mercoledì 30 dicembre 2015

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 2 -

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 2 -

  Nel suo Atlante storico del Concilio Vaticano 2°, edito qualche giorno fa da Jaka Book, Alberto Melloni, ha spiegato che il Concilio Vaticano 2° è un evento che si inserisce in una lunga storia che lo ha preceduto e in una, che ormai dura da mezzo secolo, che lo ha seguito. E’ una storia che può essere raccontata da diversi punti di vista, ad esempio da quello dei suoi fautori o da quello dei suoi critici, e prendendo come riferimento vari aspetti e concentrandosi su alcuni di essi o tenendo presente l’insieme. Se ne può rendere un’idea affermando che si è trattato di un processo di profonda trasformazione delle nostre collettività religiose innescato in Europa, dalla  fine del Settecento, dallo sviluppo delle democrazie di popolo moderne e dall’emergere delle masse, dei popoli, al governo degli stati, delle nazioni, dei fatti storici. Questa evoluzione del modo di vivere collettivamente la fede religiosa è un’assoluta novità nella storia dell’umanità: nulla di simile c’era mai stato nei millenni precedenti. Essa si è globalizzata  espandendosi lungo le vie della colonizzazione europea del pianeta, nella fase storica in cui gli europei giunsero ad essere i dominatori del mondo, in particolare a seguito della potenza acquisita per le rivoluzioni tecnologiche e industriali che si erano prodotte tra loro, e si è profondamente inculturata nei popoli colonizzati dagli europei, in particolare in America Latina, rifluendo poi da loro verso l’Europa a partire dagli anni Cinquanta, nell’era e secondo i principi politici della decolonizzazione. In particolare proprio nell’America Latina essa è divenuta in modo eclatante, spettacolare, il tentativo di attuare una riforma dal basso, dalla base, della nostra organizzazione religiosa, ancora impostata giuridicamente su principi medievali, nell’impossibilità di ottenerne una riforma dall’alto, in particolare dal vertice  legislativo romano.  Ne fu protagonista il CELAM, il  Consiglio episcopale latino-americano, costituito nel 1955 in Brasile, a Rio de Janeiro. E’ da quel sub-continente, caratterizzato da una maggiore omogeneità culturale rispetto all’Europa, soprattutto per il fatto linguistico essendovi parlate, oltre a un gran numero di lingue di nativi americani, prevalentemente solo due lingue di origine europea, lo spagnolo e il portoghese, che due anni fa ci è venuto il capo religioso supremo che ha determinato la ripresa del moto di riforma conciliare.
   Bisogna capire quindi che anche lo sviluppo della dimensione comunitaria della fede, promosso dal Concilio Vaticano 2°, fu vissuto in quella prospettiva di trasformazione, di evoluzione,  e quindi fu sentito come importante non solo per la maturazione personale dei singoli, ma anche per quello di un nuovo modello di collettività religiose, per progettarlo, costruirlo e, innanzi tutto, per cominciare a  sperimentarlo. In questo è stata coinvolta la stessa catechesi. Scrive Emilio Alberich, in La catechesi oggi - Manuale di catechetica fondamentale, Elledici, 2001, a pag. 192:
Sembra urgente, nell’esercizio della catechesi, delineare bene l’orizzonte ecclesiologico verso il quale si è orientati, con la scelta consapevole di un progetto di Chiesa stimolante e convincente per gli uomini di oggi. E se è vero che la crescita nella fede include la fedeltà alla Chiesa, si deve dire che questa fedeltà non riguarda soltanto la Chiesa del passato e del presente (la Chiesa così come effettivamente è stata ed è), ma anche la Chiesa del futuro, vale a dire, come deve essere, come può essere sognata da quanti la vogliono più vicina all’ideale evangelico.
 Dunque, a fronte del sostanziale immobilismo delle istituzioni religiose di governo delle nostre collettività di fede, nel post-concilio sorsero correnti e movimenti che si proposero di attuare e impersonare vari tipi di riforme e, come reazione, altri che invece intesero agire in senso controriformistico. Per quello che mi è apparso, era comune a tutti, a riformatori e reazionari, l’intento di saturare   gli ambienti religiosi di riferimento, conquistandoli e conducendoli verso la propria impostazione. Anche le parrocchie si trovarono coinvolte in questa vivace dialettica, ma in esse, in genere, il prevalere dell’assetto istituzionale, per cui esse erano costituite intorno all’ufficio del parroco e alle sue funzioni amministrative, ha impedito che il processo di saturazione  da parte di una particolare loro componente associativa, portatrice di un certo processo di riforma,  venisse portato alle estreme conseguenze, determinando l’assorbimento e la conquista culturale della parrocchia-istituzione. Questo non è accaduto nella nostra parrocchia, a San Clemente papa. Da noi, infatti, il parroco e i suoi collaboratori più giovani si erano formati nel Cammino neocatecumenale, ne condividevano i progetti di riforma e li hanno assecondati. Questo è stato all’origine del processo di neocatecumenalizzazione   della nostra parrocchia.
  La sperimentazione riformistica secondo la linea neocatecumenale attuata nella nostra parrocchia l’ha portata molto distante dalla gente di fede delle Valli. Come ho scritto più volte, essa ha seguito un modello astratto, indotto da una gerarchia di movimento che mi appare piuttosto rigida, richiamando per attuarlo e impersonarlo gente da altre parti della città. Esso segue un principio misto di riforma e controriforma.
  La riforma sta nel potenziare l’elemento comunitario nella vita di fede: nella partecipazione forte, corresponsabilità e solidarietà intensa. La controriforma sta nel contrastare i processi democratici e la creatività comunitaria a favore di un rigido modello comunitario di tipo neo-patriarcale maschilista, direi neo-tribale, molto esigente nelle tematiche sessuali e riproduttive, secondo il quale si vuole proteggere la vita collettiva di fede separandola dal mondo intorno,   visto solo come il luogo dell’idolatria, e dunque portando i suoi adepti a rinunciarvi nel corso di processi para-liturgici.
  La linea, per quello che ho letto, viene data da un vertice internazionale, nei confronti del quale la base non ha reali possibilità di intervento critico, e scende verso il basso. Si tratta in questo di un’organizzazione che è impostata in senso opposto al moto di riforma che ha portato all’ultimo concilio, che appunto sale dal basso verso l’alto. Il senso generale dell’operazione è reazionario, nel senso, in particolare, di voler reagire alla secolarizzazione della società, inducendovi aree salvate, bolle di sopravvivenza vitale della dimensione collettiva della fede. Secondo quella linea si rifiuta il metodo della mediazione culturale, visto come fonte di  contaminazione, in ciò che esso esprime di moto bidirezionale nelle relazioni con le cultura del nostro tempo, vale a dire nel dare/ricevere che attua, per cui, mentre impronta, è a sua volta improntato. Le culture del nostro tempo sono viste come pagane e non se ne vuole essere improntati.  Non se ne riesce a percepire la profonda religiosità che ancora esse esprimono. Rifiutando il lavoro di mediazione  con quelle culture ci si è separati dalla gente che le esprime.
  Ho trattato della questione non perché sia interessato a polemizzare con gli amici neocatecumenali, e ne parlo come di  amici  innanzi tutto perché voglio essere un amico per loro non una qualche minaccia, ma perché la saturazione  dell’ambiente parrocchiale da parte del loro movimento è all’origine dei problemi della nostra parrocchia, e in particolare dell’estraneità ad essa della gente delle Valli.  Per risolverli basterà avviare un processo di  desaturazione, radunando gente nuova che viva la parrocchia insieme  ai neocatecumenali, restaurando il pluralismo che fino agli inizi degli anni ’80 caratterizzava la parrocchia, e che ha continuato ad esservi, anche se in  misura via via minore, ancora per tutto quel decennio. Non si tratta di  togliere  quindi, ma di  aggiungere. Questa aggiunta richiede però di trovare nuove forme di convivenza pluralistica nell’ambiente parrocchiale. Di progettare  e  costruire  un nuovo modo di vivere insieme una dimensione pluralistica  della vita di fede: ecco che in questo ci ricollegheremo al moto di riforma innescato dall’ultimo Concilio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli