venerdì 15 gennaio 2016

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

  Dagli anni Sessanta si prese  sempre più coscienza dell’importanza della dimensione sociale nella diffusione della fede e innanzi tutto nell’educazione alla fede. Ma anche nella comprensione e interpretazione della fede. Quindi si volle che la catechesi diventasse da faccenda solo di preti e religiosi, e dei loro più stretti collaboratori, una occupazione di tutta la comunità di fede. Il cambiamento più spettacolare che si riuscì a realizzare fu la collaborazione in questo lavoro di un grandissimo numero di laici, sia nella catechesi propriamente detta, quella che ad esempio si fa presso parrocchie, sia nell’insegnamento della religione nella scuola pubblica. Per quanto riguarda però l’intera comunità di fede rimasero dei problemi, fondamentalmente legati alla  generalizzata e radicata sfiducia del clero verso il laicato, descritto in un libro di qualche anno fa come il brutto anatroccolo. La comunità di fede che si vorrebbe essere il primo catechista  non è mai quindi, nell’opinione del clero, quella effettivamente esistente, ma una collettività molto idealizzata secondo un certo schema, che non si è mai riusciti veramente a realizzare da nessuna parte, perché ogni sua interpretazione storica viene riscontrata come carente, talvolta in difetto, ma il più delle volte in eccesso. Perché, quando si fa realmente emergere il popolo, cominciano subito a crearsi dei problemi per una struttura ancora di tipo feudale come la nostra del clero.
  I saggi dell’ultimo concilio, nel riprogettare la vita di fede secondo un modello comunitario, ebbero sostanzialmente come riferimento il modello di attività sociale autonoma e creativa delle persone di fede diffusosi nell’Europa occidentale nei precedenti cento anni, dalla metà dell’Ottocento. Nella fase attuativa dei deliberati conciliari si ebbe invece come riferimento un altro modello, diffusosi in America Latina e espresso in comunità di popolo molto attive e creative nella critica sociale e politica dell’esistente. Esso fu formalizzato durante importantissime assemblee del CELAM, il Consiglio episcopale latino americano, a partire da quella svoltasi a Medellin, in Colombia, nel 1968: da questa realtà proviene il nostro nuovo vescovo e padre universale. Tuttavia, nella pratica delle nostre collettività religiose nazionali, entrambi questi modelli sono stati sostanzialmente rifiutati nel corso di un lungo e travagliato processo di rinnovamento della catechesi,  che si è aperto negli anni ’70 con quello che viene definito documento di base, diffuso dalla Conferenza Episcopale Italiana appunto nel 1970. La situazione oggi sta cambiando ed un segnale ne è l’accento che viene posto sulla creatività.
  Di fatto, l’impostazione del catechismo che si fa in parrocchia è ancora più o meno la stessa di quella in cui io mi sono formato alla fede da bambino: un gruppetto di bambini della stessa età intorno a una o un catechista (l’emersione delle donne nei ministeri comunitari è stata una delle innovazioni più rilevanti prodottesi nelle nostre collettività di fede a partire dagli anni Venti del secolo scorso). Cambiano solo i temi trattati: non si tratta più di far imparare ai bambini delle rispostine a certe domande, ma si procede secondo quanto consigliato nei sussidi, nei libretti molto colorati, con molte figure, che mettete tra le mani dei vostri bambini.
 Ma dov’è la comunità educante, in che modo la comunità influisce nei processi di apprendimento alla fede? In realtà la comunità non c’è.
 I bambini frequentano l’ora di catechismo come quella di judo  o di un altro sport, o di musica, e via dicendo. Si incontrano solo in quell’ora lì e il loro rapporto sociale è addirittura inferiore a quello scolastico, perché a scuola vivono per più tempo. Hanno poca autonomia di movimento nell’ambiente di quartiere: non escono mai soli, non accompagnati dagli adulti di riferimento. Non fanno vita comune con gli altri bambini del quartiere, come talvolta ancora accade solo nei piccoli paesini rurali. Sanno molte più cose di quelle di un bambino dei miei tempi, sono connessi con il mondo attraverso i loro telefoni cellulari e gli altri dispositivi che vengono messi a loro disposizione, ma hanno poche esperienze di vera e viva socialità, hanno poca dimestichezza con le altre persone, al di fuori del microcosmo familiare che in genere  è di famiglia nucleare, quella che come dicono i nostri capi religiosi deve essere formata di mamma, papà e figli, ma che non di rado è ancora più piccola, e quindi, quando si cerca di evocare loro la comunità come orizzonte della fede, non riescono veramente a capire a che cosa ci si riferisca. Un discorso molto importante per la fede, vale a dire che la salvezza è portata per tutti, può così essere piuttosto ostico per loro, così come la ragione per cui  essa, incarnandosi in un certo particolare uomo  e attraverso la sua Passione, Morte e Resurrezione, possa poi  comunicarsi  a tutti. Non sto parlando di dettagli, ma del  centro della nostra fede religiosa.
  Bisognerebbe dunque lavorare un po’ più  a fondo sulla dimensione sociale dell’esperienza religiosa dei bambini che vi sono stati affidati. Ma ci sono varie difficoltà in questo: innanzi tutto avete poco tempo e poi avete anche pochi modelli di riferimento.
  Una delle tecniche che storicamente sono state utilizzate, fin all’Ottocento e sulla base dell’esperienza italiana di Giovanni Bosco, è stata quella del modello dell’oratorio, un luogo e un’istituzione sociale che appunto dà occasione ai bambini e ai ragazzi di fare un’esperienza comunitaria più intensa e non confinata in piccole classi di coetanei. Mi pare che sia questa l’esperienza che si vorrebbe cercare di riorganizzare in parrocchia. La dovreste considerare come un’estensione della vostra missione di catechisti.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli