giovedì 31 dicembre 2015

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 3 -

Perché la parrocchia? Come la parrocchia? - 3 -

  Storicamente la parrocchia non nasce per un’esigenza comunitaria, ma per la gestione del patrimonio ecclesiastico nelle zone rurali, che comprendeva anche specifiche entrate tributarie. Il modello poi, molto più tardi, si estese alle città. Anticamente la vita delle nostre collettività religiose nelle città era concentrata  intorno al vescovo e alla sua corte di preti; da lì la nostra religione si era diffusa nelle zone rurali, nei pagus (parola latina che significa circoscrizione rurale), da cui l'espressione pagani  per definire coloro che non seguono la nostra fede (anticamente non erano irreligiosi, ma erano fedeli della più antica religione politeista). L’istituzione parrocchiale si estese alle città essenzialmente per le stesse questioni di amministrazione patrimoniale che l’aveva motivata originariamente nelle zone rurali. C’erano degli edifici di culto, delle chiese, e, ad essi annesso, un patrimonio, che poteva essere anche piuttosto consistente ed esteso. Allora vi si mandava un prete per amministrarlo, ed egli nello sviluppo di questo particolare ufficio finì anche per beneficiarne, traendo i proventi per il proprio sostentamento. Progressivamente vi si sviluppò anche la  cura d’anime, che significava qualcosa di più della sola  liturgia, vale a dire ciò che oggi chiamiamo pastorale, l'attività di diffusione della fede e di istruzione dei fedeli, e che era modellata sul modello  dell'ufficio del vescovo. Si assistette anche ad un fenomeno piuttosto esteso di una sorta di privatizzazione  delle parrocchie, che potevano essere istituite anche per venire incontro ai desideri ad esempio di feudatari o di famiglie piuttosto influenti nelle società di quel tempo o di altri gruppi sociali. Di ciò vi è ancora traccia nelle disposizioni del diritto canonico, il diritto espresso dalla Chiesa cattolica, che dal Cinquecento la vietarono, salvo casi particolari e solo su autorizzazione del vescovo.
 Dal secondo millennio venne progressivamente in particolare rilievo l’elemento territoriale e pubblicistico della parrocchia, in corrispondenza con l’ordinamento al modo di uno stato che fu dato alla nostra organizzazione religiosa. Questo processo portò, nel Cinquecento ad un modello di parrocchia corrispondente a quello che ancora oggi è in vigore, concepito come sede di un ufficio ecclesiastico decentrato, quello del parroco, relativo ad un certo determinato territorio, ben definito geograficamente, e al popolo che l’abita.  Nei corso dei primi tre secoli del secondo millennio le parrocchie divennero progressivamente anche sedi del battesimo, che prima era impartito solo nelle chiese cattedrali, nelle città, e nelle pievi, nelle zone rurali. Tra il Cinquecento e il Seicento si fece infine obbligo ai parroci di tenere una serie di registri assimilabili a quelli del moderno servizio comunale di stato civile: di battesimo, di cresima, di matrimonio, di stato d’anime, di morte.
 Attualmente le parrocchie sono riconosciute dalla Repubblica italiana come enti ecclesiastici con personalità giuridica di diritto civile  e la loro rappresentanza legale e amministrazione compete al parroco, secondo le norme del diritto canonico. Nella configurazione data alle parrocchie con i codici di diritto canonico del Novecento, quello del 1917 e quello del 1983, venne in rilievo, quanto all’ufficio del parroco, la cura d’anime, rispetto all’amministrazione del patrimonio. La novità del codice del 1983 è nell’aver configurato la parrocchia come una  comunità di fedeli, nella prospettiva aperta dal Concilio Vaticano 2°. Questo aspetto comunitario non trova però vera espressione nell’ordinamento della parrocchia, se non in organi essenzialmente consultivi, come l’assemblea parrocchiale, un organo veramente poco definito, il consiglio pastorale e il consiglio degli affari economici, i quali invece hanno una regolamentazione più precisa e anche poteri di auto-organizzazione. Tutti i poteri di amministrazione, sia patrimoniale che pastorale, sono concentrati nel parroco. Storicamente l’autoamministrazione dei fedeli laici si è espressa in aggregazioni insediate nella parrocchia, ma non ad essa organiche, come confraternite, congregazioni laicali, associazioni, movimenti e altri gruppi simili. L’entità associativa più strettamente legata organicamente alla parrocchia come istituzione, dal punto di vista propriamente giuridico, è l’Azione Cattolica, a seguito del processo di riforma condotto nella seconda metà degli anni Sessanta e all’approvazione dei nuovi statuti da parte della Conferenza Episcopale Italiana.
  La parrocchia è, ai tempi nostri, un ente necessario, nel senso che ogni porzione del territorio italiano è assegnata a una parrocchia, e ha due aspetti che la caratterizzano: l’ufficio del parroco e una comunità di fedeli. Tra questi due elementi vi è una latente tensione, in particolare tra l’aspetto monarchico che caratterizza il primo e quello democratico che tende a caratterizzare la seconda. E’ lasciata sostanzialmente alla creatività dei parroci la mediazione tra queste tendenze divergenti. I parroci che credono nelle idealità conciliari cercano di sviluppare la partecipazione democratica della comunità parrocchiale, mentre quelli che non vi credono, o non vi credono più, cercano di indurre tra il loro ufficio e la comunità parrocchiale un rapporto gerarchico come tra sovrano e sudditi. Il caso della parrocchia di San Clemente papa, fino allo scorso settembre, non è assimilabile a nessuno dei due orientamenti. E’ infatti prevalso il modello gerarchico, ma non centrato sull’ufficio del parroco, bensì  quello neocatecumenale, il quale prevede un reale coinvolgimento del laicato, ma non su basi democratiche.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli