Lettera ai catechisti
della parrocchia per l'infanzia
Se faccio memoria realistica della mia esperienza di bambino tra i sette
e i nove anni, il tempo in cui frequentai il catechismo in parrocchia, mi rendo
conto che non ero una versione imperfetta dell’adulto che sono diventato, ma
una persona diversa. Di solito di
questo non ci si rende conto, specialmente quando si ha a che fare con bambini
di quell’età diversi dai propri figli. E allora li si trattano come dei
deficienti, ma loro non lo sono, sono
solo diversi dagli adulti. Ad un
bambino delle elementari si possono dare grandi responsabilità, ed è quello che
avviene in gran parte del mondo rurale ma anche in altri contesti sociali di
gran parte del globo. Le città dell’Occidente, invece, sono costruite e
organizzate per un mondo di soli adulti e lasciano poco spazio per i bambini, i
quali devono essere portati in giro un po’ come si fa con i cani da compagnia,
sempre sorvegliati a vista e con guinzaglio corto. Ancora negli anni Sessanta,
quando io fui bimbo, da piccoli si aveva molta più autonomia nel girare per le
Valli. Per diverse ore della giornata si viveva in spazi collettivi tra
bambini, organizzando autonomamente dei giochi collettivi: nei cortili tra i
palazzi e tra i pini al centro di via Val Padana, ma anche in parrocchia. La
mattina si andava a scuola (ci furono anni che si facevano i doppi turni e c’era chi ci andava di
pomeriggio) e dopo pranzo i genitori lasciavano i bambini uscire nei cortili a
giocare con altri della loro età. Poi, all’ora di cena, li chiamavano dalla
finestra e loro tornavano a casa. Tutto questo non si fa più. Essendoci
abituati a sorvegliarli a vista, come si fa con certi minorati mentali, noi
adulti siamo indotti a considerare i bambini come adulti imperfetti, oppure come personcine corrispondenti a un modello base, non accessoriato secondo le
preferenze del grande pubblico di oggi. E, invece, sono solo, come dicevo, persone diverse. Questa realtà era ben
nota, evidente, a tutti nel mondo più antico, ma ai tempi nostri, in società
organizzate solo per adulti, se ne è persa consapevolezza e ce l’hanno dovuta
rispiegare gli psicologi dell’età evolutiva.
Se ripenso alla mia esperienza di bimbo del catechismo, mi rendo conto
con molta chiarezza che, ad esempio, la mia capacità di empatia, vale a dire di
immedesimarmi nelle sofferenze di un altro, era molto diversa da quella mia di
adulto. E se faccio memoria dei miei coetanei di allora, capisco che era un’esperienza
comune. Di questo trovo conferma anche nelle osservazioni che, da adulto, ho
fatto sul mondo dei bambini e mi rendo conto che questo corrisponde anche al
punto di vista degli altri adulti. Certe volte i bambini appaiono crudeli agli
adulti, proprio perché hanno una capacità di empatia diversa dai costumi degli
adulti. Un bambino è capace di umiliare e vessare un suo coetaneo, causandogli
molta sofferenza, senza avvertire il minimo senso di colpa. Probabilmente lo
avrete osservato anche a catechismo, sebbene siate a contatto con i bambini per
breve tempo. E’ quello che, in ambiente scolastico e con i ragazzi più grandi,
viene chiamato bullismo, ma che per i bambini delle
elementari ha un altro aspetto perché, per quello che ricordo della mia vita da
piccolo confrontata con quella mia degli anni successivi, si fonda
essenzialmente su una scarsa dimestichezza con gli altri, che si acquisisce
solo frequentandoli, facendone esperienza, e sviluppando sentimenti di
amicizia. Appunto ciò che si inizia a fare al tempo delle elementari.
Una volta, fatta la Prima Comunione e mentre mi istruivano per fare il
chierichetto, in parrocchia si fece nel
teatrino un incontro di noi bambini con un signore adulto, un laico, che ci era
venuto a parlare di cose di religione. Noi bambini del catechismo, molto
numerosi, eravamo seduti sulle panche che c’erano allora nella sala al posto
delle sedie di oggi e lui stava sul palco e ci parlava. Invitava anche alcuni
di noi vicino a lui per farci delle domande sulla nostra esperienza a
catechismo. Chiamò anche me. Gli dissi che stavo imparando a fare il
chierichetto, ma che di lì a poco avrei smesso per andare a fare il lupetto in un’altra parrocchia. Mi
chiese perché. Gli dissi, con tutta sincerità, che avevo visto i
lupetti al parco e che mi era piaciuto quello che facevano e che, inoltre, tra
i chierichetti c’erano bambini come un mio certo compagno, presente in sala, e che non volevo essere come lui, dando ad
intendere che valeva poco. Quel signore mi guardò con area di rimprovero e mi
disse che tra i lupetti avrei imparato che non bisogna comportarsi come avevo
fatto in quel momento. Non mi fece altre prediche e fece bene, perché non le avrei capite.
Uscendo vidi che quel bambino di cui avevo parlato piangeva. Perché piangeva? E perché quel signore mi aveva
detto quelle cose? I ragazzini più
grandi mi guardavano storto. Io però non riuscivo a capire che cosa avevo fatto
di male. L’episodio mi colpì molto, tanto che ancora oggi lo ricordo. Ma non
per il male che avevo fatto a quel mio compagno. Ma perché non mi rendevo conto
di che cosa avevo fatto di male! Non riuscivo assolutamente ad immedesimarmi
nella sofferenza di quel mio compagno che avevo offeso davanti a tutti. Può
sembrare strano a un adulto, ma solo
crescendo, dopo diversi anni, ripensando a quel fatto mi resi conto di quel
male e me ne vergognai.
Ora, sempre ricordando il me bambino di allora, non è che non fossi
capace di empatia, solo che la mia empatia era diversa da quello di un adulto.
Un bambino, ad esempio, è capace di empatizzare
anche con cose inanimate, un
oggetto, un pupazzo, o addirittura immaginarie, come un personaggio di
fantasia. Dipende dalla storia in cui sono inserite e che gli è stata
raccontata o che si è inventata da solo.
Ricordo che nei grandi giochi dei bambini degli anni Sessanta alla
Valli si partiva sempre, nell’organizzarli, dal costruire una storia e nel suo ambito si era anche
capaci di empatia.
La diversa capacità di empatia dei bambini può creare qualche problema
nell’educazione alla fede dei bambini piccoli. Ad esempio quando si presentano
le sofferenze del Crocifisso. “Vedi
quanto ha sofferto per te?” si fa notare a un bambino, e può essere che per
lui quella sofferenza rimanga piuttosto distante e soprattutto che egli non capisca bene il collegamento tra quella
sofferenza e un suo proprio modo di essere, qualcosa di male che ha fatto. Ciò significa che la teologia che c’è in un
punto centrale della nostra fede, che riguarda Passione, Morte e Risurrezione,
e anche molte altre questioni importanti ad esse collegate, può essergli
piuttosto ostica. E questo anche se gliela si fa imparare a memoria in pillole.
Io cominciai a rendermi conto del reale significato di quella teologia solo
molto più tardi degli anni del catechismo, quando facevo il liceo. Tutto ciò
può influire negativamente nella preparazione al sacramento della
Riconciliazione-Penitenza perché, come spiegato nel relazione Riconciliazione e Penitenza della Commissione teologica internazionale,
del 1984: «La penitenza cristiana è una partecipazione
alla vita, alla sofferenza e alla morte di Gesù Cristo.» (II, 3).
In effetti il mio catechismo per la Prima Comunione e la Cresima non mi
aiutò a capire quella teologia superando la mia particolare condizione di
empatia di bambino. Quindi mi accostai a quei sacramenti senza una reale
consapevolezza del loro significato, ma solo per una vaga aura di sacralità che
li circondava e che mi induceva a rispettarli e praticarli, come facevano tutti
intorno a me e in particolare in
famiglia. Cosa su cui ai tempi nostri non si può più contare.
E tuttavia costruendovi sopra una storia significativa e soprattutto collegandola
ad esperienza di vita reale dei bambini è possibile ottenere un risultato
migliore, tenendo conto che un
approfondimento della questione viene poi conseguito, negli anni successivi,
solo da una minoranza di coloro che hanno frequentato la catechesi di
iniziazione. L’insufficienza catechistica in materia può essere vista come
una delle ragioni dell’abbandono della pratica religiosa una volta usciti dall’infanzia.
La fede era stata poco interiorizzata e quindi viene abbandonata una volta
venuti meno i sostegni per così dire sacrali che la circondavano.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli