Lettera
ai catechisti della parrocchia per l’infanzia
Dagli anni Sessanta si prese sempre più coscienza dell’importanza della
dimensione sociale nella diffusione della fede e innanzi tutto nell’educazione alla fede. Ma anche nella
comprensione e interpretazione della fede. Quindi si volle che la catechesi
diventasse da faccenda solo di preti e religiosi, e dei loro più stretti
collaboratori, una occupazione di tutta la comunità di fede. Il cambiamento più
spettacolare che si riuscì a realizzare fu la collaborazione in questo lavoro
di un grandissimo numero di laici, sia nella catechesi propriamente detta,
quella che ad esempio si fa presso parrocchie, sia nell’insegnamento della
religione nella scuola pubblica. Per quanto riguarda però l’intera comunità di
fede rimasero dei problemi, fondamentalmente legati alla generalizzata e radicata sfiducia del clero
verso il laicato, descritto in un libro di qualche anno fa come il brutto anatroccolo. La comunità di
fede che si vorrebbe essere il primo
catechista non è mai quindi, nell’opinione
del clero, quella effettivamente esistente, ma una collettività molto
idealizzata secondo un certo schema, che non si è mai riusciti veramente a
realizzare da nessuna parte, perché ogni sua interpretazione storica viene
riscontrata come carente, talvolta in difetto, ma il più delle volte in
eccesso. Perché, quando si fa realmente emergere il popolo, cominciano subito a crearsi dei problemi per una
struttura ancora di tipo feudale come la nostra del clero.
I saggi dell’ultimo concilio, nel
riprogettare la vita di fede secondo un modello comunitario, ebbero
sostanzialmente come riferimento il modello di attività sociale autonoma e
creativa delle persone di fede diffusosi nell’Europa occidentale nei precedenti
cento anni, dalla metà dell’Ottocento. Nella fase attuativa dei deliberati
conciliari si ebbe invece come riferimento un altro modello, diffusosi in
America Latina e espresso in comunità di popolo molto attive e creative nella
critica sociale e politica dell’esistente. Esso fu formalizzato durante
importantissime assemblee del CELAM, il Consiglio episcopale latino americano,
a partire da quella svoltasi a Medellin, in Colombia, nel 1968: da questa
realtà proviene il nostro nuovo vescovo e padre universale. Tuttavia, nella
pratica delle nostre collettività religiose nazionali, entrambi questi modelli
sono stati sostanzialmente rifiutati nel corso di un lungo e travagliato processo
di rinnovamento della catechesi, che si è aperto negli anni ’70 con quello che
viene definito documento di base,
diffuso dalla Conferenza Episcopale Italiana appunto nel 1970. La situazione
oggi sta cambiando ed un segnale ne è l’accento che viene posto sulla creatività.
Di fatto, l’impostazione del catechismo che
si fa in parrocchia è ancora più o meno la stessa di quella in cui io mi sono
formato alla fede da bambino: un gruppetto di bambini della stessa età intorno
a una o un catechista (l’emersione delle donne nei ministeri comunitari è stata
una delle innovazioni più rilevanti prodottesi nelle nostre collettività di
fede a partire dagli anni Venti del secolo scorso). Cambiano solo i temi
trattati: non si tratta più di far imparare ai bambini delle rispostine a certe
domande, ma si procede secondo quanto consigliato nei sussidi, nei libretti molto colorati, con molte figure, che mettete
tra le mani dei vostri bambini.
Ma dov’è la comunità educante, in che modo la comunità influisce nei processi di apprendimento alla fede? In
realtà la comunità non c’è.
I bambini frequentano l’ora di catechismo come
quella di judo o di un altro sport, o di musica, e via
dicendo. Si incontrano solo in quell’ora lì e il loro rapporto sociale è
addirittura inferiore a quello scolastico, perché a scuola vivono per più
tempo. Hanno poca autonomia di movimento nell’ambiente di quartiere: non escono
mai soli, non accompagnati dagli adulti di riferimento. Non fanno vita comune
con gli altri bambini del quartiere, come talvolta ancora accade solo nei
piccoli paesini rurali. Sanno molte più cose di quelle di un bambino dei miei
tempi, sono connessi con il mondo
attraverso i loro telefoni cellulari e gli altri dispositivi che vengono messi
a loro disposizione, ma hanno poche esperienze di vera e viva socialità, hanno
poca dimestichezza con le altre persone, al di fuori del microcosmo familiare
che in genere è di famiglia nucleare, quella che come dicono i nostri capi religiosi
deve essere formata di mamma, papà e
figli, ma che non di rado è ancora più piccola, e quindi, quando si cerca
di evocare loro la comunità come
orizzonte della fede, non riescono veramente a capire a che cosa ci si
riferisca. Un discorso molto importante per la fede, vale a dire che la salvezza è portata per tutti, può
così essere piuttosto ostico per loro, così come la ragione per cui essa, incarnandosi
in un certo particolare uomo e attraverso la sua Passione, Morte e
Resurrezione, possa poi comunicarsi a tutti.
Non sto parlando di dettagli, ma del centro della nostra fede religiosa.
Bisognerebbe dunque lavorare un po’ più a fondo sulla dimensione sociale dell’esperienza
religiosa dei bambini che vi sono stati affidati. Ma ci sono varie difficoltà
in questo: innanzi tutto avete poco tempo e poi avete anche pochi modelli di
riferimento.
Una delle tecniche che storicamente sono
state utilizzate, fin all’Ottocento e sulla base dell’esperienza italiana di
Giovanni Bosco, è stata quella del modello dell’oratorio, un luogo e un’istituzione sociale che appunto dà
occasione ai bambini e ai ragazzi di fare un’esperienza comunitaria più intensa
e non confinata in piccole classi di coetanei. Mi pare che sia questa l’esperienza
che si vorrebbe cercare di riorganizzare in parrocchia. La dovreste considerare
come un’estensione della vostra
missione di catechisti.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli