Lettera ai catechisti
della parrocchia per l’infanzia
Dalla mia esperienza di bimbo del catechismo
della seconda metà degli scorsi anni Sessanta (è bene sempre precisarlo perché,
in tutti i sensi, i tempi cambiano), ho ricavato la
convinzione che la prima comunicazione sociale
della fede, quella che avviene nelle
prime esperienze fuori della propria famiglia, funziona se avviene in un contesto significativo per la vita attuale di chi frequenta il catechismo e
se permette di essere attivi in un
qualche servizio per la comunità al
di fuori del piccolo gruppo del catechismo. Poi ci vuole una narrazione che consenta a chi impara ad
essere persona di fede di descrivere la propria esperienza e di darle un senso e
questa narrazione deve poter resistere nelle trasformazioni che portano un bambino a
diventare un adulto: deve essere qualcosa come un libro per adulti che possa essere inteso anche da un bambino. Un
libro, però, che non è fatto tanto per essere
letto da un bambino, ma ascoltato, letto ad alta voce e spiegato da un adulto.
Crescendo se ne scoprono sempre nuovi sensi e insegnamenti, adatti alle diverse
età della vita e si impara anche a
leggerlo, anche se l’esigenza di ascoltarlo, letto ad alta voce e spiegato da
altri, non viene mai meno. Una narrazione così noi ce l’abbiamo, in religione, e
sono i nostri testi sacri. Ma non sono una lettura facile, nemmeno per adulti
che ne abbiano acquisito una certa familiarizzazione. Storicamente derivano da
diverse antiche tradizioni che si sono formate in culture molto distanti, in
tutti i sensi dalla nostra. In molti casi esse appaiono contrastanti, hanno tramandato cose diverse le une dalle altre. E in molti altri non si ha certezza del testo stesso e del significato delle parole che lo compongono. Dall’antichità
ci sono giunti moltissimi testimoni del
testo, antichi manoscritti che provengono da diverse aree culturali e che
ci rimandano molte varianti dei testi. L’esigenza di una sempre migliore
sistemazione e comprensione dei testi spiega le tante traduzioni che se ne sono
fatte e questo anche recentemente, nelle nostre collettività di fede nazionali,
per cui la traduzione ufficiale del ’74 ad un certo punto non soddisfaceva più
e se ne è fatta un’altra diffusa nel 2008.
La conoscenza approfondita dei testi sacri è questione da eruditi, ma
non bisogna scoraggiarsi. Noi abbiamo
bisogno di una narrazione della fede
ed è in quei testi che la dobbiamo trovare, quindi essi devono rimanere tra le
nostre mani. Si deve però avere consapevolezza che i traguardi di comprensione
che individualmente possiamo raggiungere possono sempre essere superati: la
consuetudine con i testi sacri riserva sempre molte sorprese.
Il lavoro di un catechista per l’infanzia è quello di trasmettere ai
bambini un narrazione biblica che sia
significativa per la loro vita di ora e che possa rimanerlo anche per la
vita che avranno e faranno crescendo.
Il primo ostacolo da superare è quello di far
capire la differenza tra un testo sacro e, poniamo, un libro di narrazione a
forte contenuto etico come Pinocchio.
I testi sacri riflettono esperienza storiche, quindi vera vita vissuta, non sono solo dei paradigmi o parabole per orientare la nostra vita di
ora, anche se, come sappiamo, contengono anche parabole e altri racconti immaginari edificanti, che però scaturiscono da vite vissute. La difficoltà è di
spiegare come vite vissute in tempi tanto lontani possano rimanere significative anche per le nostre vite di ora.
Quando ero bambino, alle scuole elementari si insegnavano rudimenti di storia,
oggi mi dicono che non si fa più. Diventa più difficile far capire il senso di
un processo storico, per cui l’umanità non è stata sempre la stessa pur avendo tramandato, trasformandole di generazione in generazione, le proprie culture, intese come complesso di concezioni di vita e costumi
sociali, e con esse anche le fedi religiose. Ma anche negli anni Sessanta per
me bambino era difficile immaginarlo.
Di fatto mi pare che nei costumi catechistici si tenda semplicemente ad annullare il divario storico, in ciò agevolati dal fatto
che abbiamo tra le mani traduzioni dei testi sacri sempre rinnovate, di modo
che gli antichi, quale anche il
Fondatore volle essere, sembrano parlare la nostra lingua di oggi. Il nostro
Primo Maestro e i primi suoi seguaci, invece, parlavano correntemente una lingua che appartiene alla
stessa famiglia dell’ebraico e dell’arabo
e suona piuttosto simile a loro, ma veramente molto diversa dalla nostra. In
questo modo però si rischia che i testi sacri più utilizzati per l’educazione
dei bambini finiscano per pinocchieggiare,
compongano una immaginifica versione a sfondo genericamente etico che viene
utilizzata al modo del libro di Pinocchio
del Lorenzini. E viene sempre ricordato, di solito, che Pinocchio è uno dei libri che nel mondo è stato più tradotto, dopo
la Bibbia. Questo pinocchieggiamento biblico ha molte controindicazioni, anche se
nell’immediato può agevolare il passaggio di certe narrazioni nelle varie fasi
della crescita di una persona, dal bambino all’adulto, in un processo che
grosso modo va dai cinque ai venticinque anni. Il problema più grosso è che, a
fini didattici, elimina la complessità,
che è il dato più evidente che emerge dalla storia degli esseri umani, e quindi
tende a scoraggiare l’approfondimento. Se però certi temi non si
approfondiscono, nella fede, finiscono per diventare poco significativi per la
vita delle persone. Quindi poi certe narrazioni vengono abbandonate, come si fa
appunto con il libro Pinocchio, per chi naturalmente non riesca ad approfondire
quel testo ricavandone sensi anche per la vita di adulto, che sicuramente vi
sono, perché, come ho scritto ieri, è un libro per adulti che può essere inteso
anche dai bambini.
Per superare questi problemi potremmo trarre spunti dall’educazione alla
fede che si fa ancora oggi tra gli ebrei, in cui il senso della storia e della
complessità è molto presente. Lì lo studio
dei testi sacri è concepito come un dialogo tra tanti maestri che, approfondendo, si parlano attraverso i secoli, e anche spesso
si contraddicono. Poi ci sono tanti principianti alla loro scuola. Ci sono
anche in quell’esperienza di fede scritti divulgativi ed edificanti, ma viene
sempre mantenuta la consapevolezza che c’è molto altro, che solo in una
pervicace ricerca e consuetudine si può
arrivare a intravedere. Un lavoro collettivo che si sviluppa nei secoli e che
arriva fino ad oggi, senza essere concluso.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli