Superare l’inimicizia
1. In parrocchia stiamo vivendo una stagione di
cambiamenti piuttosto accentuati, nel mentre nelle nostre collettività
religiose, a livello nazionale, sono stati ripresi alcuni processi di riforma,
piuttosto contrastati, anche se non in maniera plateale.
Il cambiamento riguarda in particolare l’impostazione neocatecumenale che era stata data alla
parrocchia. Questo mette in questione le relazioni con coloro che l’hanno
seguita.
La nostra religione è basata sull’idea di amicizia, solidarietà e
misericordia, ma ci è sempre riuscito piuttosto difficile praticare gli ideali
proclamati. Lo è ancora.
Non abbiamo un paradigma democratico di convivenza dei diversi. Di
solito si va per esclusione. Chi perde se ne va o, se resta, rimane in silenzio
ed è umiliato.
Si sostiene che le nostre collettività religiose non sono delle democrazie: ecco, nella capacità di far convivere
chi la pensa diversamente, dovrebbero proprio esserlo. Non c’è motivo per
essere orgogliosi che ancora non lo siano.
La democrazia, nella sua versione di popolo
contemporanea, è una grande conquista culturale dell’umanità, ai pari dei
progressi nella scienza e nella tecnica. Rifiutare la democrazia è come
rifiutare gli antibiotici. Chi lo farebbe? Eppure la democrazia in genere è
rifiutata tra noi, in religione. E allora la pace è sempre precaria tra noi.
Democrazia non è, nell’ideologia
contemporanea, solo un modo di prendere decisioni collettive secondo un
principio maggioritario. E’, innanzi tutto, un sistema di valori che si basa
sull’uguaglianza in dignità sociale, per cui su certi argomenti, ad esempio
sulla pari dignità sociale, non si vota: sono alla base della convivenza
civile.
Dicono che il popolo ha il senso della fede e che, al dunque, non
può veramente sbagliare. Questo è alla base della grande considerazione che si
dà alla tradizione, che riteniamo tanto più autorevole quanto più antica, vasta
e costante nel tempo. Ma poi vediamo che all’opinione del popolo si è data, e
ancora si dà, poca importanza. Così, quando parliamo di tradizione, tendiamo a considerare una tradizione d’imperio, basata su ciò che fin dai tempi antichi, più
o meno dovunque e costantemente si è riusciti a imporre alla gente, con le
buone o con le cattive. Fino a tempi molto recenti si è escluso dalla tradizione tutto ciò che d’autorità era stato cacciato fuori delle nostre collettività religiose, considerandolo espressione
d’eresia. Si tratta quindi di una tradizione
che possiamo considerare basata su una serie di esclusioni, attuate mediante
scomuniche, per cui si sono fatti fuori, prima ideologicamente e poi, fino all’Ottocento
(l’epoca in cui si svilupparono le democrazie contemporanee), anche per vie di fatto, i dissenzienti e, in
genere, quelli che non si conformavano a un certo modello imposto d’autorità. E
in questo si è stati piuttosto pignoli, minuziosi, arruolando schiere di
specialisti teologici per marcare, e innanzi tutto scoprire, le più piccole
differenze, le più minute anomalie di pensiero e di azione.
2. Per aprirci al quartiere
dobbiamo rifondare il pluralismo tra noi, in parrocchia, accettando gente che
la pensa in modo diverso su diversi temi. Non è un dramma. Non è un’eresia.
Possiamo affrontare questo lavoro nella sicurezza della sua piena ortodossia.
Ieri ho riportato un brano della Costituzione Luce per le genti del Concilio Vaticano
2°, che ci autorizza a procedere:
[dal n.45 ] Per lo più sarà
la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe
circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli altrettanto
sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione,
come succede abbastanza spesso e legittimamente.
Ché se le soluzioni proposte da un lato o
dall'altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti
collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno
ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione
l'autorità della Chiesa.
Invece cerchino sempre di illuminarsi
vicendevolmente attraverso un dialogo sincero, mantenendo sempre la mutua
carità e avendo cura in primo luogo del bene comune.
Considerate che si tratta solo di convivere in una parrocchia, in una
realtà locale: non è che si debba decidere sui fondamenti della nostra fede. Si
tratta solo di programmare delle attività a cui tutti possano partecipare,
qualunque tipo di spiritualità seguano.
Ma come fare con quelli che hanno fatto della proprio della separatezza
una nota distintiva del loro modo di vivere la fede, nella convinzione che la
cultura di oggi sia tutta pervertita e tutta espressione di un male sociale,
irreligiosa e anzi programmaticamente atea? Con coloro che hanno costituito
comunità molto calde al loro interno,
caratterizzate quindi da un forte
solidarietà interna, che ha anche un profilo propriamente economico, di
condivisione delle risorse individuali, per cui ci si aiuta conferendo una
quota sostanziosa dei propri proventi, e che quindi danno tutto, ma veramente
tutto, ciò che occorre per sentirsi al sicuro. Comunità che, a chi sta fuori,
appaiono chiuse, perché
caratterizzate da impegni esclusivi, preferenziali, di gruppo, molto onerosi e
presidiati da una gerarchia alla quale vengono riconosciuti poteri molto penetranti,
e innanzi tutto quello di scrutinare chi è
dentro e chi è
fuori.
E qui prescindo del tutto dal
dare un giudizio sulla spiritualità di quelle comunità, non mi interessa farlo.
Come principio ritengo che ognuno abbia diritto di organizzare la propria
spiritualità secondo le sue particolari esigenze di fede, che sempre sono un
modo di risolvere problemi che la vita sociale pone alla religiosità. Nella
nostra confessione abbiamo un’organizzazione di maestri della fede che si
occupa di confermare la gente nella
sua spiritualità e questo è il solo vaglio che ritengo legittimo e quelle
comunità l’hanno superato. Questo mi basta. Non è obbligatorio aderirvi, e
questo deve essere sempre molto chiaro, perché ci sono altre vie valide di
spiritualità, ma lo si può fare tranquillamente, serenamente, ricavandone anche
molto bene.
3. Tuttavia, non avendo pratica
di democrazia, e in fondo diffidandone, ora che si tratta di ripristinare il
pluralismo in parrocchia, che è il presupposto per renderla accogliente per le
quindicimila persone di fede delle Valli, e non solo per i circa settecento che
ora l’abitano più o meno assiduamente, o con i circa quattrocento che ne sono
gli inquilini abituali, ci è difficile pensare a forme di convivenza tra noi
che comportino anche una reale collaborazione
tra persone che seguono differenti
vie di spiritualità, ad esempio tra una persona fortemente impegnata nel cammino neocatecumenale e una persona
come me, formatasi fin da piccola in un ambiente cattolico-democratico e da esso altrettanto fortemente improntata.
In religione, purtroppo, abbiamo pochi esempi validi a cui riferirci ed
essi sono stati in genere praticati in ambienti piuttosto ristretti. La
tolleranza democratica non è divenuta mai un fenomeno di massa nella nostra confessione religiosa.
La nostra bimillenaria storia collettiva di fede è, purtroppo, tremenda
in questo. Per differenze di spiritualità si è arrivati a massacrarsi.
E nella nostra confessione in genere non si è
riusciti neanche a vivere serenamente il processo ecumenico, per cui, mentre le altre confessioni della nostra fede
si sono integrate più profondamente tra loro, noi rimaniamo effettivamente fratelli separati e di solito pensiamo
che l’ecumenismo sia questione per specialisti teologi, anche se i nostri
teologi, formati per cogliere le minime differenze ideologiche, non riescono
veramente a promuovere l’unità, pur intuendola e anelandola.
E qui da noi in parrocchia, ad esempio tra i cattolici-democratici e i neocatecumenali, è proprio un processo ecumenico che si tratta di indurre, per cui ci si
avvicina, ci si conosce, ci si confronta, si dialoga, e si comincia a pregare insieme e, così, conoscendosi
meglio e pregando insieme, anche a stimarsi e a imparare gli uni dagli altri,
e, innanzi tutto, a non diffidare e temere degli altri.
Se si otterrà un risultato positivo, questo
avrà un grandissimo valore, sarà una sperimentazione che porterà alla
costruzione di un modello su cui poi i
teologi potranno ragionare, partendo da ciò che si è realizzato sul campo, sul
bene che si sarà riusciti a produrre.
Da dove partire però?
Ognuno di noi, io e loro, ha dei preconcetti, dei pregiudizi, delle
precomprensioni sugli altri.
Io direi che un buon inizio potrebbe essere quello di ascoltare molto, vale a dire la via che il
celebrante della messa delle otto di ieri ha indicato come quella seguita dal Fondatore
nei primi trent’anni della sua vita.
Non cominciamo subito a sbranarci
(ideologicamente) a vicenda. Cominciamo
con l’ascoltarci e con il pregare.
Vediamo che ne esce.
Da quello che ho scritto capite che non ho la soluzione. Mi limito a
invocarla secondo la nostra fede comune. Signore
dacci la pace, facci fare pace, fa di noi strumenti della tua pace!
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa -
Roma, Monte Sacro, Valli