martedì 12 gennaio 2016

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

 Cari catechisti, vi è stato affidato un compito molto importante, ma avete poco tempo per condurlo a termine. Questo rende necessaria una programmazione. Ne dovete discutere con il parroco, con i preti della parrocchia che sono stati incaricati di curare il settore di cui vi state occupando e tra voi. Gli specialisti di catechetica consigliano anche di programmare momenti di verifica dell’efficacia del lavoro che si sta svolgendo, sia in corso d’opera, sia alla fine. L’obiettivo dovrebbe essere quello di consentire a tutti  i bambini del catechismo di fare un’esperienza significativa di fede e, in questo contesto, di cominciare a prendere consapevolezza di alcune narrazioni che si fanno in religione e di acquisire una certa dimestichezza con alcune celebrazioni liturgiche, in particolare con la Messa e il sacramento dell’Eucaristia e con il sacramento della Riconciliazione-Penitenza. Ma non c’è solo questo. Bisogna anche costruire le premesse per un lavoro futuro, che dovrebbe proseguire per tutta la vita: un costante approfondimento dei temi della fede seguendo lo sviluppo della persona e i fatti della sua vita e della società in cui è inserita. Questo per evitare il paradosso che gli esperti di catechetica rilevano, vale a dire che in molte vite la catechesi di  iniziazione, quella di cui vi state occupando, non «inizia»  ma «conclude».  Bisogna quindi lavorare per mantenere uniti nella fede alle nostre collettività religiose tutti  i bambini che vi sono stati affidati, per tutta la loro vita. I momenti di verifica dovrebbero servire anche a prendere consapevolezza di errori che si sono fatti, per imparare dall’esperienza, che è il modo in cui in genere  si cresce  in ogni lavoro che si fa sugli altri.
  In base alla mia personale esperienza di bambino del catechismo, vissuta per tre anni qui nella nostra parrocchia tra il 1964 e il 1966,  in tempi certo tanto diversi da quelli di oggi e anche in un quartiere delle Valli molto diverso e per molti aspetti più accogliente per i bambini di come è adesso, posso individuare alcuni errori da non ripetere.
 Innanzi tutto non bisogna dare per scontato che un bambino dell’età di quelli che vi sono stati affidati sia in grado di trarre da un testo sacro, in particolare dalla lettura di un brano evangelico, un particolare significato religioso e poi anche una lezione e un orientamento per la sua vita. Anzi, in genere non riuscirà a farlo. Bisogna guidarlo in questo. E questo anche se sa leggere. Ricordate che si tratta di un lavoro in cui spesso  falliscono anche gli adulti.
  Le Scritture sono testi che ci arrivano dall’antichità. Ci sono rese più accessibili dalle traduzioni nella nostra lingua, ma fanno riferimento a realtà storiche, fatte di cultura, politica  e religione, e a  società che non sono le nostre di oggi. Mantengono una validità universale come veicoli di fede, certo, ma vanno sempre contestualizzate e spiegate. Ciò in particolare quando le si propone a dei bambini, che solo molto più avanti negli anni, e alcuni forse mai, conquisteranno un accostamento veramente  personale  ai testi biblici. Del resto questo era già chiaro nei tempi antichi in cui quei testi si formarono.  Considerate, ad esempio, l’episodio evangelico dell’apparizione ai discepoli di Emmaus  che si legge nel Vangelo secondo Luca (Lc 24 13-34) in cui fu necessario ricevere la spiegazione  di testi biblici per capire il senso degli eventi, e allora i discepoli descrissero l’esperienza che avevano vissuto come quella di un fuoco nel cuore. E noi, come abbiamo proclamato ieri a Messa, siamo stati battezzati in Spirito santo e fuoco: il  fuoco è, come ci ha spiegato ieri sera il celebrante a Messa, la passione  che mettiamo nella nostra fede e che poi costruisce un certo modo di stare insieme e di intendersi in religione, quindi di essere collettività fraterna nella fede.
   Bisogna poi tenere conto che i bambini dell’età di quelli che vi sono stati affidati non hanno le stesse capacità di introspezione degli adulti. Quindi poi, quando pretendiamo di far risuonare in loro le Scritture, vale a dire che i bambini sappiano autonomamente vagliare la loro vita alla luce dei testi sacri, rimaniamo delusi. Consiglio di evitare di farlo, per non scoraggiarli. Dobbiamo rispettare le tappe del loro sviluppo psicologico. Anche in questo lavoro vanno guidati, ma con molta prudenza, perché voi non avete le competenze cognitive e pratiche in materia di psicologia per intervenire in profondità sui bambini, e tentando di farlo da apprendisti stregoni potreste fare molto danno. Abituatevi quindi a rispettare sempre l’interiorità dei bambini e non pretendete mai che vi rivelino di sé più di quello che spontaneamente sono disposti a fare. In caso che sorgano problemi, parlatene con i sacerdoti, i quali hanno ricevuto una formazione più approfondita e specifica.
  C’è sicuramente, poi,  necessità di quella che viene chiamata  alleanza educativa tra le famiglie e i catechisti, ma il catechismo  non è finalizzato a sostenere l’autorità dei genitori. Abbiatelo ben chiaro. Anzi, in prospettiva, la fede matura che si spera i vostri bambini ad un certo punto raggiungano approssimandosi ai vent’anni dovrà rendersi autonoma anche da quell’autorità, come da ogni altra autorità terrena, per sapervi  resistere  dove dovesse contrastare con i principi di fede. Vale a dire che  l’obbedienza ai genitori  non è un valore  a sé, in religione: lo può diventare se è manifestazione di affetto, rispetto e di collaborazione familiare, per cui in famiglia ci si vuole bene e si dà il proprio contributo al bene comune, in particolare seguendo la via indicata dagli adulti in ciò in cui loro sono più esperti e mira al bene comune. Quindi l’obbedienza  si inserisce nel quadro religioso del comandamento religioso dell’onorare e non viceversa. Vi possono anche essere forme di obbedienza  ai genitori  disonoranti, come quando i genitori comandano qualcosa di cattivo, e ciò accade più spesso di quanto si pensi, e non solo in certe realtà degradate.
  In particolare non bisogna indurre nei bambini l’idea che il sacramento della Riconciliazione-Penitenza sia collegato all’autorità dei genitori, per cui il prete in quell’atto liturgico sia una specie di loro mandatario e che poi vada a riferire loro tutti i segreti che gli vengono confidati. Questo è piuttosto difficile, perché i bambini, quando si chiede loro di fare un elenco  di mancanze, di solito cominciano con le disobbedienze e marachelle verso i genitori, che, tra l’altro, di solito non mettono mai in questione l’onorare, quindi non raggiungono mai la materia grave, perché un bambino dell’età di quelli che vi sono affidati ama e rispetta  sinceramente i propri genitori, anche se qualche volta disobbedisce loro e anche li fa disperare, alla Giamburrasca. Invece non riescono di solito a vedere alcun male in ciò che fanno nelle loro società di bambini, e invece il male in quegli ambienti c’è sempre e può anche  generare molta sofferenza. Lo avrete potuto sicuramente osservare anche nell’ora scarsa in cui ogni settimana vivete insieme con i bambini del catechismo. Bisogna aiutare i bambini a prenderne consapevolezza, perché è lì che poi si può innestare un discorso di conversione adatto a loro, alle loro esperienze. Anche loro  cambiando  possono cambiare il mondo attorno a loro, ma anche loro, come tutti noi, hanno bisogno dell’aiuto soprannaturale per riuscirci veramente, ed è questo che si invoca  nel sacramento della Riconciliazione-Penitenza. E nel volto  degli altri si manifesta quello dell’Eterno e questo è il fondamento religioso dell’infinita loro dignità umana. Ma questo non è scontato per un bambino che sta affrontando le sue prime esperienze di socializzazione fuori della famiglia. Quello è il momento in cui gli altri stanno emergendo  nel suo mondo, ma non sono ancora ciò che costituiscono per un adulto. I vostri bambini stanno cominciando a fare esperienza dell’amicizia, da cui poi scaturirà anche quella dell’amore. Con quest’ultima, nella maggior parte dei casi, non hanno alcuna personale familiarità e invece essa è molto importante in religione, perché costituisce uno dei principali modelli  secondo i quali si cerca di capire la benevolenza del Creatore verso di noi, di rendercene un’idea.
  Tra i vostri compiti c’è quello di preparare i bambini alla Prima Confessione, quindi ad accostarsi per la prima volta al sacramento della Riconciliazione-Penitenza. Esso è molto delicato, perché si vive in un tempo di generale disaffezione per queste pratica liturgica che invece è ritenuta molto importante dai nostri maestri nella fede. Bisogna costituire le premesse perché i bambini riescano a continuare ad accostarvisi con fiducia per tutta la loro vita.
  Se però voi lo legherete troppo all’autorità dei loro genitori, i vostri bambini, crescendo e raggiungendo l’età in cui inevitabilmente  si acquisisce autonomia dai genitori, lo rifiuteranno.
  Ai tempi nostri, questo sacramento, che storicamente è stato  a lungo inserito in un cupo quadro di polizia ideologica  per conseguire un penetrante controllo sociale del gregge, viene oggi presentato, di solito, in termini conformi al quadro di fede, con forte accentuazione comunitaria, scaturito dall’ultimo Concilio. Ma bisogna considerare che i principi normativi che lo regolano sono ancora in gran parte quelli che furono introdotti nel Cinquecento, in un’epoca tanto diversa dalla nostra, anche in religione. Di ciò potrete convincervi facendo attenzione alle citazioni bibliografiche contenute nella parte del Catechismo della Chiesa Cattolica che riguardano la materia.
 Per quanto mi riguarda, da giovane ho ristrutturato  il mio personale modo di accostarmi al sacramento studiando due documenti che furono diffusi negli scorsi anni Ottanta: la relazione “Riconciliazione e penitenza”, del 1982, della Commissione Teologica Internazionale (un ufficio collegiale consultivo della Curia vaticana), che trovate sul WEB all’indirizzo
http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1982_riconciliazione-penitenza_it.html
e l’esortazione apostolica Riconciliazione e penitenza, del 1984, del papa Wojtyla, che trovate all’indirizzo
http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_02121984_reconciliatio-et-paenitentia.html
  In un prossimo  post  mi propongo di sviluppare alcune riflessioni in merito.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli