Perché
la parrocchia? Come la parrocchia? - 2 -
Nel suo Atlante
storico del Concilio Vaticano 2°, edito qualche giorno fa da Jaka Book,
Alberto Melloni, ha spiegato che il Concilio Vaticano 2° è un evento che si
inserisce in una lunga storia che lo ha preceduto e in una, che ormai dura da
mezzo secolo, che lo ha seguito. E’ una storia che può essere raccontata da
diversi punti di vista, ad esempio da quello dei suoi fautori o da quello dei
suoi critici, e prendendo come riferimento vari aspetti e concentrandosi su
alcuni di essi o tenendo presente l’insieme. Se ne può rendere un’idea
affermando che si è trattato di un processo di profonda trasformazione delle
nostre collettività religiose innescato in Europa, dalla fine del Settecento, dallo sviluppo delle
democrazie di popolo moderne e dall’emergere delle masse, dei popoli, al
governo degli stati, delle nazioni, dei fatti storici. Questa evoluzione del
modo di vivere collettivamente la fede religiosa è un’assoluta novità nella
storia dell’umanità: nulla di simile c’era mai stato nei millenni precedenti.
Essa si è globalizzata espandendosi lungo le vie della colonizzazione
europea del pianeta, nella fase storica in cui gli europei giunsero ad essere i
dominatori del mondo, in particolare a seguito della potenza acquisita per le
rivoluzioni tecnologiche e industriali che si erano prodotte tra loro, e si è
profondamente inculturata nei popoli colonizzati dagli europei, in particolare
in America Latina, rifluendo poi da loro verso l’Europa a partire dagli anni
Cinquanta, nell’era e secondo i principi politici
della decolonizzazione. In particolare proprio nell’America Latina essa è
divenuta in modo eclatante, spettacolare, il tentativo di attuare una riforma
dal basso, dalla base, della nostra
organizzazione religiosa, ancora impostata giuridicamente su principi
medievali, nell’impossibilità di ottenerne una riforma dall’alto, in
particolare dal vertice legislativo romano. Ne fu protagonista il CELAM, il Consiglio episcopale latino-americano,
costituito nel 1955 in Brasile, a Rio de Janeiro. E’ da quel sub-continente,
caratterizzato da una maggiore omogeneità culturale rispetto all’Europa,
soprattutto per il fatto linguistico essendovi parlate, oltre a un gran numero
di lingue di nativi americani, prevalentemente solo due lingue di origine
europea, lo spagnolo e il portoghese, che due anni fa ci è venuto il capo
religioso supremo che ha determinato la ripresa del moto di riforma conciliare.
Bisogna capire quindi che anche lo sviluppo
della dimensione comunitaria della fede, promosso dal Concilio Vaticano 2°, fu
vissuto in quella prospettiva di trasformazione, di evoluzione, e quindi fu sentito come importante non solo
per la maturazione personale dei singoli, ma anche per quello di un nuovo
modello di collettività religiose, per progettarlo, costruirlo e, innanzi
tutto, per cominciare a sperimentarlo.
In questo è stata coinvolta la stessa catechesi. Scrive Emilio Alberich, in La catechesi oggi - Manuale di catechetica
fondamentale, Elledici, 2001, a pag. 192:
Sembra urgente, nell’esercizio della
catechesi, delineare bene l’orizzonte ecclesiologico verso il quale si è
orientati, con la scelta consapevole di un progetto di Chiesa stimolante e
convincente per gli uomini di oggi. E se è vero che la crescita nella fede
include la fedeltà alla Chiesa, si deve dire che questa fedeltà non
riguarda soltanto la Chiesa del passato e del presente (la Chiesa
così come effettivamente è stata ed è), ma anche la Chiesa del futuro,
vale a dire, come deve essere, come può essere sognata da quanti la vogliono
più vicina all’ideale evangelico.
Dunque, a fronte del sostanziale immobilismo
delle istituzioni religiose di
governo delle nostre collettività di fede, nel post-concilio sorsero correnti e
movimenti che si proposero di attuare e impersonare vari tipi di riforme e, come
reazione, altri che invece intesero agire in senso controriformistico. Per
quello che mi è apparso, era comune a tutti, a riformatori e reazionari, l’intento
di saturare gli ambienti religiosi di riferimento,
conquistandoli e conducendoli verso la propria impostazione. Anche le
parrocchie si trovarono coinvolte in questa vivace dialettica, ma in esse, in
genere, il prevalere dell’assetto istituzionale, per cui esse erano costituite
intorno all’ufficio del parroco e alle sue funzioni amministrative, ha impedito
che il processo di saturazione da parte di una particolare loro componente
associativa, portatrice di un certo processo di riforma, venisse portato alle estreme conseguenze,
determinando l’assorbimento e la conquista culturale della
parrocchia-istituzione. Questo non è accaduto nella nostra parrocchia, a San
Clemente papa. Da noi, infatti, il parroco e i suoi collaboratori più giovani
si erano formati nel Cammino
neocatecumenale, ne condividevano i progetti di riforma e li hanno
assecondati. Questo è stato all’origine del processo di neocatecumenalizzazione della nostra parrocchia.
La sperimentazione riformistica secondo la
linea neocatecumenale attuata nella
nostra parrocchia l’ha portata molto distante dalla gente di fede delle Valli.
Come ho scritto più volte, essa ha seguito un modello astratto, indotto da una
gerarchia di movimento che mi appare piuttosto rigida, richiamando per attuarlo
e impersonarlo gente da altre parti della città. Esso segue un principio misto
di riforma e controriforma.
La riforma sta nel potenziare l’elemento
comunitario nella vita di fede: nella partecipazione forte, corresponsabilità e
solidarietà intensa. La controriforma sta nel contrastare i processi
democratici e la creatività comunitaria a favore di un rigido modello
comunitario di tipo neo-patriarcale maschilista, direi neo-tribale, molto esigente
nelle tematiche sessuali e riproduttive, secondo il quale si vuole proteggere
la vita collettiva di fede separandola dal mondo intorno, visto solo come il luogo dell’idolatria, e dunque portando i suoi
adepti a rinunciarvi nel corso di
processi para-liturgici.
La linea, per quello che ho letto, viene data
da un vertice internazionale, nei confronti del quale la base non ha reali
possibilità di intervento critico, e scende verso il basso. Si tratta in questo
di un’organizzazione che è impostata in senso opposto al moto di riforma che ha
portato all’ultimo concilio, che appunto sale dal basso verso l’alto. Il senso
generale dell’operazione è reazionario,
nel senso, in particolare, di voler reagire alla secolarizzazione della
società, inducendovi aree salvate,
bolle di sopravvivenza vitale della dimensione collettiva della fede. Secondo
quella linea si rifiuta il metodo della mediazione
culturale, visto come fonte di contaminazione, in ciò che esso esprime di
moto bidirezionale nelle relazioni
con le cultura del nostro tempo, vale a dire nel dare/ricevere che attua, per cui, mentre impronta, è a sua volta
improntato. Le culture del nostro tempo sono viste come pagane e non se ne
vuole essere improntati. Non se ne
riesce a percepire la profonda religiosità che ancora esse esprimono.
Rifiutando il lavoro di mediazione con quelle culture ci si è separati dalla
gente che le esprime.
Ho trattato della questione non perché sia
interessato a polemizzare con gli amici neocatecumenali, e ne parlo come di amici
innanzi tutto perché voglio essere
un amico per loro non una qualche minaccia, ma perché la saturazione dell’ambiente
parrocchiale da parte del loro movimento è all’origine dei problemi della
nostra parrocchia, e in particolare dell’estraneità ad essa della gente delle
Valli. Per risolverli basterà avviare un
processo di desaturazione, radunando gente nuova che
viva la parrocchia insieme ai neocatecumenali, restaurando il pluralismo
che fino agli inizi degli anni ’80 caratterizzava la parrocchia, e che ha
continuato ad esservi, anche se in
misura via via minore, ancora per tutto quel decennio. Non si tratta di togliere quindi, ma di aggiungere. Questa aggiunta richiede però di trovare nuove
forme di convivenza pluralistica nell’ambiente parrocchiale. Di progettare e costruire un nuovo modo di vivere insieme una dimensione
pluralistica della vita di fede: ecco che in questo ci
ricollegheremo al moto di riforma innescato dall’ultimo Concilio.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli