martedì 19 gennaio 2016

Lettera ai catechisti della parrocchia

Lettera ai catechisti della parrocchia

  La catechesi come oggi la si intende e la si pratica risale fondamentalmente agli inizi dell’Ottocento, quando le masse europee, e quelle dei paesi di colonizzazione europea, acquistarono nuovi spazi di libertà dai sovrani assoluti che nei millenni precedenti le avevano dominate e quindi si avvertì l’esigenza di acquisirne una consapevole e volontaria sottomissione, quest’ultima non potendo più darsi per scontata. Alle origini, quindi, la catechesi moderna ebbe una valenza fortemente reazionaria e il suo primo nemico fu il liberalismo. Ad esso, in Italia, si aggiunse il nazionalismo unitario, in particolare l’ideologia del Mazzini (Giuseppe Mazzini,1805-1872: fautore di una rivoluzione democratica e nazionalista a livello europeo basata sull’ideale religioso “Dio e popolo”), poi il socialismo e, dagli inizi del Novecento, la democrazia di popolo, quindi, in definitiva, semplicemente la  democrazia. Non si riusciva ad accettare, da parte dei nostri capi religiosi, che la gente potesse essere qualcosa di più di docile  gregge, oggetto di autorità di pastori  capi assoluti, sia in ambito religioso che in quello politico. La materia del contendere era, come si capisce, essenzialmente  politica e riguardava la libertà, in tutte le sue manifestazioni, individuali e collettive. Detto questo, ne consegue che è del tutto vano cercare di prendere a modello, per la vostra catechesi, esperienze che risalgano a prima dell’Ottocento, in particolare quelle, delle quali abbiamo notizie piuttosto vaghe, delle prime nostre collettività di fede delle origini.
  L’ideologia politica dei nostri capi religiosi mutò lentamente in un processo storico che va dal 1944, anno in cui in un radiomessaggio natalizio del papa Eugenio Pacelli si prese atto  del grande valore della democrazia, al 1991, in cui nell’enciclica  Il Centenario del papa Karol Wojtyla si affermò che quello democratico  è il regime politico preferibile in quanto rispondente alla dignità anche religiosa della persona umana. Al centro di questo processo vi è il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), nel quale si affermò che la libertà è questione rilevante per l’affermazione della dignità della persona umana. Questo sviluppo storico non si deve principalmente alla nostra gerarchia del clero, ma essenzialmente a movimenti di laici che agirono creativamente nelle società del loro tempo e, insieme, nelle nostre collettività religiose. Essi hanno avuto un ruolo essenziale nella costruzione della nuova democrazia italiana, dopo la caduta del regime fascista, e della nostra nuova Europa, la cui costituzione  è fortemente permeata di valori religiosi.
  L’obiettivo di trasformare la società secondo valori  è in particolare la missione  propria, anche se non esclusiva, dei laici. Lo si è deciso con forza di legge, e di legge fondamentale della nostra collettività religiosa, nel corso del Concilio Vaticano 2°, nella costituzione dogmatica  Luce per le genti:
Natura e missione dei laici
31. Col nome di laici si intende qui l'insieme dei cristiani ad esclusione dei membri dell'ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio e, nella loro misura, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano.
Il carattere secolare è proprio e peculiare dei laici. Infatti, i membri dell'ordine sacro, sebbene talora possano essere impegnati nelle cose del secolo, anche esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono destinati principalmente e propriamente al sacro ministero, mentre i religiosi col loro stato testimoniano in modo splendido ed esimio che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini. Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore.
  La catechesi dovrebbe formare persone in grado di svolgere quel compito nella società, e non solo da laici, ma anche da preti e religiosi.
  In Italia preti e religiosi sono stati protagonisti di quel processo di cui ho scritto.
  Ma c’è di più.
  Nel corso del Concilio Vaticano 2° si è progettato un nuovo modello di collettività religiosa, più partecipato  dalla gente, non centrato sull’esercizio di un potere sacro. Oggi si riesce a parlare francamente di  riforma, parola che a lungo fu vista con sospetto in ambito religioso: negli anni Sessanta si cominciò cautamente a parlare di aggiornamento  e poi, nel decennio successivo, di  rinnovamento. E’ appunto agli anni Settanta che risale il progetto di rinnovamento della catechesi  che ha coinvolto anche le nostre collettività religiose nazionali.
 Si è quindi arrivati a dire:
Nella sua funzione profetica e nella situazione attuale della realtà ecclesiale, la catechesi deve promuovere, non soltanto un nuovo modello di cristiano, ma anche un modello rinnovato di Chiesa.  Per sua natura la catechesi è un fattore di rinnovamento della comunità ecclesiale. [così Emilio Alberich, La catechesi oggi - manuale di catechetica fondamentale, Elledici, 2001].
 A volte, però, ancora sopravvive la vecchia concezione che vedeva nella catechesi essenzialmente un presidio per preservare il popolo dai cattivi influssi della società intorno, in particolare da tutto ciò che aveva a che fare con la libertà. Invece oggi la libertà va insegnata, anche in religione, perché è proprio in un contesto di libertà che nel mondo di oggi vanno costruite società informate ai valori della nostra fede. Se ne deve fare esperienza e tirocinio, innanzi tutto nel dialogo con gli altri e nell’accettazione della dignità altrui, per cui si rinuncia a sopraffarli in qualsiasi modo ciò possa avvenire, con la forza dell’autorità o del numero, colpendoli con una qualche condanna sociale a prescindere dal valore di ciò che fanno e via dicendo.
 Come si può fare questo trattando con dei bambini?
 Si può fare e anzi  si deve fare.
 Tutto ciò che c’è nel mondo degli adulti c’è anche, a ben vedere, ma in embrione, anche nel mondo dei bambini. Come la fede è rilevante nel mondo degli adulti lo è anche nel mondo dei bambini. Bisogna aiutare i bambini a prenderne consapevolezza, in modo che poi, crescendo, continuino a farlo anche da adulti.
 Come  si gioca da bambini non è irrilevante per la fede, perché, come ho scritto altre volte, il gioco per i bambini è molto più di un passatempo, è tirocinio della vita vera. Insegnando ai bambini a giocare li si può iniziare a quel lavoro sui valori nella libertà di cui dicevo. Ecco dunque che l’oratorio è una parte molto importante della catechesi, perché  è l’occasione di fare tirocinio di tutto questo.
  I bambini di città, e particolarmente quelli dei quartiere cittadini più degradati, ci appaiono più irrequieti perché hanno poche occasioni di fare tirocinio di vita collettiva e, in certe realtà brutte, hanno occasione di fare solo tirocinio di sopraffazione. Nel nostro quartiere, alla Valli, la vita di un bimbo è piuttosto segregata. La vita gli arriva attraverso la televisione, i videogiochi (in genere piuttosto violenti) e le immagini che scorrono sui loro smart-phone. E’ per molti versi una vita di sogno, con scarsi riferimenti alla realtà: non è veramente vita vissuta.  E’ chiaro che su questa base la fede, che invece è vita vissuta  quando non si limita ad essere solo narrata e allora entra da un orecchio ed esce dall’altro, ha poca e insicura presa. Ecco allora che uno dei principali obiettivi è di trasformarla in vita vissuta.
 Le esperienze di vita vissuta  che si fanno nell’età delle elementari segnano profondamente la persona. Certe amicizie sopravvivono anche da adulti. Ciascuno di noi sa la forte esperienza emotiva di quando, da adulti, si incontra nuovamente un compagno di scuola delle elementari. In genere è come incontrare un fratello. Non  è così? Su questa base di vita vissuta  da bambino si può poi costruire anche nell’adulto. Ce lo confermano gli psicologi, gli antropologi e i sociologi. Tenetene conto.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli