lunedì 25 gennaio 2016

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

Lettera ai catechisti della parrocchia per l’infanzia

La Stampa, 23.1.16


 Qui sopra ho incollato  l’immagine di un  pezzo del giornalista Massimo Gramellini pubblicato su La Stampa  di sabato scorso. Racconta di come la vita di un uomo adulto sia stata segnata per sempre dalle sofferenze inflitte in società di bambini e di ragazzi. Si tratta di esperienze che tutti abbiamo inflitto o subìto e, comunque, osservato, ma che, da adulti, sembriamo spesso aver intenzionalmente dimenticato, vale a dire rimosso. “Si era bambini”, si pensa in genere: i bambini sono fatti così. Ed in effetti è così che ritiene anche M.P. il protagonista di quella storia. Ecco a che cosa mi sono riferito quando ho scritto che  nelle società dei bambini non c’è redenzione. Aggiungo però:  in genere, non c’è redenzione. In realtà anche quelle collettività  invocano redenzione e ad esse può effettivamente giungere. Di questo io ho fatto personale esperienza. Sempre tra gli scout. Tra i quali c’era sicuramente quel tipo di sofferenza che il giornalista ha evocato, ma si era liberi di provare a porvi rimedio. Così, dopo averne fatta un po’ di esperienza all’inizio e, soprattutto, dopo averla osservata, quando sono diventato caposquadriglia ho cercato di contrastarla e ci sono riuscito. Nella mia squadriglia non ci si sopraffaceva, non ci si insultava, non ci si umiliava: inizialmente perché così volevo io, con la mia autorità di capo, poi perché si scopriva che, in questo modo, si viveva meglio. Allora, quando arrivava un imbranato, come venivano chiamati i ragazzi un po’ impacciati nei giochi e nelle altre attività, come spesso sono i ragazzi di città che hanno poche occasioni di fare esercizio fisico, lo mandavano da me e con i mei funzionava benissimo.
  Aveva un base religiosa quello che facevo? In parte sì e in parte no. Non era cosa che mi avevano insegnato a fare in religione, in particolare a catechismo. L’esame di coscienza si faceva su altre cose, ma non era un vero esame di coscienza, perché in questo modo non riguardava veramente il male che c’era nella mia vita, ma quello che gli adulti supponevano che ci dovesse essere e che, all’epoca, si pensava dovesse consistere essenzialmente nel disobbedire ai genitori e nel toccarsi. I preti quello si aspettavano che noi ragazzi raccontassimo in confessione e quello noi gli dicevamo e lui ci assolveva. Il vero male però rimaneva fuori. Per molta gente la confessione rimane sempre e soltanto questo, per tutta la vita. Aggiungono solo la contabilità di tutte le Messe che hanno saltato. Siccome poi diventa una cosa senza senso, veramente solo un rito, come anche la Messa ad un certo punto ed è per questo che non ci si va più, allora penso, da quello che sento, che si cerchi di occupare il tempo, mentre si sta in ginocchio davanti al sacerdote, raccontandogli di come gli altri  sono stati cattivi con noi e di come noi abbiamo avuto molti buoni motivi per esserlo con loro. Non è così? I sacerdoti, poi, se ne lamentano, e hanno ragione  a farlo. Ma allora bisognerebbe impostare diversamente l’educazione religiosa fin dai più piccoli.
  Il problema è che gli adulti che fanno catechismo ai bambini non conoscono, e non possono ma anche non vogliono conoscere, le società dei bambini con tutto quel molto male che c’è, con tutta la redenzione  che invocano. Del resto, secondo ciò di cui ho fatto esperienza, non hanno in genere gli strumenti e la capacità per intervenirvi. Non sono bambini, non vi sono ammessi. Di fronte agli adulti le società dei bambini si chiudono a riccio e, in questo, mi appaiono simili alle società dei carcerati, in cui vige il comandamento dell’omertà, che solitamente è inteso come solidarietà ma che in realtà implica sottomissione ad un ordine infero che non accetta di essere posto in discussione. Una società di bambini può essere redenta solo per mezzo dei bambini. Ma bisogna formarli a farlo e soprattutto dar loro la fiducia che possa essere fatto. Insomma, bisogna educarli ad essere attivi  in questo lavoro. Questo appunto è ciò che si fa tra gli scout. Ecco perché le esperienze che si fanno tra gli scout rimangono utili per tutta la vita. Uno scout, a chi lo osserva superficialmente, appare come una specie di soldatino, e così volle trasformarlo in regime fascista, ma è tutt’altro: è uno che rende visibile, attraverso una divisa, il proprio impegno etico forte per quella redenzione  di cui dicevo, un lavoro nella società a cui partecipa per liberarla dal molto male che contiene. E’ uno che non si arrende a quel male e lo combatte attivamente, in un quadro di servizio, al quale bisogna essere sempre pronti (il motto degli scout). Quando gli scout furono aboliti dal fascismo, alcuni gruppi continuarono a riunirsi clandestinamente, e si rischiavano le botte dei fascisti e anche, per gli adulti, l’incriminazione. Quello lombardo delle Aquile Randagie organizzò un’attività per far fuggire in Svizzera persone perseguitate dal fascismo: il suo motto fu  sopravvivere un giorno di più del fascismo, e ci riuscì. Su You Tube potete vedere la loro storia raccontata in un documentario RAI.
 Un bambino diventa attivo se gli si dà modo di esserlo. Se non lo si fa, si annoia e disturba. Per ciò che ho sperimentato da bimbo, la dimensione del servizio è molto importante per coinvolgerlo e appassionarlo. In parrocchia non mi pare che i bambini abbiano occasione per farne esperienza. E’ perché, in fondo, si ritiene che la vita dei bambini sia poco importante in religione e che lo diventi solo dopo, quando cresceranno e allora si potrà far loro le solite prediche sul quando, con chi, come fare l’amore, e poco altro, in questo modo finendo col disgustarli definitivamente alla religione. Perché un bambino dovrebbe interessarsi alla fede se gli si fa capire che essa non gli serve a nulla nella sua vita di ora?
 Ricordo che da bimbo ogni anno equivaleva a un’epoca  della mia vita successiva. Di anno in anno si cambia moltissimo. Quindi si è molto concentrati sulla vita  di ora. E’ ora che bisogna rendere la vita di un bambino significativa per la fede, in modo che quest’ultima lo diventi per la sua vita.
 Del resto gli specialisti, nell’individuare le diverse dimensioni in cui si vive la fede religiosa, indicano nella  diaconìa, parola greca che significa  servizio, un elemento molto importante e caratterizzante. Si vive la fede divenendo attivi nella fede. Questa dimensione si collega a quella che in gergo viene chiamata  coinonìa, che anche questo  è un termine greco che nell’uso che se ne fa in religione indica il vivere bene in comunità da amici, per cui quel servizio non solo si fa in una comunità, ma anche costruisce  la comunità.
   Quindi una strategia educativa molto efficace in religione è quella di costruire un servizio che i bambini possano svolgere in modo da coinvolgerli nella comunità parrocchiale. Una volta questo servizio c’era ed era quello dei ministranti, dei cosiddetti chierichetti. Oggi è una funzione che non si fa consistere più solo nel servire Messa ed è bene così. E’ un  servizio in senso più ampio. Dà una divisa liturgica che ammette a frequentare uno spazio liturgico privilegiato, molto vicino al prete, vale a dire al maestro della fede che abbiamo più vicino. Dà un senso alla propria frequentazione della parrocchia e un ruolo preciso che permette di essere riconosciuti. Ricordiamo sempre che la liturgia è un potente fattore di educazione alla fede. E il chierichetto  vi è coinvolto.
  Anche se per me l’esperienza da chierichetto  non fu particolarmente significativa, essenzialmente perché poco legata a un servizio significativo, ma solo al servir Messa, per mio padre invece, ad esempio, tra i Cappuccini del convento di Modena, certamente lo fu e lo segnò positivamente per tutta la vita. Lo so perché me ne parlava spesso. E so che anche per molti altri è stato  così.
  Congegnare l’educazione religiosa in un servizio può dare al bambino l’opportunità di incidere sul male che c’è nelle società di bambini in cui vive, per redimerle anche in senso propriamente religioso, e, facendo tirocinio fin da piccolo di un’esperienza come questa, di imparare  a riprodurla in scala maggiore da ragazzo e da adulto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli