Lettera
ai catechisti della parrocchia
La catechesi come oggi la si intende e la si
pratica risale fondamentalmente agli inizi dell’Ottocento, quando le masse
europee, e quelle dei paesi di colonizzazione europea, acquistarono nuovi spazi
di libertà dai sovrani assoluti che nei millenni precedenti le avevano dominate
e quindi si avvertì l’esigenza di acquisirne una consapevole e volontaria sottomissione, quest’ultima non potendo
più darsi per scontata. Alle origini, quindi, la catechesi moderna ebbe una
valenza fortemente reazionaria e il suo primo nemico fu il liberalismo. Ad
esso, in Italia, si aggiunse il nazionalismo unitario, in particolare l’ideologia
del Mazzini (Giuseppe Mazzini,1805-1872: fautore di una rivoluzione democratica
e nazionalista a livello europeo basata sull’ideale religioso “Dio e popolo”), poi il socialismo e, dagli inizi del
Novecento, la democrazia di popolo, quindi, in definitiva, semplicemente la democrazia. Non si riusciva ad accettare, da
parte dei nostri capi religiosi, che la gente potesse essere qualcosa di più di
docile gregge, oggetto di autorità di pastori capi assoluti, sia in ambito religioso che in
quello politico. La materia del contendere era, come si capisce, essenzialmente
politica e riguardava la libertà, in tutte le sue manifestazioni, individuali e
collettive. Detto questo, ne consegue che è del tutto vano cercare di prendere
a modello, per la vostra catechesi, esperienze che risalgano a prima dell’Ottocento,
in particolare quelle, delle quali abbiamo notizie piuttosto vaghe, delle prime
nostre collettività di fede delle origini.
L’ideologia politica dei nostri capi religiosi mutò lentamente in un processo
storico che va dal 1944, anno in cui in un radiomessaggio natalizio del papa
Eugenio Pacelli si prese atto del grande valore della democrazia, al 1991,
in cui nell’enciclica Il Centenario del papa Karol Wojtyla si
affermò che quello democratico è il
regime politico preferibile in quanto rispondente alla dignità anche religiosa
della persona umana. Al centro di questo processo vi è il Concilio Vaticano 2°
(1962-1965), nel quale si affermò che la
libertà è questione rilevante per l’affermazione della dignità della persona
umana. Questo sviluppo storico non si deve principalmente alla nostra
gerarchia del clero, ma essenzialmente a movimenti di laici che agirono
creativamente nelle società del loro tempo e, insieme, nelle nostre
collettività religiose. Essi hanno avuto un ruolo essenziale nella costruzione
della nuova democrazia italiana, dopo la caduta del regime fascista, e della
nostra nuova Europa, la cui costituzione è fortemente permeata di valori religiosi.
L’obiettivo di trasformare la società secondo
valori è in particolare la missione propria, anche se
non esclusiva, dei laici. Lo si è deciso con forza di legge, e di legge
fondamentale della nostra collettività religiosa, nel corso del Concilio
Vaticano 2°, nella costituzione dogmatica
Luce
per le genti:
Natura e missione dei laici
31. Col nome di laici si
intende qui l'insieme dei cristiani ad esclusione dei membri dell'ordine sacro
e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere
stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio e, nella
loro misura, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di
Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione
propria di tutto il popolo cristiano.
Il carattere secolare è
proprio e peculiare dei laici. Infatti, i membri dell'ordine sacro, sebbene
talora possano essere impegnati nelle cose del secolo, anche esercitando una
professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono destinati
principalmente e propriamente al sacro ministero, mentre i religiosi col loro
stato testimoniano in modo splendido ed esimio che il mondo non può essere
trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini. Per loro vocazione è proprio dei laici
cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio.
Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo
e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro
esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla
santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello
spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri
principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della
loro fede, della loro speranza e carità. A
loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose
temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e
crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore.
La catechesi dovrebbe formare persone in
grado di svolgere quel compito nella società, e non solo da laici, ma anche da
preti e religiosi.
In Italia preti e religiosi sono stati
protagonisti di quel processo di cui ho scritto.
Ma c’è di più.
Nel corso del Concilio Vaticano 2° si è
progettato un nuovo modello di collettività religiosa, più partecipato dalla gente, non
centrato sull’esercizio di un potere
sacro. Oggi si riesce a parlare francamente di riforma, parola che a lungo
fu vista con sospetto in ambito religioso: negli anni Sessanta si cominciò
cautamente a parlare di aggiornamento e poi, nel decennio successivo, di rinnovamento. E’ appunto agli anni
Settanta che risale il progetto di rinnovamento
della catechesi che ha coinvolto
anche le nostre collettività religiose nazionali.
Si è quindi arrivati a dire:
Nella sua funzione profetica e nella
situazione attuale della realtà ecclesiale, la catechesi deve promuovere, non
soltanto un nuovo modello di cristiano, ma anche un modello rinnovato di
Chiesa. Per sua natura la catechesi
è un fattore di rinnovamento della comunità ecclesiale. [così Emilio Alberich, La catechesi oggi - manuale di catechetica
fondamentale, Elledici, 2001].
A volte, però, ancora sopravvive la vecchia
concezione che vedeva nella catechesi essenzialmente un presidio per preservare
il popolo dai cattivi influssi della società intorno, in particolare da tutto
ciò che aveva a che fare con la libertà.
Invece oggi la libertà va insegnata, anche in religione, perché è proprio in un
contesto di libertà che nel mondo di oggi vanno costruite società informate ai
valori della nostra fede. Se ne deve fare esperienza e tirocinio, innanzi tutto
nel dialogo con gli altri e nell’accettazione della dignità altrui, per cui si
rinuncia a sopraffarli in qualsiasi
modo ciò possa avvenire, con la forza dell’autorità o del numero, colpendoli
con una qualche condanna sociale a prescindere dal valore di ciò che fanno e
via dicendo.
Come si può fare questo trattando con dei
bambini?
Si può fare e anzi si deve fare.
Tutto ciò che c’è nel mondo degli adulti c’è
anche, a ben vedere, ma in embrione, anche nel mondo dei bambini. Come la fede
è rilevante nel mondo degli adulti lo è anche nel mondo dei bambini. Bisogna
aiutare i bambini a prenderne consapevolezza, in modo che poi, crescendo,
continuino a farlo anche da adulti.
Come si gioca da bambini non è irrilevante per
la fede, perché, come ho scritto altre volte,
il gioco per i bambini è molto più di un passatempo, è tirocinio della vita
vera. Insegnando ai bambini a giocare li si può iniziare a quel lavoro sui
valori nella libertà di cui dicevo. Ecco dunque che l’oratorio è una parte
molto importante della catechesi, perché è l’occasione di fare tirocinio di tutto
questo.
I bambini di città, e particolarmente quelli
dei quartiere cittadini più degradati, ci appaiono più irrequieti perché hanno
poche occasioni di fare tirocinio di vita collettiva e, in certe realtà brutte,
hanno occasione di fare solo tirocinio di sopraffazione. Nel nostro quartiere,
alla Valli, la vita di un bimbo è piuttosto segregata. La vita gli arriva
attraverso la televisione, i videogiochi (in genere piuttosto violenti) e le
immagini che scorrono sui loro smart-phone.
E’ per molti versi una vita di sogno, con scarsi riferimenti alla realtà: non è
veramente vita vissuta. E’ chiaro che su questa base la fede, che
invece è vita vissuta quando non si limita ad essere solo narrata e allora entra da un orecchio ed
esce dall’altro, ha poca e insicura presa. Ecco allora che uno dei principali
obiettivi è di trasformarla in vita
vissuta.
Le esperienze di vita vissuta che si fanno
nell’età delle elementari segnano profondamente la persona. Certe amicizie
sopravvivono anche da adulti. Ciascuno di noi sa la forte esperienza emotiva di
quando, da adulti, si incontra nuovamente un compagno di scuola delle
elementari. In genere è come incontrare un fratello. Non è così? Su questa base di vita vissuta da bambino si può poi costruire anche nell’adulto.
Ce lo confermano gli psicologi, gli antropologi e i sociologi. Tenetene conto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli