sabato 16 gennaio 2016

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

  Chi è il catechista?
  Una volta si riteneva che il catechista per eccellenza fosse il prete o il religioso (monaco o monaca, frate o suora) e, in second’ordine, quel laico che ne estendeva in alcuni settori l’azione educatrice come semplice esecutore, per stato di necessità per così dire, non essendovi abbastanza preti o religiosi per tutti. In questa prospettiva la catechesi aveva sostanzialmente due  obiettivi: la trasmissione di certi contenuti, in primo luogo quello del fondamento sacro dell’autorità del clero e del correlativo obbligo di acritica obbedienza alle sue leggi da parte del popolo di fede come condizione per essere riconosciuti come persone di fede, e poi la familiarizzazione con le prassi liturgiche, in modo che la gente sapesse stare convenientemente in chiesa. In questo quadro, secondo un’immagine molto suggestiva che ho trovato espressa da un autore, il popolo era come attaccato  alla gerarchia dall’esterno e  si riteneva che le vere esperienze significative nella fede potessero farsi solo tra preti e religiosi, in ambienti caratterizzati da una rigida disciplina. Storicamente, fino all’Ottocento, gran parte delle esperienze religiose significative fatte nella nostra confessione che non accettarono di farsi irreggimentare nel clero o  in un ordine religioso, ad eccezione del caso delle confraternite costituite localmente per un qualche pio esercizio o attività caritativa o liturgica particolare,  furono condannate e scoraggiate, e addirittura criminalizzate. Va ricordato che, fino ai primi decenni del Novecento, questo schema era ideologia normativa nelle nostre collettività religiose: si prescriveva infatti, che “nella sola gerarchia risiedono il diritto e l’autorità per muovere e dirigere i membri verso il fine della società; quanto alla moltitudine non ha altro diritto che quello di lasciarsi condurre e, docilmente, seguire i suoi pastori” (citazione dall’enciclica Con forza noi, diffusa nel 1906 dal papa Giuseppe Sarto). E questo ancora in un’epoca in cui, appunto agli inizi del Novecento,  già da almeno settant’anni l’imponente sviluppo dell’azione dei laici di fede nelle società democratiche aveva dimostrato l’importanza di un loro contributo creativo e originale nell’affermazione sociale dei principi e valori di fede.
  Ai tempi nostri, dopo il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), la prospettiva è molto cambiata. Si è presa nuovamente coscienza  di una concezione molto antica, vale a dire che la fede non è qualcosa che esiste indipendentemente dalla situazione storica vissuta in una certa epoca, e questo anche se ha attraversato molte epoche e si è diffusa in contesti sociali molto diversi tra loro. Si è quindi molto rivalutato il ruolo dell’esperienza religiosa nella comprensione e diffusione della fede, rispetto a quello svolto dalla dottrina, che un tempo era al centro dell’impegno catechistico. Questa oggi è anche la direttiva del magistero in materia di catechesi. Considerate ad esempio questo testo:
[Dal Direttorio generale per la catechesi, diffuso nel 1997 dalla Congregazione per il clero, un organismo della Curia Vaticana]
La relazione del messaggio cristiano con l'esperienza umana non è una semplice questione metodologica, ma essa germina dalla finalità medesima della catechesi, la quale cerca di mettere in comunione la persona umana con Gesù Cristo. Egli nella sua vita terrena visse pienamente la sua umanità: « Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo ». (cita la Costituzione Gioia e Speranza del Concilio Vaticano 2, n.22) Pertanto, « tutto ciò che Cristo ha vissuto, egli fa sì che noi possiamo viverlo in lui e che egli lo viva in noi ». (cita il Catechismo della Chiesa Cattolica, n.521) La catechesi opera per questa identità di esperienza umana tra Gesù maestro e discepolo e insegna a pensare come Lui, agire come Lui, amare come Lui. (fa riferimento all’esortazione apostolica La catechesi, del papa Wojtyla, del 1979, n.20) Vivere la comunione con Cristo è fare l'esperienza della vita nuova della grazia. (Si riferisce alla Lettera ai Romani 6,4).
 Il catechista, nell’epoca contemporanea, è una persona che svolge un servizio comunitario che consiste nell’accompagnare  e aiutare  gli altri a fare un’esperienza della fede, vista non tanto come “esperienza di una realtà diversa e particolare, ma piuttosto un modo più profondo di vivere la realtà” (così Emilio Alberich, La catechesi oggi - manuale di catechetica fondamentale, Elledici, 2001), fornendo, in particolare, agli altri il linguaggio religioso per esprimerla. Perché, secondo un’espressione di J.M. Van der Lans riportata dall’Alberich nell’opera sopra citata: “Chi non ha mai sentito parlare di Dio non può nemmeno farne l’esperienza”.
  Dunque oggi ci si può trovare davanti a un catechista in persona di figure che un tempo non sarebbero state considerate tali, perché non  avevano un ruolo sociale corrispondente a  quello di un prete o di un religioso. Ad esempio, ai tempi nostri i genitori vengono considerati come dei catechisti e, anzi, si dice che la prima catechesi si fa in famiglia e che quest’ultima è Chiesa domestica, il primo nucleo della collettività santa. Si legge nella costituzione Luce per le genti, dell’ultimo concilio:
[n.11] E infine i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, col quale significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale; accettando ed educando la prole essi hanno così, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio [21]. Da questa missione, infatti, procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della fede e secondare la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale.
   In questo quadro tutta la collettività di fede è considerata impegnata nella missione catechistica secondo la prospettiva che dicevo, perché tutta  la gente di fede è impegnata a riflettere religiosamente e collettivamente sul proprio vissuto storico. La vita attuale delle persone di fede, non solo l’esperienza storica passata delle nostre collettività religiose, la loro tradizione, o quella biblica, è quindi ritenuta significativa in religione.
 La vita di fede non si svolge in una specie di serra o bolla di sopravvivenza, separata dalla storia comune, in  un ambiente virtuale,  artificiale, come una specie di esperimento scientifico che possa essere attuato solo separandolo  rigorosamente da influenze esterne. Bisogna invece aiutare le persone a immergere la loro vita  nella fede religiosa per ricavarne un’esperienza  significativa, nel rispetto di un criterio che viene definito di duplice fedeltà, a Dio e all’uomo:
La pluralità dei metodi nella catechesi contemporanea può essere segno di vitalità e di genialità. In tutti i casi, quel che importa è che il metodo prescelto si riferisca, in definitiva, a una legge che è fondamentale per tutta la vita della chiesa: quella della fedeltà a Dio e della fedeltà all'uomo, in uno stesso atteggiamento di amore. [Dall’esortazione apostolica La catechesi, del papa Wojtyla, del 1979].
  Il vostro principale problema è quindi di far emergere dalla vita concreta dei bambini che vi sono stati affidati un approfondimento religioso della loro esistenza, dando loro gli strumenti comunicativi per farlo, in particolare tratti dal linguaggio religioso, verbale e liturgico. In questo modo si pensa che per loro la fede diventerà un’esperienza significativa, che non abbandoneranno. Ma come potete riuscirci se vi proponete di separare l’esperienza del catechismo dalla loro vita concreta, ad esempio il  catechismo dall’oratorio? In questo modo i vostri bambini si abitueranno a pensare che da un lato  c’è la religione e dall’altro  la vita concreta. Siccome poi non saranno educati a mettere in comunicazione questi due aspetti, ad un certo punto, crescendo, e acquistando autonomia dai genitori,  e questo è proprio il lavoro che ci si aspetta da un giovane!, scopriranno che si può fare a meno della religione e che non succederà poi questo granché.  E invece accadrà che vivranno superficialmente, e forse solo da anziani, quando si fa il bilancio di una vita e si è portati ad approfondire, riusciranno a scoprire ciò che hanno perso, come è accaduto e accade ancora a certi grandi vecchi della nostra società.
  E  un’ultima considerazione: perché volete tenere i genitori lontani dal catechismo, loro che sono “i primi catechisti”? Dove va a finire, così, l’alleanza educativa  tra famiglia e catechisti? In fondo, non è questo un altro modo per tenere lontana dalla vita di fede la vita di tutti i giorni, quella concreta che i vostri bambini vivono? Pensate che umiliazione enorme è per un genitore essere tenuto lontano da questa esperienza tanto significativa che i suoi figli stanno facendo. E’ come se gli si dicesse che lui non è idoneo a formarli alla fede, lui  che ve li ha portati!  Accogliete invece con gioia i genitori, e anche i nonni, che vogliono partecipare al catechismo: vedrete che grande aiuto daranno! E’ proprio l’esperienza che mia madre fece in parrocchia negli anni ’70 del secolo scorso e che produsse una generazione di mamme catechiste, le quali fino ad epoca recente hanno animato ed espresso il servizio di iniziazione ed educazione alla fede dei bambini della parrocchia.
 E ricordate che il lavoro del catechista è sempre  ad ampio raggio, non riguarda solo  un particolare segmento di popolazione, in particolare  il gruppetto  che gli è specificamente affidato, ma ogni persona con cui entra in contatto, perché, rifletteteci sopra, ognuno di noi è coinvolto in una missione che riguarda l’intero genere umano.  Ogni persona di fede è, in fondo, catechista globale.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli