martedì 29 dicembre 2015

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 1 -

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? -  1 -

  Voglio proporvi una serie di riflessioni sulla parrocchia come istituzione religiosa, come società religiosa, come comunità religiosa, come luogo per sviluppare la fede in una dimensione collettiva, come ambiente per diffondere la fede nella società del nostro tempo, come snodo di mediazione culturale tra la fede vissuta e le culture del nostro tempo, dove si produca un interscambio tra la dimensione religiosa e quella di quelle culture e, infine, come forza di trasformazione della società per promuovere in essa i valori di fede. Tutto questo è stato e può essere la parrocchia. Si fa riferimento ad una medesima realtà, sembra a prima vista che si usino dei sinonimi, dei modi di dire che indicano la stessa cosa, ma, approfondendo, capiamo che si tratta di dimensioni diverse, che possono manifestarsi nella parrocchia, ma che corrispondono a diversi modi di essere e di operare.
 Come ho ricordato giorni fa, è stato osservato che la parrocchia ha una grande plasticità, quindi che può essere modellata in forme diverse a seconda delle esigenze della gente che l’abita e dei problemi della sua epoca.
 Ecco come la descrive il nostro vescovo e padre universale nella sua esortazione apostolica  La gioia del Vangelo, del 2013:
“28. La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità. Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie» [cita l’esortazione apostolica  del suo predecessore Wojtyla, I fedeli cristiani laici, del 1988]. Questo suppone che realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi. La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione.  Attraverso tutte le sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evangelizzazione. È comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario. Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione.”
  Ci si aspetterebbe dunque di trovare attuati vari modelli di parrocchia, a seconda della popolazione che l’abita e secondo il procedere dei tempi, ma questa non è la mia esperienza: in realtà, nelle varie parrocchie in cui sono stato inserito nella mia vita, ho visto sostanzialmente replicare, in un lungo arco di tempo in cui mi è stato dato di osservarle, il medesimo modello, centrato sull’aspetto istituzionale. Questo significa che esso era costruito intorno all’ufficio del parroco, inteso come pubblico funzionario, nell’ordinamento canonico, quello espresso dal diritto della nostra confessione religiosa, ma anche secondo l’ordinamento civile per ciò che concerne le questioni matrimoniali.
 Inoltre non mi  è stato dato di constatare grande plasticità nelle parrocchie che ho conosciuto nemmeno nel passare dei tempi e nel variare del popolo di fede in cui erano immerse. Il modo di proporsi alla gente è stato più o meno lo stesso.
 C’è stata indubbiamente una eccezione, in questo quadro di sostanziale staticità, ed essa si è avuta nel processo di neocatecumenalizzazione  del quale la nostra parrocchia è stata oggetto dal 1983. Ma, a ben vedere, in questo caso non si è trattato di rimodellare la parrocchia secondo le esigenze dei tempi nuovi e del popolo di fede delle Valli, ma della sostanziale induzione di un modello, e di una teologia corrispondente, astratti da quel  contesto sociale, per cui fino ad un certo punto si è avuta la semplice coesistenza della parrocchia con un altro tipo di comunità locale e poi quest’ultima ha teso a prevalere sulla prima, sovrapponendosi ad essa. A questo punto la parrocchia è sopravvissuta essenzialmente come struttura formale, ma quasi senza più base sociale, fatta eccezione per pochi gruppi di persone devote piuttosto anziane, e la parte socialmente attiva  è stata espressa solamente dalle comunità neocatecumenali insediate negli edifici parrocchiali. In misura corrispondente all’evolvere di questo processo si è manifestata, fino a raggiungere livelli sempre più eclatanti, l’estraneità della Valli alla parrocchia.
 Da questa situazione, che si era fatta piuttosto critica, ci sta tentando di tirare fuori la task force di preti inviata generosamente dalla diocesi. Infatti noi non avevamo più risorse sufficienti per uscirne con le nostre sole forze.
 A questo punto si pone, appunto, il problema di come modellare  una nuova realtà parrocchiale, che esprima tutte quelle dimensioni di cui dicevo all’inizio e che, nel loro insieme, fanno di una parrocchia, non solo la sede dell’esercizio di un pubblico ufficio religioso e civile, ma anche una comunità viva, vitale, espressa dalla gente che abita in una certa zona del territorio cittadino e, innanzi tutto, espressione delle varie culture che in esso sono compresenti e seguono un orientamento di fede.
   Non si tratta solo di una questione da preti, perché il risultato non dipende solo da loro, ma anche da noi laici, e, anzi, essenzialmente da noi laici, anche se senza preti, quindi prescindendo da loro, non si può costruire qualcosa che possa essere riconosciuto come quella realtà sociale con rilevanti aspetti teologici che definiamo Chiesa, e non perché ci servano dei pubblici funzionari per poter proseguire, ma perché le nostre collettività di fede fin dalle origini sono apostoliche, quindi fondate su apostoli e tale  è la funzione che appunto svolgono tra noi i nostri vescovi e  i sacerdoti loro collaboratori.
 Di questi tempi anche noi laici siamo esortati ad essere creativi. Ma questo non significa tirar fuori la prima cosa che ci passa per la mente o  che abbiamo letto ieri o l’altro ieri da qualche parte. C’è una lunga esperienza su cui ragionare e ci sono molti aspetti da considerare. In qualche modo, nel riflettere su questi argomenti sperimenteremo le difficoltà in cui si trovano i nostri vescovi quando fanno dei progetti, nello sforzo di  mantenere l’unità, qui e ora, ma anche dal passato al futuro, intorno ad un nucleo centrale di principi e di espressioni di vita sociale che riteniamo caratterizzante il nostro modo di vivere insieme la fede, fin dalle origini.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli