Perché
la parrocchia? Come la parrocchia? - 3 -
Storicamente la parrocchia non nasce per un’esigenza
comunitaria, ma per la gestione del patrimonio ecclesiastico nelle zone rurali,
che comprendeva anche specifiche entrate tributarie. Il modello poi, molto più
tardi, si estese alle città. Anticamente la vita delle nostre collettività
religiose nelle città era concentrata intorno al vescovo e alla sua corte di
preti; da lì la nostra religione si era diffusa nelle zone rurali, nei pagus (parola latina che significa circoscrizione rurale), da cui l'espressione pagani per definire coloro che non seguono la nostra fede (anticamente non erano irreligiosi, ma erano fedeli della più antica religione politeista). L’istituzione parrocchiale si estese alle città essenzialmente per le
stesse questioni di amministrazione patrimoniale che l’aveva motivata
originariamente nelle zone rurali. C’erano degli edifici di culto, delle
chiese, e, ad essi annesso, un patrimonio, che poteva essere anche piuttosto consistente
ed esteso. Allora vi si mandava un prete per amministrarlo, ed egli nello
sviluppo di questo particolare ufficio finì anche per beneficiarne, traendo i
proventi per il proprio sostentamento. Progressivamente vi si sviluppò anche la
cura d’anime, che significava qualcosa di
più della sola liturgia, vale a dire ciò che oggi chiamiamo pastorale, l'attività di diffusione della fede e di istruzione dei fedeli, e che era modellata sul modello dell'ufficio del vescovo. Si assistette anche ad un fenomeno piuttosto esteso
di una sorta di privatizzazione delle parrocchie, che potevano essere
istituite anche per venire incontro ai desideri ad esempio di feudatari o di famiglie
piuttosto influenti nelle società di quel tempo o di altri gruppi sociali. Di
ciò vi è ancora traccia nelle disposizioni del diritto canonico, il diritto
espresso dalla Chiesa cattolica, che dal Cinquecento la vietarono, salvo casi
particolari e solo su autorizzazione del vescovo.
Dal secondo millennio venne progressivamente
in particolare rilievo l’elemento territoriale e pubblicistico della parrocchia, in corrispondenza con l’ordinamento
al modo di uno stato che fu dato alla nostra organizzazione religiosa. Questo
processo portò, nel Cinquecento ad un modello di parrocchia corrispondente a
quello che ancora oggi è in vigore, concepito come sede di un ufficio ecclesiastico
decentrato, quello del parroco, relativo ad un certo determinato territorio,
ben definito geograficamente, e al popolo che l’abita. Nei corso dei primi tre secoli del secondo
millennio le parrocchie divennero progressivamente anche sedi del battesimo,
che prima era impartito solo nelle chiese cattedrali, nelle città, e nelle
pievi, nelle zone rurali. Tra il Cinquecento e il Seicento si fece infine obbligo
ai parroci di tenere una serie di registri assimilabili a quelli del moderno
servizio comunale di stato civile: di battesimo, di cresima, di matrimonio, di
stato d’anime, di morte.
Attualmente le parrocchie sono riconosciute dalla
Repubblica italiana come enti ecclesiastici con personalità giuridica di
diritto civile e la loro rappresentanza
legale e amministrazione compete al parroco, secondo le norme del diritto
canonico. Nella configurazione data alle parrocchie con i codici di diritto
canonico del Novecento, quello del 1917 e quello del 1983, venne in rilievo,
quanto all’ufficio del parroco, la cura d’anime, rispetto all’amministrazione
del patrimonio. La novità del codice del 1983 è nell’aver configurato la
parrocchia come una comunità di fedeli, nella prospettiva
aperta dal Concilio Vaticano 2°. Questo aspetto comunitario non trova però vera
espressione nell’ordinamento della parrocchia, se non in organi essenzialmente
consultivi, come l’assemblea parrocchiale, un organo veramente poco definito,
il consiglio pastorale e il consiglio degli affari economici, i quali invece
hanno una regolamentazione più precisa e anche poteri di auto-organizzazione.
Tutti i poteri di amministrazione, sia patrimoniale che pastorale, sono
concentrati nel parroco. Storicamente l’autoamministrazione dei fedeli laici si
è espressa in aggregazioni insediate nella parrocchia, ma non ad essa
organiche, come confraternite, congregazioni laicali, associazioni, movimenti e
altri gruppi simili. L’entità associativa più strettamente legata organicamente
alla parrocchia come istituzione, dal punto di vista propriamente giuridico, è
l’Azione Cattolica, a seguito del processo di riforma condotto nella seconda
metà degli anni Sessanta e all’approvazione dei nuovi statuti da parte della
Conferenza Episcopale Italiana.
La parrocchia è, ai tempi nostri, un ente necessario, nel senso che ogni porzione
del territorio italiano è assegnata a una parrocchia, e ha due aspetti che la
caratterizzano: l’ufficio del parroco e una comunità di fedeli. Tra questi due
elementi vi è una latente tensione, in particolare tra l’aspetto monarchico che caratterizza il primo e
quello democratico che tende a
caratterizzare la seconda. E’ lasciata sostanzialmente alla creatività dei
parroci la mediazione tra queste tendenze divergenti. I parroci che credono
nelle idealità conciliari cercano di sviluppare la partecipazione democratica
della comunità parrocchiale, mentre quelli che non vi credono, o non vi credono
più, cercano di indurre tra il loro ufficio e la comunità parrocchiale un
rapporto gerarchico come tra sovrano e sudditi. Il caso della parrocchia di San
Clemente papa, fino allo scorso settembre, non è assimilabile a nessuno dei due
orientamenti. E’ infatti prevalso il modello gerarchico, ma non centrato sull’ufficio
del parroco, bensì quello neocatecumenale, il quale prevede un reale
coinvolgimento del laicato, ma non su basi democratiche.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli