giovedì 14 gennaio 2016

Lettera ai catechisti della parrocchia per l'infanzia

Lettera ai catechisti della parrocchia per l'infanzia

   Se faccio memoria realistica della mia esperienza di bambino tra i sette e i nove anni, il tempo in cui frequentai il catechismo in parrocchia, mi rendo conto che non ero una versione imperfetta dell’adulto che sono diventato, ma una persona diversa. Di solito di questo non ci si rende conto, specialmente quando si ha a che fare con bambini di quell’età diversi dai propri figli. E allora li si trattano come dei deficienti, ma loro non lo sono, sono solo diversi  dagli adulti. Ad un bambino delle elementari si possono dare grandi responsabilità, ed è quello che avviene in gran parte del mondo rurale ma anche in altri contesti sociali di gran parte del globo. Le città dell’Occidente, invece, sono costruite e organizzate per un mondo di soli adulti e lasciano poco spazio per i bambini, i quali devono essere portati in giro un po’ come si fa con i cani da compagnia, sempre sorvegliati a vista e con guinzaglio corto. Ancora negli anni Sessanta, quando io fui bimbo, da piccoli si aveva molta più autonomia nel girare per le Valli. Per diverse ore della giornata si viveva in spazi collettivi tra bambini, organizzando autonomamente dei giochi collettivi: nei cortili tra i palazzi e tra i pini al centro di via Val Padana, ma anche in parrocchia. La mattina si andava a scuola (ci furono anni che si facevano i doppi turni e c’era chi ci andava di pomeriggio) e dopo pranzo i genitori lasciavano i bambini uscire nei cortili a giocare con altri della loro età. Poi, all’ora di cena, li chiamavano dalla finestra e loro tornavano a casa. Tutto questo non si fa più. Essendoci abituati a sorvegliarli a vista, come si fa con certi minorati mentali, noi adulti siamo indotti a considerare i bambini come adulti imperfetti, oppure come personcine corrispondenti a un modello base, non  accessoriato secondo le preferenze del grande pubblico di oggi. E, invece, sono solo, come dicevo, persone diverse. Questa realtà era ben nota, evidente, a tutti nel mondo più antico, ma ai tempi nostri, in società organizzate solo per adulti, se ne è persa consapevolezza e ce l’hanno dovuta rispiegare gli psicologi dell’età evolutiva.
  Se ripenso alla mia esperienza di bimbo del catechismo, mi rendo conto con molta chiarezza che, ad esempio, la mia capacità di  empatia, vale a dire di immedesimarmi nelle sofferenze di un altro, era molto diversa da quella mia di adulto. E se faccio memoria dei miei coetanei di allora, capisco che era un’esperienza comune. Di questo trovo conferma anche nelle osservazioni che, da adulto, ho fatto sul mondo dei bambini e mi rendo conto che questo corrisponde anche al punto di vista degli altri adulti. Certe volte i bambini appaiono crudeli agli adulti, proprio perché hanno una capacità di empatia diversa dai costumi degli adulti. Un bambino è capace di umiliare e vessare un suo coetaneo, causandogli molta sofferenza, senza avvertire il minimo senso di colpa. Probabilmente lo avrete osservato anche a catechismo, sebbene siate a contatto con i bambini per breve tempo. E’ quello che, in ambiente scolastico e con i ragazzi più grandi, viene chiamato  bullismo, ma che per i bambini delle elementari ha un altro aspetto perché, per quello che ricordo della mia vita da piccolo confrontata con quella mia degli anni successivi, si fonda essenzialmente su una scarsa dimestichezza con gli altri, che si acquisisce solo frequentandoli, facendone esperienza, e sviluppando sentimenti di amicizia. Appunto ciò che si inizia a fare al tempo delle elementari.
  Una volta, fatta la Prima Comunione e mentre mi istruivano per fare il chierichetto, in parrocchia  si fece nel teatrino un incontro di noi bambini con un signore adulto, un laico, che ci era venuto a parlare di cose di religione. Noi bambini del catechismo, molto numerosi, eravamo seduti sulle panche che c’erano allora nella sala al posto delle sedie di oggi e lui stava sul palco e ci parlava. Invitava anche alcuni di noi vicino a lui per farci delle domande sulla nostra esperienza a catechismo. Chiamò anche me. Gli dissi che stavo imparando a fare il chierichetto, ma che di lì a poco avrei smesso per andare a fare il lupetto in un’altra parrocchia. Mi chiese perché. Gli dissi,  con tutta sincerità, che avevo visto i lupetti al parco e che mi era piaciuto quello che facevano e che, inoltre, tra i chierichetti c’erano bambini come un mio certo compagno, presente in sala, e che non volevo essere come lui, dando ad intendere che valeva poco. Quel signore mi guardò con area di rimprovero e mi disse che tra i lupetti avrei imparato che non bisogna comportarsi come avevo fatto in quel  momento. Non mi fece altre prediche  e fece bene, perché non le avrei capite. Uscendo vidi che quel bambino di cui avevo parlato piangeva. Perché piangeva?  E perché quel signore mi aveva detto quelle cose?  I ragazzini più grandi mi guardavano storto. Io però non riuscivo a capire che cosa avevo fatto di male. L’episodio mi colpì molto, tanto che ancora oggi lo ricordo. Ma non per il male che avevo fatto a quel mio compagno. Ma perché non mi rendevo conto di che cosa avevo fatto di male! Non riuscivo assolutamente ad immedesimarmi nella sofferenza di quel mio compagno che avevo offeso davanti a tutti. Può sembrare strano a un adulto, ma solo crescendo, dopo diversi anni, ripensando a quel fatto mi resi conto di quel male e me ne vergognai.
  Ora, sempre ricordando il me bambino di allora, non è che non fossi capace di empatia, solo che la mia empatia era diversa da quello di un adulto. Un bambino, ad esempio, è capace di empatizzare  anche con cose inanimate, un oggetto, un pupazzo, o addirittura immaginarie, come un personaggio di fantasia. Dipende dalla storia  in cui sono inserite e che gli è stata raccontata o che si è inventata da solo.
  Ricordo che nei grandi  giochi dei bambini degli anni Sessanta alla Valli si partiva sempre, nell’organizzarli, dal costruire una storia e nel suo ambito si era anche capaci di empatia.
  La diversa capacità di empatia dei bambini può creare qualche problema nell’educazione alla fede dei bambini piccoli. Ad esempio quando si presentano le sofferenze del Crocifisso. “Vedi quanto ha sofferto per te?” si fa notare a un bambino, e può essere che per lui quella sofferenza rimanga piuttosto distante e soprattutto che egli non capisca bene il collegamento tra quella sofferenza e un suo proprio modo di essere, qualcosa di male che ha fatto.  Ciò significa che la teologia che c’è in un punto centrale della nostra fede, che riguarda Passione, Morte e Risurrezione, e anche molte altre questioni importanti ad esse collegate, può essergli piuttosto ostica. E questo anche se gliela si fa imparare a memoria in pillole. Io cominciai a rendermi conto del reale significato di quella teologia solo molto più tardi degli anni del catechismo, quando facevo il liceo. Tutto ciò può influire negativamente nella preparazione al sacramento della Riconciliazione-Penitenza perché, come spiegato nel relazione Riconciliazione e Penitenza  della Commissione teologica internazionale, del 1984: «La penitenza cristiana è una partecipazione alla vita, alla sofferenza e alla morte di Gesù Cristo.» (II, 3).
  In effetti il mio catechismo per la Prima Comunione e la Cresima non mi aiutò a capire quella teologia superando la mia particolare condizione di empatia di bambino. Quindi mi accostai a quei sacramenti senza una reale consapevolezza del loro significato, ma solo per una vaga aura di sacralità che li circondava e che mi induceva a rispettarli e praticarli, come facevano tutti intorno a me  e in particolare in famiglia. Cosa su cui ai tempi nostri non si può più contare.
  E tuttavia costruendovi sopra una storia significativa e soprattutto collegandola ad esperienza di vita reale dei bambini è possibile ottenere un risultato migliore, tenendo conto che un approfondimento della questione viene poi conseguito, negli anni successivi, solo da una minoranza di coloro che hanno frequentato la catechesi di iniziazione. L’insufficienza catechistica in materia può essere vista come una delle ragioni dell’abbandono della pratica religiosa una volta usciti dall’infanzia. La fede era stata poco interiorizzata e quindi viene abbandonata una volta venuti meno i sostegni per così dire  sacrali  che la circondavano.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli