Perché
la parrocchia? Come la parrocchia? - 1 -
Voglio proporvi una serie di riflessioni
sulla parrocchia come istituzione religiosa, come società religiosa, come
comunità religiosa, come luogo per sviluppare la fede in una dimensione
collettiva, come ambiente per diffondere la fede nella società del nostro
tempo, come snodo di mediazione culturale tra la fede vissuta e le culture del
nostro tempo, dove si produca un interscambio tra la dimensione religiosa e
quella di quelle culture e, infine, come forza di trasformazione della società
per promuovere in essa i valori di fede. Tutto questo è stato e può essere la
parrocchia. Si fa riferimento ad una medesima realtà, sembra a prima vista che
si usino dei sinonimi, dei modi di dire che indicano la stessa cosa, ma,
approfondendo, capiamo che si tratta di dimensioni diverse, che possono
manifestarsi nella parrocchia, ma che corrispondono a diversi modi di essere e
di operare.
Come ho ricordato giorni fa, è stato osservato che la parrocchia ha una grande plasticità,
quindi che può essere modellata in forme diverse a seconda delle esigenze della
gente che l’abita e dei problemi della sua epoca.
Ecco come la descrive il nostro vescovo e
padre universale nella sua esortazione
apostolica La gioia del Vangelo, del 2013:
“28. La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una
grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità
e la creatività missionaria del pastore e della comunità. Sebbene certamente
non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e
adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue
figlie» [cita l’esortazione
apostolica del suo predecessore
Wojtyla, I fedeli cristiani laici,
del 1988]. Questo suppone che realmente stia in
contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura
prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi.
La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della
Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della
carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione. Attraverso tutte le sue attività, la
parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti
dell’evangelizzazione. È comunità
di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a
camminare, e centro di costante invio missionario. Però dobbiamo riconoscere
che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora
dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano
ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente
verso la missione.”
Ci si aspetterebbe dunque di
trovare attuati vari modelli di parrocchia, a seconda della popolazione che l’abita
e secondo il procedere dei tempi, ma questa non è la mia esperienza: in realtà,
nelle varie parrocchie in cui sono stato inserito nella mia vita, ho visto
sostanzialmente replicare, in un lungo arco di tempo in cui mi è stato dato di
osservarle, il medesimo modello, centrato sull’aspetto istituzionale. Questo
significa che esso era costruito intorno all’ufficio del parroco, inteso come
pubblico funzionario, nell’ordinamento canonico, quello espresso dal diritto della
nostra confessione religiosa, ma anche secondo l’ordinamento civile per ciò che
concerne le questioni matrimoniali.
Inoltre
non mi è stato dato di constatare grande
plasticità nelle parrocchie che ho conosciuto nemmeno nel passare dei tempi e
nel variare del popolo di fede in cui erano immerse. Il modo di proporsi alla
gente è stato più o meno lo stesso.
C’è stata
indubbiamente una eccezione, in questo quadro di sostanziale staticità, ed essa
si è avuta nel processo di neocatecumenalizzazione
del quale la nostra parrocchia è
stata oggetto dal 1983. Ma, a ben vedere, in questo caso non si è trattato di
rimodellare la parrocchia secondo le esigenze dei tempi nuovi e del popolo di
fede delle Valli, ma della sostanziale induzione di un modello, e di una
teologia corrispondente, astratti da quel contesto sociale, per cui fino ad un certo
punto si è avuta la semplice coesistenza
della parrocchia con un altro tipo di comunità locale e poi quest’ultima ha
teso a prevalere sulla prima, sovrapponendosi ad essa. A questo punto la
parrocchia è sopravvissuta essenzialmente come struttura formale, ma quasi
senza più base sociale, fatta eccezione per pochi gruppi di persone devote
piuttosto anziane, e la parte socialmente attiva è stata espressa solamente dalle comunità
neocatecumenali insediate negli edifici parrocchiali. In misura corrispondente
all’evolvere di questo processo si è manifestata, fino a raggiungere livelli
sempre più eclatanti, l’estraneità della Valli alla parrocchia.
Da questa
situazione, che si era fatta piuttosto critica, ci sta tentando di tirare fuori
la task force di preti inviata
generosamente dalla diocesi. Infatti noi non avevamo più risorse sufficienti
per uscirne con le nostre sole forze.
A questo
punto si pone, appunto, il problema di come modellare
una nuova realtà parrocchiale, che
esprima tutte quelle dimensioni di cui dicevo all’inizio e che, nel loro
insieme, fanno di una parrocchia, non solo la sede dell’esercizio di un
pubblico ufficio religioso e civile, ma anche una comunità viva,
vitale, espressa dalla gente che abita in una certa zona del territorio cittadino
e, innanzi tutto, espressione delle varie culture che in esso sono compresenti e
seguono un orientamento di fede.
Non si
tratta solo di una questione da preti, perché il risultato non dipende solo da
loro, ma anche da noi laici, e, anzi, essenzialmente da noi laici, anche se
senza preti, quindi prescindendo da loro, non si può costruire qualcosa che
possa essere riconosciuto come quella realtà sociale con rilevanti aspetti
teologici che definiamo Chiesa, e non
perché ci servano dei pubblici funzionari per poter proseguire, ma perché le
nostre collettività di fede fin dalle origini sono apostoliche, quindi fondate su apostoli
e tale è la funzione che appunto svolgono
tra noi i nostri vescovi e i sacerdoti
loro collaboratori.
Di questi
tempi anche noi laici siamo esortati ad essere creativi. Ma questo non
significa tirar fuori la prima cosa che ci passa per la mente o che abbiamo letto ieri o l’altro ieri da
qualche parte. C’è una lunga esperienza su cui ragionare e ci sono molti
aspetti da considerare. In qualche modo, nel riflettere su questi argomenti
sperimenteremo le difficoltà in cui si trovano i nostri vescovi quando fanno
dei progetti, nello sforzo di mantenere
l’unità, qui e ora, ma anche dal passato al futuro, intorno ad un nucleo
centrale di principi e di espressioni di vita sociale che riteniamo
caratterizzante il nostro modo di vivere insieme la fede, fin dalle origini.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente
papa - Roma, Monte Sacro, Valli