Lettera ai catechisti
della parrocchia per l’infanzia
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| La Stampa, 23.1.16 |
Qui sopra ho incollato l’immagine di un pezzo del giornalista Massimo Gramellini
pubblicato su La Stampa di sabato scorso. Racconta di come la vita di
un uomo adulto sia stata segnata per sempre dalle sofferenze inflitte in
società di bambini e di ragazzi. Si tratta di esperienze che tutti abbiamo
inflitto o subìto e, comunque, osservato, ma che, da adulti, sembriamo spesso
aver intenzionalmente dimenticato,
vale a dire rimosso. “Si era bambini”, si pensa in genere: i
bambini sono fatti così. Ed in effetti è così che ritiene anche M.P. il
protagonista di quella storia. Ecco a che cosa mi sono riferito quando ho
scritto che nelle società dei bambini non c’è redenzione. Aggiungo
però: in genere, non c’è redenzione. In realtà
anche quelle collettività invocano
redenzione e ad esse può effettivamente giungere. Di questo io ho fatto
personale esperienza. Sempre tra gli scout. Tra i quali c’era sicuramente quel
tipo di sofferenza che il giornalista ha evocato, ma si era liberi di provare a
porvi rimedio. Così, dopo averne fatta un po’ di esperienza all’inizio e,
soprattutto, dopo averla osservata, quando sono diventato caposquadriglia ho
cercato di contrastarla e ci sono riuscito. Nella mia squadriglia non ci si sopraffaceva,
non ci si insultava, non ci si umiliava: inizialmente perché così volevo io,
con la mia autorità di capo, poi perché si scopriva che, in questo modo, si
viveva meglio. Allora, quando arrivava un imbranato,
come venivano chiamati i ragazzi un po’ impacciati nei giochi e nelle altre
attività, come spesso sono i ragazzi di città che hanno poche occasioni di fare
esercizio fisico, lo mandavano da me e con i mei funzionava benissimo.
Aveva un base religiosa quello che facevo? In parte sì e in parte no.
Non era cosa che mi avevano insegnato a fare in religione, in particolare a
catechismo. L’esame di coscienza si faceva su altre cose, ma non era un vero
esame di coscienza, perché in questo modo non riguardava veramente il male che
c’era nella mia vita, ma quello che gli adulti supponevano che ci dovesse
essere e che, all’epoca, si pensava dovesse consistere essenzialmente nel
disobbedire ai genitori e nel toccarsi.
I preti quello si aspettavano che noi ragazzi raccontassimo in confessione e quello noi gli dicevamo e
lui ci assolveva. Il vero male però rimaneva fuori. Per molta gente la confessione rimane sempre e soltanto
questo, per tutta la vita. Aggiungono solo la contabilità di tutte le Messe che
hanno saltato. Siccome poi diventa
una cosa senza senso, veramente solo un rito,
come anche la Messa ad un certo punto ed è per questo che non ci si va più,
allora penso, da quello che sento, che si cerchi di occupare il tempo, mentre si
sta in ginocchio davanti al sacerdote, raccontandogli di come gli altri sono stati cattivi con noi e di come noi
abbiamo avuto molti buoni motivi per esserlo con loro. Non è così? I sacerdoti,
poi, se ne lamentano, e hanno ragione a
farlo. Ma allora bisognerebbe impostare diversamente l’educazione religiosa fin
dai più piccoli.
Il
problema è che gli adulti che fanno catechismo ai bambini non conoscono, e non
possono ma anche non vogliono
conoscere, le società dei bambini con tutto quel molto male che c’è, con tutta
la redenzione che invocano. Del resto, secondo ciò di cui ho
fatto esperienza, non hanno in genere gli strumenti e la capacità per
intervenirvi. Non sono bambini, non
vi sono ammessi. Di fronte agli adulti le società dei bambini si chiudono a
riccio e, in questo, mi appaiono simili alle società dei carcerati, in cui vige
il comandamento dell’omertà, che
solitamente è inteso come solidarietà
ma che in realtà implica sottomissione
ad un ordine infero che non accetta di essere posto in discussione. Una società
di bambini può essere redenta solo per mezzo dei bambini. Ma bisogna formarli a
farlo e soprattutto dar loro la fiducia che possa essere fatto. Insomma, bisogna educarli ad essere attivi in questo lavoro. Questo appunto
è ciò che si fa tra gli scout. Ecco perché le esperienze che si fanno tra gli
scout rimangono utili per tutta la vita. Uno scout, a chi lo osserva
superficialmente, appare come una specie di soldatino,
e così volle trasformarlo in regime fascista, ma è tutt’altro: è uno che rende
visibile, attraverso una divisa, il proprio impegno etico forte per quella redenzione di cui dicevo, un lavoro nella società a cui
partecipa per liberarla dal molto male che contiene. E’ uno che non si arrende
a quel male e lo combatte attivamente, in un quadro di servizio, al quale bisogna essere sempre pronti (il motto degli scout). Quando gli scout furono
aboliti dal fascismo, alcuni gruppi continuarono a riunirsi clandestinamente, e
si rischiavano le botte dei fascisti e anche, per gli adulti, l’incriminazione.
Quello lombardo delle Aquile Randagie
organizzò un’attività per far fuggire in Svizzera persone perseguitate dal
fascismo: il suo motto fu sopravvivere un giorno di più del fascismo,
e ci riuscì. Su You Tube potete
vedere la loro storia raccontata in un documentario RAI.
Un bambino diventa attivo se gli si dà modo di
esserlo. Se non lo si fa, si annoia e disturba. Per ciò che ho sperimentato da
bimbo, la dimensione del servizio è
molto importante per coinvolgerlo e appassionarlo. In parrocchia non mi pare
che i bambini abbiano occasione per farne esperienza. E’ perché, in fondo, si
ritiene che la vita dei bambini sia poco importante in religione e che lo
diventi solo dopo, quando cresceranno
e allora si potrà far loro le solite prediche sul quando, con chi, come fare l’amore,
e poco altro, in questo modo finendo col disgustarli definitivamente alla religione.
Perché un bambino dovrebbe interessarsi alla fede se gli si fa capire che essa
non gli serve a nulla nella sua vita di ora?
Ricordo che da bimbo ogni anno equivaleva a un’epoca della mia vita successiva. Di anno in anno si
cambia moltissimo. Quindi si è molto concentrati sulla vita di
ora. E’ ora che bisogna rendere
la vita di un bambino significativa per la fede, in modo che quest’ultima lo
diventi per la sua vita.
Del resto gli specialisti, nell’individuare le
diverse dimensioni in cui si vive la fede religiosa, indicano nella diaconìa, parola greca che significa servizio, un elemento molto importante e
caratterizzante. Si vive la fede divenendo
attivi nella fede. Questa dimensione si collega a quella che in gergo viene
chiamata coinonìa, che anche questo è un termine greco che nell’uso che se ne fa in
religione indica il vivere bene in comunità da amici, per cui quel servizio non solo si fa in una comunità, ma anche costruisce la comunità.
Quindi una strategia educativa molto efficace in religione è quella di
costruire un servizio che i bambini
possano svolgere in modo da coinvolgerli nella comunità parrocchiale. Una volta
questo servizio c’era ed era quello dei ministranti, dei cosiddetti chierichetti. Oggi è una funzione che
non si fa consistere più solo nel servire
Messa ed è bene così. E’ un servizio in senso più ampio. Dà una divisa liturgica che ammette a
frequentare uno spazio liturgico privilegiato, molto vicino al prete, vale a
dire al maestro della fede che abbiamo più vicino. Dà un senso alla propria
frequentazione della parrocchia e un ruolo preciso che permette di essere riconosciuti.
Ricordiamo sempre che la liturgia è un potente fattore di educazione alla fede.
E il chierichetto vi è coinvolto.
Anche se per me l’esperienza da chierichetto
non fu particolarmente
significativa, essenzialmente perché poco legata a un servizio significativo, ma solo al servir Messa, per mio padre
invece, ad esempio, tra i Cappuccini del convento di Modena, certamente lo fu e
lo segnò positivamente per tutta la vita. Lo so perché me ne parlava spesso. E
so che anche per molti altri è stato così.
Congegnare l’educazione religiosa in un servizio può dare al bambino l’opportunità di incidere sul male che
c’è nelle società di bambini in cui vive, per redimerle anche in senso propriamente religioso, e, facendo
tirocinio fin da piccolo di un’esperienza come questa, di imparare a riprodurla in
scala maggiore da ragazzo e da adulto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
