Lettera ai catechisti
della parrocchia per l’infanzia
Il libro Pinocchio,
del toscano Carlo Lorenzini Collodi,
pubblicato a fine Ottocento, fornisce un’immagine realistica del mondo dei
bambini. Al centro ha due trasformazioni, da burattino a bambino e viceversa, e
da bambino ad animale e viceversa. Non quella da bambino ad adulto. Ed in
effetti, per un bambino delle elementari, per quello che ricordo di me bambino,
la prospettiva della vita da adulto è veramente molto lontana, quasi irreale.
Sa che questa trasformazione avverrà, perché gliene parlano e la vede anche
attuata intorno a sé, ma non la
sente ancora dentro di lui. Invece è
sua esperienza quotidiana quella di veloci trasformazioni che lo coinvolgono ora, e che sono prodotte dalla e nella sua prima vita in società, fuori della
famiglia. Di esse gli adulti hanno un’idea piuttosto vaga e imprecisa. Per
capirle veramente non hanno necessità di leggere libri, salvo forse un libro
appunto come Pinocchio, ma dovrebbero
fare memoria di loro stessi da bambini. Perché non lo fanno? Ci sono tanti
motivi. Uno di essi è che, a conti fatti, pensano che ciò che è uscito da quei
processi di trasformazione non li soddisfa. Insomma, facendo realisticamente dei bilanci, ciò che in
genere riesce solo nell’intimo della propria coscienza, concludono che il
processo di umanizzazione non è riuscito per quanto li riguarda.
Pinocchio è un libro per adulti che è scritto in un modo
da poter essere inteso anche da bambini. Descrive il molto male che può prodursi nelle società degli umani, anche in quelle dei bambini, e dà indicazioni per
uscirne proponendo un’etica, che è
fondamentalmente quella della compassione e del lavoro. Non è fatto per essere
letto da un bambino delle elementari, ma per essere ascoltato da un bambino di quell’età: in definitiva è fatto per
essere letto da un adulto a un
bambino. E anche per essere spiegato.
Se non lo si spiega al bambino, egli
ne scoprirà il senso nascosto solo da
adulto, come appunto è accaduto a me.
Lorenzini, figlio di due servitori di una casa
nobiliare, studiò da prete, ma in quel libro la religione non c’è. Del resto
poteva apparire irriguardoso metterla dentro un racconto con tanta fantasia,
una fata, un grillo e altri animali parlanti e via dicendo, di prodigio in
prodigio. Ma non credo che ci sia solo questo. In effetti un riferimento alla
vita religiosa c’è: quando Pinocchio-burattino, alla ricerca del padre, lo vede
affondare, lontano in mezzo al mare, su una barchetta e i pescatori, intorno a
lui, raccolti sulla spiaggia “…brontolando
sottovoce una preghiera si mossero per andarsene”. Allora Pinocchio si getta in mare gridando “Voglio salvare il mio babbo!” e, “essendo
tutto di legno, galleggiava facilmente”, tanto che presto fu “a grandissima distanza dalla terra. Alla
fine lo persero d’occhio e non lo videro più. “Povero ragazzo!” - dissero
allora i pescatori che erano raccolti sulla spiaggia; e brontolando sottovoce
una preghiera tornarono alle loro case”.
Pinocchio è anche un libro
di critica sociale, delle società degli adulti e di quelle dei ragazzi. La
convinzione dell’autore, che si dice fosse stato affascinato dall’ideologia del
Mazzini (Giuseppe Mazzini filosofo e politico, fautore di un nazionalismo
democratico, popolare ed europeista di impronta religiosa, 1805-1872), era che
quelle trasformazioni di cui dicevo, il processo di umanizzazione degli esseri umani, richiedono di essere attivi perché producano qualcosa, e soprattutto qualcuno, di positivo. In
questo quadro la religione vissuta nel suo tempo evidentemente non lo
soddisfaceva. Eppure erano anni di grande attivismo sociale dei cattolici
italiani, un movimento che di lì a qualche anno avrebbe trovato espressione
nella prima enciclica sociale dell’età
moderna, quella intitolata Le novità, del papa Vincenzo Pecci,
sovrano religioso con il nome di Leone 13°.
In Pinocchio ci sono la povertà e lo sfruttamento degli esseri umani. Le
istituzioni, a esempio i giudici e i gendarmi non fanno una bella figura. In
società, racconta, si può essere trattati come animali, addirittura mangiati o bruciati per riscaldare altri. Sono gli adulti che, in
generale, appaiono presenze minacciose. Nel libro si racconta anche di un
episodio di bullismo, Pinocchio preso in giro e molestato dai compagni di
classe per come è vestito e che se la
cava solamente a calci e gomitate. “Fatto
sta”, si legge, “che, dopo quel
calcio e quella gomitata, Pinocchio acquistò subito la stima e la simpatia di
tutti i ragazzi della scuola: e tutti gli facevano mille carezze e tutti gli
volevano un bene dell’anima”.
Nel libro, Pinocchio-burattino si umanizza in Pinocchio-bambino, ma non è
solo lui a cambiare, tutto intorno a lui cambia in meglio. La morale è fatta
spiegare da Geppetto, un padre che come in fondo tutti i padri si è limitato
a far iniziare un nuova vita che poi ha dovuto scoprire da sé la via della
propria umanizzazione: “Questo improvviso cambiamento è tutto
merito tuo”. Dunque: cambiare si può,
sé stessi e la società che fa soffrire, ma bisogna essere attivi. E di
certe cose non basta che ce ne parli un qualche grillo parlante, occorre farne esperienza personale, accettando di interagire con una società che può anche
far molto soffrire. Ci vuole coraggio e determinazione.
L’universo di Pinocchio è quasi totalmente
maschile. Non so come il libro venga inteso da una bambina. Io stesso fui
educato da bambino, all’età delle elementari, solo tra maschi. Non avendo
vissuto, da bambino, in società miste di bambini e bambine, salvo che per i
giochi in cortile, dei processi educativi sulle bambine ho solo un’immagine da
adulti, in particolare da genitore di bambine: quel mondo infantile femminile
mi è precluso. All’epoca era così anche tra gli scout, fino al noviziato, all’ultima tappa di quel
percorso di formazione. Ai tempi nostri è invece estremamente importante
formare al rispetto reciproco della dignità dei sessi e questo è ancora tanto
difficile in religione. E' necessario conoscersi meglio e frequentarsi precocemente tra maschi e femmine. Tra noi circolano
ancora molti pregiudizi e cattivi costumi. Si pensa che il processo di
emancipazione femminile in atto dalla metà dell’Ottocento in Europa consista
nel voler essere come gli uomini, e non è così. Si tratta invece di
voler essere, tutti e tutte, migliori,
in un processo di umanizzazione personale
e sociale che richiama quello del Pinocchio-burattino. Spesso, in queste
cose, ci comportiamo ancora come burattini
in mano altrui.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli