Lettera ai catechisti
della parrocchia per l’infanzia
La mia esperienza di catechista è coincisa con
quella di genitore ed è stata molto più intensa della vostra, ma, nello stesso
tempo, più limitata nel suo oggetto. Io e mia moglie, infatti, abbiamo avuto a
che fare solo con due persone in formazione, voi con molte di più.
Nel progettare l’educazione alla fede delle mie figlie ho cercato di
distaccarmi da ciò che nel mio passato di bambino, ragazzo e giovane in
formazione era stato sbagliato nell’educazione religiosa. Ma anche di prendere
a modello ciò che invece aveva funzionato.
Il lavoro di catechista mi è stato molto
semplificato dall’essere coinciso con gli anni della mia malattia grave.
Infatti, nello sforzo di dare un senso religioso a quello che mi stava accadendo,
ripudiando i tanti modi sciocchi o insufficienti in cui talvolta in religione si
viene indotti a vivere simili esperienze di dolore e costruendomi una mia
personale via per resistere, credo di avere trasmesso alle mie figlie in
formazione, talvolta non del tutto consapevolmente, un modello significativo di
vita di fede, integrato in una narrazione convincente, sul quale innestare il
loro, che sarà originale quanto il mio lo è. Formare alla fede non deve
mai essere, infatti, come imprimere uno stampino su una materia che si suppone
indefinitamente malleabile. Invece è proprio quella materia, la persona umana, a
influire sulla forma, sul modello, che le si vuole applicare sopra da fuori, e
ciò accade in ogni processo educativo, per cui il suo risultato va sempre al di
là delle aspettative e delle intenzioni dell’educatore, perché si lavora su
vite umane e non su qualcosa di inerte.
Per
aiutarvi nel vostro compito devo fare memoria di tempi ormai molto lontani,
cercare di ricostruire il mio modo di pensare, le mie sensazioni, le mie emozioni
di bambino del catechismo, ma mi è difficile, perché, sebbene qualcosa della
persona che ero allora sia rimasto a caratterizzare il mio modo di essere di
oggi, vi ci si sono sovrapposte tante altre esperienze significative di una vita e
l’insieme ne è stato molto modificato, per cui il rischio è quello di
proiettare sul ricordo di quei tempi ciò che sono diventato solo
successivamente.
Ricordo quella del mio catechismo dell’infanzia come un’esperienza del
tutto priva di particolari traumi o ricordi dolorosi. Fu fondamentalmente
legata a quella dell’oratorio parrocchiale che all’epoca si faceva e quindi
alla vicinanza e alla frequentazione con tanti altri bambini della mia età e
anche un po’ più grandi. In alcune aule del piano interrato dell’edificio
parrocchiale c’erano dei biliardini e il pomeriggio ci si andava a giocare. All’epoca
un bambino delle elementari poteva
ancora girare da solo per il quartiere. C’era poi il cinema che si faceva la
domenica nel teatrino: ci si era ammessi consegnando un biglietto che veniva
distribuito la domenica al catechismo che si faceva dopo la Messa per i più
piccoli.
Delle liturgie dedicate a noi bambini ricordo quelle per il mese
Mariano, che mi coinvolgevano molto. A casa facevamo anche un altarino con una statuetta della Madonna. Delle Messe
non ricordo nulla: all’epoca non furono esperienze significative. Di solito
durante la Messa sognavo ad occhi aperti, che è stata sempre una mia radicata
abitudine, quindi mi astraevo. Le mie Confessioni erano stereotipate e del
tutto prive di sensi di colpa: mi piaceva avere a che fare con i sacerdoti, che
sono stati per tutta la mia vita persone che ho tenuto sempre in grande
considerazione, miei adulti di riferimento.
Avevo una chiara percezione del
soprannaturale, ma essa dipendeva sostanzialmente dall’atteggiamento religioso
che vedevo espresso in famiglia, nella quale avevamo in mio zio Achille,
professore, un punto di riferimento indiscusso in queste cose, come lo era
anche per molti altri nella società di quel tempo. Egli fu il mio padrino di Cresima e svolse questo compito con molta
costanza e determinazione, sistematicamente per così dire, appunto da professore, per tutta la sua vita.
La vita di fede mi si aprì solo successivamente alla Prima comunione,
alla quale all’epoca seguiva, a distanza di quale giorno, la Cresima: fu tra
gli scout della vicina parrocchia degli Angeli Custodi che ricevetti la prima
vera iniziazione alla fede, che mi si radicò dentro molto fortemente. L’esperienza
scout fu quindi un vero successo educativo anche sotto il profilo religioso. Si
sarebbe potuto anticiparne il risultato di due o tre anni, in modo da ottenerlo
in concomitanza con l’ammissione a quei sacramenti? Penso di sì. Ma sarebbe
stato necessario stimolare la mia autonomia personale, cosa che è alla base del
metodo scout, ma che all’epoca, a catechismo, non era ritenuta necessaria. Si
veniva ammessi ai sacramenti per i quali si era svolta l’iniziazione religiosa
semplicemente ripetendo a memoria delle risposte a certe domande, secondo
quello che era scritto nel libretto del catechismo. Alcuni oggi rimpiangono
quel metodo, ma hanno torto. Era uno degli errori educativi che all’epoca si
facevano nella formazione alla fede: costruiva una religiosità superficiale e
troppo dipendente dal sostegno della famiglia. Quando si iniziava ad essere
autonomi da quest’ultima ce se ne distaccava, così come, ad un certo punto, si
finiva di giocare con i soldatini o i trenini. Tutti noi adulti abbiamo vissuto
un momento simile. Una fede infantile viene dismessa con l’infanzia e viene
talvolta rievocata, successivamente, solo come una memoria favolistica, insieme
a Babbo Natale e alla Befana, in qualche modo collegata a episodici buoni
sentimenti da vivere in un’ora speciale
e magica. Ecco, a catechismo, oggi, si vuole ottenere di più.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli