmeno che sia simile ad educare i propri figli
piccoli, che è la mia principale esperienza formativa da educatore. Come lo so?
Lo so perché ricordo bene ciò che pensavo del mondo e delle persone intorno a
me quando ero piccolo, dell’età dei vostri bambini del catechismo. E consiglio
anche a voi, per cominciare, di fare memoria della vostra infanzia. Cercate di non ripetere con i
bambini del catechismo gli errori educativi che furono commessi su di voi, in
particolare quelli che vi fecero soffrire.
Se al catechismo i bambini vi chiamano maestra o maestro,
disabituateli a farlo. Non devono venire a catechismo con lo stesso animo con
cui vanno a scuola. Questo vi impedirebbe di coinvolgerli veramente in quello
che conta e allora avreste fallito il vostro compito. Dovete farli partecipare ad un’esperienza di fede
vissuta. Questo è il gioco. Fatevi chiamare per nome e giocate con loro.
“Chiamati per nome”, così uno dei miei
maestri nella fede ha intitolato un suo corposo saggio scientifico, ed è uno
dei modi con cui si può rendere un’idea della nostra concezione del
soprannaturale e del suo legame con noi esseri umani. Voi e i bambini del catechismo vi giocate la vita nello
stesso modo e giocando ci si chiama per nome. Fate in modo che i bimbi che vi sono affidati
ricordino il vostro nome per tutta la vita. La loro fede gli sarà legata
vitalmente e indissolubilmente.
Parlo di gioco e può sembrare irrispettoso dal momento che
trattate di cose di fede, una faccenda molto seria, in cui ne va della vita.
Ma, per un bimbo, il gioco è appunto una
cosa molto seria. Non è un passatempo, come la partita di calcetto o il
torneo di tennis di noi adulti. Un dimensione separata dalla vita reale. E’ la vita vera.
Come ho scritto altre volte, sono stato scout
e in quell’ambiente ho fatto molte esperienze di giochi presi molto sul serio. Per inciso, quello
degli scout è un ambiente in cui, per quel che ricordo dei miei tempi (che
ormai sono molto distanti da quelli di adesso), si hanno veramente pochi
problemi di disciplina. E mi dicono che oggi non sia diverso da tanti anni fa.
Oltre ai giochi classici, si facevano
periodicamente Grandi giochi, su un campo d’azione molto
vasto, che mettevano alla prova tutte le nostre capacità di orientamento e di
sopravvivenza. Di solito erano organizzati in due squadre che si cercavano per combattersi. Il Grande gioco che si faceva nel
giorno della festa di San Giorgio, il
patrono degli scout, era un’attività che coinvolgeva diversi riparti (i gruppi scout insediati nelle parrocchie)
cittadini, varie centinaia di ragazzi La lotta individuale però non era fatta picchiandosi, ma allo scalpo, vale a dire cercando di strapparsi il
fazzoletto scout che si porta in genere al collo e che in quell’occasione si
infilava alla cintura sul retro dei pantaloni. Gli obiettivi variavano di volta
in volta, ad esempio cercare di raggiungere un certo luogo in campo avversario.
Una volta, nel corso di un grande gioco che facemmo in una località molto suggestiva,
le rovine dell’antico paese di Galeria, qui vicino a Roma, un posto pieno di
insidie, di baratri profondi e dirupi, un posto in cui un genitore non farebbe mai
scorrazzare un ragazzino, ma dove invece i nostri capi ci portavano spesso,
nella mia squadriglia eravamo stati quasi tutti scalpati dai nostri
avversari e ci eravamo dovuti quindi ritirare dalla competizione. Si aspettava
che tutto finisse come doveva, con la vittoria di quegli altri. Rimaneva solo il nostro caposquadriglia, del
quale, a distanza di tanti anni, ricordo bene il nome e cognome, si chiamava
Angelo. Ebbene, questo qui, ad un certo punto, fu circondato da tutti gli
avversari e, allora, per non farsi prendere, si buttò a capofitto in un
profondo burrone pieno di rovi e scomparì alla nostra vista. Non essendo stato
preso lui, essendo sopravvissuto uno di noi, il gioco finì con un
pareggio. E lui non si fece trovare
finché non gli assicurarono a gran voce che si era pareggiato. Nessuno degli
altri ebbe il coraggio di raggiungerlo, laggiù dove si era andato a ficcare. Dovettero farlo i capi, calandosi con delle
corde e fu difficile. Lo tirarono fuori senza nulla di rotto, ma pieno di
profondi graffi sulle parti del corpo scoperte e con i vestiti tutti
tagliuzzati. Lo ricordo come fosse ora, quando riemerse dai rovi. I capi non lo
punirono, perché sapevano bene che quel grande gioco era per lui una cosa molto
seria. E noi ragazzi lo ammirammo molto, la sua autorità fu da allora
indiscussa.
Quando i ragazzi organizzano un gioco, quella
per loro è la vita vera. Non lo dico
per averlo letto da qualche parte, parlo della mia esperienza personale. Nel
romanzo per ragazzi I ragazzi della via Pál, dello scrittore ungherese Ferenc Molnár
se ne rende un’immagine realistica.
Oggi però, poiché le nostre città sono
diventate tanto più pericolose di un tempo, se non altro per il traffico di
veicoli, i bambini di città hanno molto meno occasione di farlo. Nei paesi è
ancora diverso. Lo notai subito andando
a lavorare a Giulianova, un posto di mare sulla riviera abruzzese, con un
grande porto per pescherecci. I bambini del posto vivevano all’aria aperta, liberi,
sempre presi in grandi giochi a tutto campo, e
apparivano molto più tranquilli di quelli di città.
Organizzare giochi genera autonomia e
disciplina. E’ per questo che tra gli scout si organizzano anche grandi giochi, non solo la solita partitella a calcio.
Il gioco però deve inserirsi in una storia, in un contesto narrativo. Tra i lupetti, i più giovani tra gli scout,
bambini dell’età di quelli vostri, le storie sono tratte dal Libro della Giungla scritto dal
britannico Rudyard Kipling a fine Ottocento. E’ la storia di un ragazzino
cresciuto in un branco di lupi molto umanizzati,
come altri animali che si muovono loro intorno: una tigre, un serpente, una
orso saggio, una pantera e un gran numero di scimmie. Nei vari animali vengono
rappresentati virtù e vizi degli umani. Nella storia le scimmie rappresentano i
bambini indisciplinati e nessuno, tra i lupetti,
voleva essere paragonato a loro. Tra i lupetti
il capo del gruppo è un Akela,
che è il nome del lupo capobranco di
quel libro. Io avevo un rispetto enorme per il mio Akela, del quale ricordo ancora il nome e cognome al
secolo, si chiamava Paolo ed era un sottufficiale dell’esercito. E ricordo
bene anche i nomi di tutti gli altri capi, in particolare Sergio Bagheera
(il nome della pantera nel libro) e
il sacerdote, padre Nello Baloo (l’orso saggio). Ho fatto lo scout nella
parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione. Dei miei catechisti qui in
parrocchia non ricordo invece nulla, né di loro né di ciò che mi dissero a catechismo. Mi sono rimasti nella memoria
solo don Vincenzo, il parroco, poi il sacerdote con cui feci la mia prima
Confessione, ora penso di ricordare che si chiamasse don Giovanni, e che in quell’occasione mi disse che era lì
perché mi voleva bene, e io ne fui molto meravigliato perché non
capivo proprio il perché, e il libretto del catechismo, che ancora conservo con
affetto e venerazione, di cui però imparai a memoria le risposte senza comprenderne
praticamente nulla. Associo quel
libretto a mia madre che mi sentiva le riposte che dovevo memorizzare e che
cercava anche di spiegarmele. Ricordo il suono della sua voce e la sua
vicinanza. Di quello che mi diceva, praticamente nulla. Il mio vero catechismo
lo feci tra gli scout, dopo la Prima comunione, che all’epoca mi pare si facesse
in terza o quarta elementare: lì la fede divenne per me consuetudine di vita e
fu per sempre associata all’immagine di uno che si spinge per sentieri
sconosciuti, su nuove piste, per scoprire posti nuovi, cercando di rimanere
vivo e di mantenere vivi anche gli altri suoi amici, appunto lo scout. Tra gli scout e in mezzo alle
difficoltà e le bellezze della natura,
soprattutto in certe notti incantate in tenda, in Abruzzo, con i lupi che ci
ululavano intorno, la fede religiosa mi
apparve una cosa evidente, indiscutibile. Cominciai a tentennare quando lasciai
gli scout, perché come si dice, si rimane sempre scout, ma non lo si fa
per sempre: ad un certo punto si parte, si deve proprio partire, e comincia
la vita vera, che però si scopre non essere poi molto dissimile da quella di
prima. Si allargano solo gli orizzonti. Non si vive nostalgicamente perché c’è
una continuità tra l’esperienza scout e quella da adulto: la prima prepara alla
seconda. Rinsaldai poi la mia fede ai tempi dell’università, tra gli
universitari cattolici della FUCI, tra i quali ritrovai lo stesso spirito della
gente di oltre frontiera che animava lo scoutismo, quello, come appunto
ricordava Baden-Powell, dei pionieri, degli esploratori e dei soldati
di frontiera.
Come leggete qui sopra nelle pagine del manuale degli scout Scautismo per ragazzi, scritto per i suoi scout da Robert Baden-Powell,
il fondatore del movimento scoutistico, la disciplina, tra gli scout, viene
mantenuta stimolando molto la responsabilità personale e, innanzi tutto,
facendo emergere dei capi tra gli stessi ragazzi, come accade quando
organizzano spontaneamente i loro giochi. E’ un sistema che quindi,
paradossalmente, non si basa sulla costrizione e sulla costante vigilanza degli
adulti, ma, al contrario, sul lasciare
mano libera ai ragazzi. Scrisse
Baden-Powell:
Il capopattuglia ha la responsabilità
dell’efficienza e del buon stile della sua Pattuglia. Gli scouts della
Pattuglia obbediscono ai suoi ordini, non per paura di punizioni, come spesso
avviene nella disciplina militare, ma perché essi formano con lui una squadra che gioca assieme ed è solidale
col proprio capo per l’onore e il successo della Pattuglia.
L’attribuzione di
responsabilità non si ferma lì. Il capo squadriglia nomina il suo vice e poi
assegna altri compiti, per cui tutti finiscono per aver un ruolo importante per
la vita del gruppo. E, quando si va in mezzo alla natura, a contatto con le
difficoltà che presenta, innanzi tutto quella di sapere sempre dove si è e dove
si deve andare, quindi di non perdersi, si scopre come è importante poter
contare sugli altri.
Ma, soprattutto, tra
gli scout si lavora in un contesto che è
sempre significativo perché si hanno delle responsabilità, proprio come i
grandi, e ai bambini questo piace sempre molto. Il modo migliore di
coinvolgere un bambino in una certa attività è di trattarlo da persona grande, di attribuirgli delle responsabilità.
Se invece lo si tratta come una specie di scimmietta ammaestrata, quello si
stufa molto presto e comincia a dare fastidio.
Scrive Baden-Powell,
nel libro che ho citato:
“La parola «scautismo» significa il lavoro e le doti di pionieri, degli
esploratori e dei soldati di frontiera.
Dando ai ragazzi i primi elementi di questo insegnamento, noi offriamo loro un sistema di giochi e di
esercizi che va incontro ai loro desideri e ai loro istinti, ed è nello stesso
tempo educativo.
Dal
punto di vista dei ragazzi, lo
scautismo è attraente perché li riunisce in gruppi fraterni, e questa è la loro
naturale organizzazione, sia per giocare, sia per fare birichinate, sia per
vagabondare; lo scautismo dà loro un’uniforme elegante ed un equipaggiamento; attira la loro immaginazione e il desiderio
di vita romanzesca; e li impegna in una vita attiva e all’aria aperta.
Dal punto di vista dei genitori, lo
scautismo è bene accolto perché assicura ai loro figlioli buona salute e sviluppo fisico; insegna loro
l’energia, sveglia lo spirito di risorsa e l’abilità manuale, rende il ragazzo
disciplinato, coraggioso, cavalleresco e patriottico: in una parola ne forma il «carattere»,
che è più di ogni altra cosa essenziale all’uomo per farsi strada nella vita.
Il metodo scout sveglia nel ragazzo il
desiderio di imparare da sé, e non gli inculca per forza delle cognizioni.
Dal
punto di vista nazionale il nostro
scopo è quello di avere dalle nuove generazioni dei buoni cittadini.
Nei riguardi della religione del ragazzo, noi
lo incoraggiamo a praticare quella alla quale appartiene”
Qualche volta,
parlando di religione ai bambini, pensiamo di spiegar loro e far loro imparare cose che serviranno loro dopo, da grandi. Infatti non prendiamo troppo sul
serio i bambini e la loro vita da
bambini, che invece, dal loro punto di vista, è faccenda molto seria. Ci basta
che facciano i bravi, ripetano la
lezione, facciano quant’altro si dice loro, esattamente e solo quando si dice
loro di farlo, e non facciano chiasso. Ma questo è appunto trattare i bambini come scimmiette ammaestrate. E loro
allora si stufano, disimparano presto quello che gli abbiamo insegnato perché
non possono farne subito tirocinio.
La fede, in realtà, serve
subito, già nel mondo dei bambini, in cui, come ho scritto altre volte, c’è
il bene e c’è il male, la gioia e la sofferenza, l’amicizia e l’odio e, insomma,
tutto ciò che c’è nel mondo degli adulti. La prima strategia da seguire, nel
parlare ai bambini di fede, è quindi quella di far loro scoprire come possano agire da persone di fede, subito, per cambiare il loro mondo di bambini. Ad
esempio, come Giovanni Bosco raccontava che faceva da piccolo, mettendosi in
mezzo coraggiosamente tra due che litigano, cercando di mettere pace anche a
costo di pigliarsi qualche sberla, o prendendo le parti del più debole
angariato dal bullo di turno. A volte noi grandi preferiremmo che, in quelle
situazioni, chiedessero il nostro intervento, ma questo non va bene. I bambini
intuiscono bene che non è questo il modo in cui si agisce da adulti e allora
capiscono che li trattiamo da bambini: questo a loro non serve, si stufano,
capiscono di perdere tempo con noi. Il loro mestiere, e loro lo sanno bene, per
istinto naturale, è di crescere e si cresce facendo tirocinio di ciò che si
impara, mettendolo subito in pratica. Da bambini lo si fa giocando, ed è per questo che ho detto
che il gioco dei bambini è cosa molto seria, dal loro punto di
vista.
Giocare al gioco della fede vi sembra puerile? Eppure è l’unica maniera
per preparare veramente un bambino al grande
gioco della vita, per coinvolgerlo veramente in un’esperienza di fede. E
non parlo per sentito dire o per una qualche erudizione, ma solo sulla base di
ciò che ho personalmente vissuto. Se volete un parere di un esperto dovete
rivolgervi ad altri.
Un ultimo ricordo.
Da noi in parrocchia sono stato per qualche mese chierichetto. Ho ancora la
foto che facemmo in parrocchia in abiti liturgici, con don Vincenzo al centro,
schierati sulle scale che c’erano al fondo del campo di calcetto, accanto al
teatrino. Eravamo un bel numero. Confesso che delle cose da chierichetto non
capii nulla, non ho mai saputo veramente
servir messa. Sostanzialmente fui sempre solo un aiuto-chierichetto. Ma mi
piaceva avere quella responsabilità, di svolgere un servizio che aveva
impegnato alla mia età anche mio padre, stando accanto al sacerdote, a un
adulto di grande prestigio, di fronte a
tutta la gente nei banchi, a Messa, con
la mia bella cotta bianca a strisce rosse. Ma non fui mai veramente coinvolto perché il lavoro da chierichetto non mi fu
presentato come un gioco, in un contesto narrativo valido.
Con i bambini
bisogna avere sempre una storia interessante da raccontare. Nel libro di Baden
Powell di cui ho parlato, le pagine con istruzioni operative sono inframezzate
da chiacchierate al fuoco di bivacco, come quella che vedete
qui sopra, in cui si raccontano delle
storie e se ne distillano insegnamenti pratici ed esempi di vita etica.
Nella Bibbia ce ne sono molte così. Servitevene.
I bambini di oggi
non sono più quelli degli anni Sessanta, quando io fui bimbo? Eppure in gran
parte del mondo, lì dove i bambini sono presi molto sul serio, e anche nel
nostro mondo tra gli scout di oggi, i
bambini non fanno i bambini, come invece accade da
noi ad esempio in ambienti scolastici, o anche al catechismo, quando si seguano
i metodi scolastici.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli


