Lettera ai catechisti della parrocchia
per l’infanzia
Chi è il catechista?
Una volta si
riteneva che il catechista per eccellenza fosse il prete o il religioso (monaco
o monaca, frate o suora) e, in second’ordine, quel laico che ne estendeva in alcuni settori l’azione educatrice
come semplice esecutore, per stato di necessità per così dire, non essendovi
abbastanza preti o religiosi per tutti. In questa prospettiva la catechesi
aveva sostanzialmente due obiettivi: la
trasmissione di certi contenuti, in
primo luogo quello del fondamento sacro dell’autorità del clero e del
correlativo obbligo di acritica obbedienza
alle sue leggi da parte del popolo di fede come condizione per essere
riconosciuti come persone di fede, e poi la familiarizzazione con le prassi
liturgiche, in modo che la gente sapesse stare convenientemente in chiesa. In
questo quadro, secondo un’immagine molto suggestiva che ho trovato espressa da
un autore, il popolo era come attaccato alla gerarchia dall’esterno e si riteneva che le vere esperienze
significative nella fede potessero farsi solo tra preti e religiosi, in
ambienti caratterizzati da una rigida disciplina. Storicamente, fino all’Ottocento,
gran parte delle esperienze religiose significative fatte nella nostra
confessione che non accettarono di farsi irreggimentare nel clero o in un ordine religioso,
ad eccezione del caso delle confraternite costituite localmente per un qualche
pio esercizio o attività caritativa o liturgica particolare, furono condannate e scoraggiate, e addirittura
criminalizzate. Va ricordato che, fino ai primi decenni del Novecento, questo
schema era ideologia normativa nelle nostre collettività religiose: si
prescriveva infatti, che “nella sola
gerarchia risiedono il diritto e l’autorità per muovere e dirigere i membri
verso il fine della società; quanto alla moltitudine non ha altro diritto che
quello di lasciarsi condurre e, docilmente, seguire i suoi pastori”
(citazione dall’enciclica Con forza noi,
diffusa nel 1906 dal papa Giuseppe Sarto). E questo ancora in un’epoca in cui,
appunto agli inizi del Novecento, già da
almeno settant’anni l’imponente sviluppo dell’azione dei laici di fede nelle
società democratiche aveva dimostrato l’importanza di un loro contributo
creativo e originale nell’affermazione sociale dei principi e valori di fede.
Ai tempi nostri,
dopo il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), la prospettiva è molto cambiata. Si è
presa nuovamente coscienza di una
concezione molto antica, vale a dire che la fede non è qualcosa che esiste
indipendentemente dalla situazione storica vissuta in una certa epoca, e questo
anche se ha attraversato molte epoche e si è diffusa in contesti sociali molto
diversi tra loro. Si è quindi molto rivalutato il ruolo dell’esperienza religiosa nella comprensione
e diffusione della fede, rispetto a quello svolto dalla dottrina, che un tempo era al centro dell’impegno catechistico.
Questa oggi è anche la direttiva del magistero in materia di catechesi. Considerate ad esempio questo testo:
[Dal Direttorio generale per la catechesi, diffuso nel 1997 dalla
Congregazione per il clero, un organismo della Curia Vaticana]
La relazione del messaggio cristiano con
l'esperienza umana non è una semplice questione metodologica, ma essa germina
dalla finalità medesima della catechesi, la quale cerca di mettere in comunione
la persona umana con Gesù Cristo. Egli nella sua vita terrena visse pienamente
la sua umanità: « Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha
agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo ». (cita la Costituzione Gioia e Speranza del Concilio
Vaticano 2, n.22) Pertanto, « tutto ciò
che Cristo ha vissuto, egli fa sì che noi possiamo viverlo in lui e che egli lo
viva in noi ». (cita il Catechismo della Chiesa Cattolica, n.521) La catechesi opera per questa identità di
esperienza umana tra Gesù maestro e discepolo e insegna a pensare come Lui,
agire come Lui, amare come Lui. (fa riferimento all’esortazione apostolica La catechesi, del papa Wojtyla, del 1979,
n.20) Vivere la comunione con Cristo è
fare l'esperienza della vita nuova della grazia. (Si riferisce alla Lettera ai Romani 6,4).
Il catechista, nell’epoca contemporanea, è una
persona che svolge un servizio comunitario che consiste nell’accompagnare e aiutare
gli altri a fare un’esperienza della
fede, vista non tanto come “esperienza di
una realtà diversa e particolare, ma piuttosto un modo più profondo di vivere la realtà” (così Emilio
Alberich, La catechesi oggi - manuale di
catechetica fondamentale, Elledici, 2001), fornendo, in particolare, agli
altri il linguaggio religioso per esprimerla. Perché, secondo un’espressione di
J.M. Van der Lans riportata dall’Alberich nell’opera sopra citata: “Chi non ha mai sentito parlare di Dio non
può nemmeno farne l’esperienza”.
Dunque oggi ci si
può trovare davanti a un catechista in persona di figure che un tempo non
sarebbero state considerate tali, perché non
avevano un ruolo sociale corrispondente a quello di un prete o di un religioso. Ad
esempio, ai tempi nostri i genitori vengono considerati come dei catechisti e,
anzi, si dice che la prima catechesi si fa in famiglia e che quest’ultima è Chiesa domestica, il primo nucleo della
collettività santa. Si legge nella costituzione Luce per le genti, dell’ultimo concilio:
[n.11] E infine i coniugi cristiani, in virtù del
sacramento del matrimonio, col quale significano e partecipano il mistero di
unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32),
si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale;
accettando ed educando la prole essi hanno così, nel loro stato di vita e nella
loro funzione, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio [21]. Da questa missione, infatti, procede la famiglia, nella
quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia
dello Spirito Santo diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano
attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa
domestica, i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della fede
e secondare la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale.
In
questo quadro tutta la collettività di
fede è considerata impegnata nella missione catechistica secondo la
prospettiva che dicevo, perché tutta la gente di fede è impegnata a riflettere
religiosamente e collettivamente sul proprio vissuto storico. La vita attuale delle persone di fede, non solo
l’esperienza storica passata delle nostre collettività religiose, la loro tradizione, o quella biblica, è quindi
ritenuta significativa in religione.
La vita
di fede non si svolge in una specie di serra
o bolla di sopravvivenza, separata
dalla storia comune, in un ambiente virtuale, artificiale, come una specie
di esperimento scientifico che possa essere attuato solo separandolo rigorosamente da
influenze esterne. Bisogna invece aiutare le persone a immergere la loro
vita nella fede religiosa per ricavarne
un’esperienza significativa, nel rispetto di un criterio che
viene definito di duplice fedeltà, a
Dio e all’uomo:
La pluralità dei metodi nella catechesi
contemporanea può essere segno di vitalità e di genialità. In tutti i casi,
quel che importa è che il metodo prescelto si riferisca, in definitiva, a una
legge che è fondamentale per tutta la vita della chiesa: quella della fedeltà a
Dio e della fedeltà all'uomo, in uno stesso atteggiamento di amore. [Dall’esortazione apostolica La
catechesi, del papa Wojtyla, del 1979].
Il vostro principale problema è quindi di far
emergere dalla vita concreta dei bambini che vi sono stati affidati un approfondimento religioso della loro
esistenza, dando loro gli strumenti comunicativi per farlo, in particolare
tratti dal linguaggio religioso, verbale e liturgico. In questo modo si pensa
che per loro la fede diventerà un’esperienza significativa, che non abbandoneranno. Ma come potete riuscirci se
vi proponete di separare l’esperienza
del catechismo dalla loro vita concreta, ad esempio il catechismo dall’oratorio?
In questo modo i vostri bambini si abitueranno a pensare che da un lato c’è la religione e dall’altro la vita concreta.
Siccome poi non saranno educati a mettere in comunicazione questi due aspetti,
ad un certo punto, crescendo, e acquistando autonomia dai genitori, e
questo è proprio il lavoro che ci si aspetta da un giovane!, scopriranno
che si può fare a meno della religione e
che non succederà poi questo granché. E invece accadrà che vivranno
superficialmente, e forse solo da anziani, quando si fa il bilancio di una vita
e si è portati ad approfondire, riusciranno a scoprire ciò che hanno
perso, come è accaduto e accade ancora a certi grandi vecchi della nostra società.
E un’ultima considerazione: perché volete tenere i genitori lontani dal
catechismo, loro che sono “i primi catechisti”? Dove va a finire, così, l’alleanza educativa tra famiglia e catechisti? In fondo, non è
questo un altro modo per tenere lontana
dalla vita di fede la vita di tutti i giorni, quella concreta che i vostri
bambini vivono? Pensate che umiliazione enorme è per un genitore essere
tenuto lontano da questa esperienza tanto significativa che i suoi figli stanno facendo. E’ come se gli si dicesse che lui non
è idoneo a formarli alla fede, lui che ve li ha portati! Accogliete invece con gioia i genitori, e
anche i nonni, che vogliono partecipare al catechismo: vedrete che grande aiuto
daranno! E’ proprio l’esperienza che mia madre fece in parrocchia negli anni ’70
del secolo scorso e che produsse una generazione di mamme catechiste, le quali fino ad epoca recente hanno animato ed espresso il
servizio di iniziazione ed educazione alla fede dei bambini della parrocchia.
E ricordate che il lavoro del catechista è
sempre ad ampio raggio, non riguarda solo un particolare segmento di popolazione, in
particolare il gruppetto che gli è specificamente affidato, ma ogni persona con cui entra in contatto,
perché, rifletteteci sopra, ognuno di noi
è coinvolto in una missione che riguarda l’intero genere umano. Ogni persona di fede è, in fondo, catechista globale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli