domenica 6 dicembre 2015

Rinnovarsi per rinnovare - conclusioni

Rinnovarsi per rinnovare - conclusioni

   Ci è toccato vivere collettivamente la fede nel bel mezzo di una vera e propria rivoluzione, perché questa è la portata, al di là di ciò che si è disposti ad ammettere, delle decisioni dei saggi dell’ultimo Concilio. Ne ha cominciato a parlare esplicitamente il nostro vescovo e padre universale.
  In politica si fa una distinzione tra riforma e rivoluzione. La differenza si coglie sia nella maggiore gradualità dei cambiamenti indotti dalla prima, sia nella quantità di elementi del passato che si è disposti a mantenere, che è minore nella seconda.
   Nella fede si è indotti ad una vera e propria rivoluzione interiore, a impersonare un nuovo  essere umano in quell’incisivo processo di cambiamento di mentalità e di condotte di vita che definiamo conversione. Quest’ultima parola traduce il termine del greco antico metànoia, che all’idea di mutamento associa quella di pentimento, ad esempi nelle frasi:
poièsate un carpòn àxios ten metanòias (Vangelo sec. Matteo 3,8), che significa date frutti che siano significativi di conversione;
e      
tùton o Teòs archegòn cai sotèra ùpsosen te dexià autù tu dùnai metànoian to  Israèl cai àfesin amartiòn (Atti degli apostoli 5,31), che significa proprio Dio  capo e salvatore lo ha innalzato alla destra sua per rendere capace di conversione Israele e il perdono dei peccati.
(ai ragazzi che stanno finendo le scuole medie inferiori: uno dei vantaggi del liceo classico è quello di consentire di leggere un po’ di greco antico, la lingua in cui furono scritti i documenti biblici provenienti dalle nostre prime collettività di fede).
 Quando però si tratta di  fatti organizzativi, allora, oggi, si preferisce pensare a una riforma, più che a una rivoluzione. Fino ad un recente passato, anche parlare solo di riforma poteva costare la scomunica, specialmente quando si criticava l’assetto imperiale a base feudale che ancora impronta la struttura di potere delle nostre collettività religiose.
  La novità del pensiero manifestato dal Bergoglio è che egli inizia a parlare di rivoluzione anche in quest’ultimo contesto. Ma tra il dire  e il fare c’è una bella distanza da colmare, addirittura il proverbiale oceano. Soprattutto quando mancano del tutto regole per cambiare profondamente le nostre organizzazioni, come invece vi sono negli stati democratici contemporanei, le cui costituzioni infatti cambiano costantemente, in modo più o meno profondo.
 Si dice che l’attuale organizzazione della nostra confessione religiosa non può cambiare perché è stata definita dal Fondatore. Non è vero. Storicamente non è vero. Poi, naturalmente, si possono anche costruire ideologie per alterare la memoria storica. Questa però non è purificazione  della memoria, ma falsificazione  di essa. La struttura giuridica delle nostre collettività di fede, centrata su papa-imperatore e vescovi feudatari e su un corpo di funzionari locali responsabili di uffici territoriali si è formata tra il Settimo e l’Undicesimo secolo. E’ appunto questa struttura ad essere interessata dall’attuale processo rivoluzionario. Essa non comprende regole di cambiamento costituzionale perché è improntata ad antichi modelli di sovranità imperiale, secondo i quali l’imperatore era, per diritto divino, padrone  dei popoli a lui assoggettati, persone e cose, gente e città. E’ espressione di un potere politico-religioso che riuscì ad ammantarsi di sacro appunto per garantirsi l’immutabilità. Come conciliare questa ideologia con quella del costante rinnovamento interiore, della conversione, che è alla base della nostra esperienza di fede? E’ un bel problema. Quando il Wojtyla, da supremo capo religioso e nel corso del triennio di preparazione al Grande Giubileo dell’Anno 2000,  manifestò di voler esprimere conversione-pentimento  anche per il molto male prodotto dalle  nostre collettività di fede nel nostro tragico passato,  molte autorevoli voci insorsero, sconsigliandolo di farlo, innanzi tutto uno dei più importanti teologi dell’ultimo concilio, il Ratzinger. Alla fine, con molti distinguo, ottenne il via libera. Giuridicamente non era tenuto ad attenderlo, ma volle farlo, consapevole delle tensioni che stava creando nei vertici di potere della nostra organizzazione religiosa. Penso che egli colmò, con la sua affascinante personalità, le distanze tra la sua ideologia e quella di potere dominante, consacrata soprattutto dai giuristi-teologi,  che non coincidevano. Celebrò, così, la Giornata del perdono, nella grande liturgia celebrata il 12 marzo 2000, in cui chiese perdono per le colpe passate delle nostre collettività religiose, senza escludere nessuno, senza distinzione tra pastori e greggi, e offrì il perdono per i torti subiti. Ma questo aspetto del suo supremo magistero ha poco attecchito.
  Ho indicato le linee di cambiamento che caratterizzano il moto rivoluzionario che stiamo vivendo in religione: democrazia, questione femminile, giustizia sociale. Si tratta di temi di cui in genere non si parla nelle parrocchie, perché subito si accendono controversie abbastanza accese tra tradizionalisti, riformatori  e  rivoluzionari  e tra diversi tipi di riformatori/rivoluzionari.  Non dialogando sui temi controversi non si fa tirocinio di democrazia e quindi già si comincia male per quanto riguarda il primo dei grandi temi del cambiamento. Dove le donne sono zittite, silenziate, invitate a rientrare nei ranghi di spose/madri/nonne  o di zie-madri di supporto (un’istituzione romana di grande importanza sociale), si continua peggio. il disastro è completo se si sorvola anche sulla giustizia sociale, riducendo tutto al fare la carità,  senza voler sapere altro, senza voler approfondire, senza curarsi minimamente della cause sociali delle povertà e delle soluzioni  sociali per contrastarle.
  Il Fondatore non ha dato esplicite disposizioni su come fondare e reggere gli stati e anche una organizzazione religiosa, come la nostra, che storicamente si è strutturata come un impero religioso di tipo feudale. Negli scritti biblici più  antichi, formatisi in epoche in cui i processi democratici erano sconosciuti, in cui si trattano anche temi propriamente politici, troviamo più che altro l’esposizione dei tragici problemi che l’esercizio sconsiderato del potere può provocare, con i sovrani che perseguitano i profeti.
  L’unica istruzione esplicita che, per quanto mi appaia, il nostro Primo Maestro ci ha dato nelle questione di potere è quello di relativizzare  ogni dominio terreno, perché noi dobbiamo sempre tenere gli occhi al Cielo. E’ uno degli insegnamenti che è stato storicamente più disatteso nella nostra confessione religiosa, dominata da imperatori religiosi, autoproclamatisi suoi Vicari, vale a dire suoi plenipotenziari sulla Terra (ideologia congegnata tra l’Undicesimo e il Tredicesimo secolo, su base teologica più antica ma essenzialmente sulla scorta del modello di sovranità degli imperatori bizantini).
  Le costituzioni democratiche contemporanee hanno relativizzato  il potere politico dei nostri sovrani religiosi e questo ha reso meno drammatici i moti di riforma/rivoluzione  religiosa. E, oggi, anche i nostri capi religiosi si sono convinti che è immorale uccidere per ragioni religiose. Non l’hanno sempre pensata così. Per quasi mille anni hanno espresso un’istituzione di polizia ideologica mortifera che ha represso duramente  ogni dissenso per motivi religiosi con pene atroci. Di solito in religione si tende a minimizzare il fenomeno cercando di fare la conta degli uccisi, calcolo che riesce impossibile concludere in modo affidabile per l’insufficienza delle fonti, e confrontandolo con i grandi stragisti del Novecento, le cui opere di rovina hanno un riscontro per così dire anagrafico  molto più preciso. Fatto sta che i dissenzienti recidivi venivano bruciati sulla pubblica piazza. Tra di loro vi fu anche quello che viene considerato il fondatore del moderno metodo scientifico, Galileo Galilei, il quale, nel Seicento, salvò la vita solo abiurando, accettando di riconoscere pubblicamente le assurdità scientifiche che venivano proposte come verità di fede dai nostri capi religiosi di allora. La cupa ombra della repressione teologica ha oscurato gran parte del secondo millennio della nostra era, che pure presenta tante preziose individualità ed esperienze religiose, diciamo molti santi buoni (perché ve ne sono stati, paradossalmente, anche di meno buoni, in tutto o in parte). A tutto questo orrore hanno posto fine le democrazie contemporanee, fondate sul principio di laicità  dello stato, che significa anche che non si devono attuare repressioni pubbliche di ideologie ed esperienze di fede considerate devianti, erronee.
  Difficile tenere insieme tutto il nostro tremendo passato e pensarlo coerente alle nostre attuali buone intenzioni, con ciò che oggi vorremmo diventare. Il Wojtyla, in ciò che mi appare più grande nel suo supremo ministero, in quello  che a mio parere gli vale effettivamente l’appellativo di santo buono  e di grande   della fede, ci ha esentati dal tentare di farlo. Ci ha guidati infatti sulla via della purificazione della memoria, che significa riconoscere di non poter prendere più esempio da tanti esempi negativi del passato, anche se si tratta di espressioni al massimo livello della nostra confessione religiosa.
  Può sembrare che tutto ciò di cui ho parlato debba svolgersi ai massimi sistemi e non possa e debba riguardare una realtà locale come la parrocchia. E’ sbagliato pensarlo. La nostra parrocchia, nel bene e nel male, è stata attraversata dal moto di riforma/rivoluzione post-conciliare. Dalla sua costituzione fino all’inizio degli anni ’80, diciamo l’era da don Nino a don Franco, ha vissuto nell’ottica della riforma, successivamente, in modo sempre più marcato, in quella della reazione. Nella prima epoca fu molto frequentata dalla gente del quartiere, nella seconda sempre meno. Il cambio di passo è stato corrispondente a ciò che avveniva più in generale nelle nostre collettività di fede, in Italia, ma anche nel mondo. Da noi il processo ha avuto toni più fondamentalisti.
 Si dice che il post-concilio è stato il campo dei movimenti, mentre le istituzioni religiose recedevano. In parte è vero e in parte no. Il post- concilio è stato caratterizzato da una viva effervescenza sociale che ha portato a riformare, prima per via sperimentale, di prassi, e poi dal punto di vista istituzionale, il tradizionale associazionismo laicale. I moti di riforma vennero sostenuti essenzialmente dal fenomeno dei gruppi,  esperienze associative limitate e su scala locale, spesso caratterizzate da uno o più preti giovani e dai loro seguaci: dei cenacoli locali. Lì si attuavano varie forme di sperimentazione religiosa, ad esempio nella liturgia, come nelle  Messe dei giovani. L’Azione cattolica, nel processo di auto-riforma concluso nel 1969 e successivamente consolidato, ha aderito a questo moto destrutturandosi sostanzialmente su base parrocchiale e diocesana, da istituzione molto centralizzata e soggetta al diretto dominio dei papi  che era (così era stata costituita all’inizio del Novecento). Altri nuovi movimenti sono originati da questa vivace e vasta esperienza di base, dandosi poi una configurazione più coesa a livelli più estesi. Ma i movimenti  a cui in genere ci si riferisce per contrapporli alle realtà istituzionali  parrocchiali e diocesane sono sorti in genere con finalità reazionarie. Quindi, in sintesi: moto di riforma sperimentato per piccoli gruppi e moto di reazione che procede per grandi movimenti. La caratterizzazione reazionaria di un movimento è chiaramente definibile in base all’atteggiamento sui tre grandi temi sottostanti al moto di riforma religiosa innescato dall’ultimo concilio: democrazia, questione femminile e giustizia sociale. Sotto questo profilo sicuramente l’Azione Cattolica si situa nel campo riformatore. Il movimento a cui, sostanzialmente, la parrocchia venne affidata all’inizio degli anni ’80 si situa, mi pare di aver capito  esaminandolo dall’esterno, nel campo opposto.  Poiché in parrocchia era rimasta prevalentemente gente sua, appare problematico, ma non impossibile, attuare quel cambiamento che la diocesi ci richiede per riconnetterci nuovamente alla gente del quartiere.
  Io, credo che si sia capito, appartengo al campo dei riformatori e credo nel valore religioso della democrazia, che comporta il saper dialogare con chi la pensa diversamente. Ecco che, allora, la situazione della parrocchia di oggi non mi deprime, ma mi appare una sfida affascinante, proprio per sostenere quel che vado proclamando, vale a dire che democrazia e fede religiosa possono, e anzi debbono, conciliarsi, perché la prima ha, in fondo, assorbito valori fondamentali della seconda. parlano quindi la stessa lingua.
  Sì, lo riconosco, in parrocchia nell’era che quest’anno si è conclusa c’è stato poco dialogo. Ma ne do la colpa anche a me stesso. Quando mai ho tentato di dialogare con quegli altri? Nemmeno loro ci hanno provato? Ma loro non credono nel dialogo. Sono io quello che ci crede e che, soprattutto, in un’estesa opera di formazione sono stato dotato degli strumenti culturali per sostenerlo. A che è valsa, allora, tutta quella fatica dei miei formatori?
 Come dialogare? Ecco che se ci mettiamo intorno a un tavolo a discutere di tutto ciò che ho trattato in questo post le cose andrebbero subito a finire male. Bisogna prima creare un terreno comune per il dialogo, fatto di umanità, di condivisione, di conoscenza reciproca e di familiarizzazione con gli altri. Lo dico sempre: non riesco mai a litigare veramente con chi non conosco bene, ma quando lo conosco meglio non mi riesce più di litigare.
 La via giusta è semplice ed è stata indicata, con grande saggezza, dal nostro vescovo Vallini, nella sua recente visita pastorale: i gruppi di ascolto del Vangelo nella case. I Vangeli non sono scritti di ideologia o di teologia: lo fossero stati sarebbero diventati presto inattuali. Essi sono stati scritti  per sostenere un’umanità redenta e di nuovo affratellata. Riportano la voce del Primo Maestro e la rendono presente. Si rivive l’esperienza umana dei discepoli di Emmaus e di Pentecoste. E, mentre ci si lascia ammaestrare, si impara  a conoscersi meglio,  e conoscendosi meglio diviene impossibile continuare a litigare. Si impara a sostenersi gli uni gli altri, così che diventa poi difficile rinunciare a uno qualunque degli altri per una qualche ripicca ideologica.
 La pensiamo in modo diverso, certo, ma riprendiamo a frequentarci con in mano i Vangeli. Arriviamo al dialogo senza preconcetti o pregiudizi sugli altri, liberandoci da ogni precomprensione dottrinaria che ci viene dalle reciproche appartenenze. Abbandoniamo la teologia in pillole che spesso superficialmente brandeggiamo gli uni contro gli altri. E, infine, mangiamo insieme qualche volta: l’esperienza di convivialità sorregge, rimane. E la via di Cana, dove si compì il primo miracolo della nostra era.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.