sabato 5 dicembre 2015

Rinnovarsi per rinnovare - 5

Rinnovarsi per rinnovare - 5

 I saggi del Concilio Vaticano 2° non si occuparono direttamente della catechesi, eppure dopo quel concilio il movimento per il rinnovamento della catechesi ebbe un forte rilancio. Perché?
 Era stato progettato un nuovo modello per vivere collettivamente l’esperienza di fede e quindi si voleva preparare la gente a impersonarlo e attuarlo. Come sempre si fa in teologia, lo si presentò come la riscoperta di idee e prassi antiche, che erano state ricoperte dalle incrostazioni della storia e dimenticate. In realtà, al di là della terminologia e di un richiamo formale al passato, si trattava di una strada mai percorsa prima di allora. L’antichità non aveva risorse per il mondo contemporaneo, ma più che altro problemi. Però il metodo che si segue in religione prevede che si debba tenere insieme tutta la storia di fede, dalle origini, in modo da dimostrare di essere fedeli a ciò che si è ricevuto dal Fondatore.  In effetti, naturalmente, non si rinunciò a nulla dei suoi insegnamenti, ma si iniziarono a ripudiare anche alcuni atteggiamenti che erano stati condivisi dalle nostre più antiche collettività di fede, che in molti casi erano state vivacemente intolleranti. Si trattò di una vera e propria riforma, anche si tese  a non sottolineare la portata epocale dei cambiamenti stabiliti; in particolare si mise in risalto, contro l’evidenza, l’intento prevalentemente pastorale  dei saggi dell’ultimo Concilio, come se essi si fossero voluti occupare prevalentemente di come suscitare e organizzare la vita collettiva di fede senza revisionarne i fondamenti.
  Le nostre collettività di fede vennero presentate come un popolo,  tutto  coinvolto, anche nella sua componente laica, nell’attività di formazione religiosa. In precedenza quest’ultima era ritenuta cosa da preti e da frati. C’erano il clero e i religiosi e, attaccata a loro, tutta l’altra gente. A quest’ultima si pensava che bastasse spiegare l’essenziale per partecipare convenientemente alle liturgie e per riprodurre  fisiologicamente  persone da formare alla fede. Nelle cose di fede la gente doveva obbedire  al clero, senza porsi troppi problemi. Il clero, poi, promulgava la dottrina, aggiornandola secondo i tempi e le situazioni, e la diffondeva in pillole per quelli che dovevano solo obbedire. In società la nostra gerarchia del clero aveva raggiunto un compromesso di reciproco sostegno con i poteri pubblici. La  moralità pubblica era improntata alla nostra fede, così che era addirittura ritenuto sconveniente, strano, non praticarla. La grandissima maggioranza della gente di fede era tenuta nello stato di gregge, di massa docile  ai pastori, alle guide religiose. Era mantenuta sottomessa con molti effetti speciali che evocavano un soprannaturale spesso  minaccioso e affascinandola con la magnificenza delle liturgie, che accreditavano l’alto clero come voce del Cielo. Ci si accorse però che questo modo di procedere aveva prodotto una massa di docili analfabeti religiosi. Essi, in particolare, erano incapaci di interagire con la società del loro tempo per influire su di essa, nella politica democratica, per infonderle i valori di fede. Dopo la catastrofe dell’ultima guerra mondiale si riconobbe che, se fossero stati diversi, meno docili e più consapevoli di ciò che la fede comportava, certe tragedie collettive, forse, si sarebbero potute evitare. Il punto di svolta fu un celebre radiomessaggio natalizio del 1944 del papa Eugenio Pacelli, dedicato esplicitamente alla democrazia. Lo trovate sul Web all’indirizzo:
https://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1944/documents/hf_p-xii_spe_19441224_natale.html
Ecco il passo centrale:
[…] sotto il sinistro bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini.
Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.
  Un modo sicuro per riconoscere le tendenze reazionarie nelle nostre collettività religiose è quello di cogliere gli accenni all’obbedienza  e alla  docilità.  Quando invece si accentua l’idea di rinnovamento  e  riforma  si va in direzione contraria. In un’ottica di fede l’obbedienza e la docilità al fondamento soprannaturale di tutto comportano quella penetrante opera di rinnovamento che definiamo  conversione. Ma quando si parla di obbedienza, docilità  e rinnovamento  nelle questioni per così dire organizzative si è in un diverso contesto.
  Se si vuole interagire con le società democratiche contemporanee occorre essere consapevoli, responsabili, autonomi e creativi. Non si tratta più, quindi, di eseguire  comandi di capi religiosi, non basta più. In democrazia il potere di governo è diffuso. Si dice, talvolta, che la nostre collettività di fede non sono una democrazia: male, dovrebbero esserlo. Perché è la democrazia, nella versione contemporanea che non è solo la regola per cui decidono maggioranze più o meno ampie ma anche un insieme molto esteso di valori che limita molto il potere delle stesse maggioranze, che consente di esercitare il potere, anche quello religioso, in modo non letale.
  La caratteristica del lavoro di iniziazione religiosa che si vuole fare oggi è di fornire ai fedeli una formazione molto più estesa di quella che si dava anche nel recente passato. In particolare, i laici devono essere messi in condizione di interagire in una società democratica, con potere di governo diffuso, ciò che, in gergo teologico, è detto  agire nelle cose  temporali, che significa operare nel proprio tempo nella società in cui si vive. Lo si deve fare per ordinarla secondo i principi di fede, hanno detto i saggi del concilio nella Costituzione dogmatica Luce per le genti:
[31] ….Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore.
   Quando cominciare questo lavoro di formazione?
  Subito. Dai bambini piccoli.
  Lo si sa bene tra gli scout. Lo aveva capito il fondatore degli scout Baden Powell.
  Fin dalle elementari i bambini fanno esperienza della società intorno a loro e devono essere formati a interagirvi. Non è solo questo: ne hanno bisogno e ce lo chiedono. Devono farne tirocinio. Certe cose si scoprono sperimentandole. Il bene e il male, la lealtà e la slealtà e via dicendo. Si inizia nei giochi collettivi e si continua nella vita adulta. E nell’adulto rimarrà sempre il bambino che è stato. Questo ce lo dicono gli psicologi.
  Non si viene più a catechismo per imparare a memoria pillole di dottrina, ma per imparare come vivere insieme la fede. E’ centrale il confronto sociale con gli altri. La collettività è dunque molto importante e, in un certo, senso il catechista la rappresenta e la induce.
  Le collettività possono essere dispotiche. Lo sono, ad esempio, quelle criminali. Ci sono società buone e società cattive. Il rinnovamento indotto dai saggi del Concilio comportò anche il ripudio di molte condotte sociali cattive espresse dalle nostre collettività di fede.
  Qual è il metro per distinguere le collettività buone da quelle cattive? Sono i valori della nostra fede, e in particolare il principio molto importante della dignità infinita della persona umana. Storicamente, nelle nostre collettività di fede è accaduto che non fosse rispettato. Questo fu al fondo di molte tragedie umane.
 Della dignità delle persone occorre fare tirocinio nelle nostre collettività, innanzi tutto nei gruppi di catechismo, fin da piccoli. Ognuno abbia un ruolo, un compito, una responsabilità. Ognuno sia riconosciuto nella sua dignità sociale. Nessuno sia umiliato, offeso, escluso o costretto sempre a fare ciò che dicono altri. Ci si abitui a prendere decisioni insieme e a dimostrare di essere solidali. Si insegni il coraggio contro le ingiustizie, a prendere le difese dei più deboli. E ad essere amici leali.  Tutto questo ha anche un significato religioso, perché è pratica di varie virtù e prepara il discorso esplicito di fede.
 Non pensiamo che un bambino delle elementari sia troppo piccolo per questo. Se facciamo memoria della nostra infanzia, ci rendiamo bene conto che non lo è. Fin da piccoli, dalle prime esperienza scolastiche, si fa esperienza del bene e del male che c’è in società. Fin da molto piccoli i ragazzi organizzano società tra loro, per regolare i giochi collettivi. Vi ricordate il romanzo I ragazzi della via Pal, che una volta era un classico per i più giovani? Si racconta di società di bambini che si strutturano spontaneamente secondo quella degli adulti e si fanno guerra.  E’ così che accade, anche se ai tempi nostri i bambini hanno meno occasioni di organizzarsi spontaneamente. Io in terza e quarta elementare giravo da solo per il quartiere, oggi un bambino di quell’età non può più farlo: troppi pericoli, innanzi tutto quelli del traffico. Questo priva  i più giovani della possibilità di fare precocemente tirocinio sociale. Se ne dia loro occasione in parrocchia: non lo dimenticheranno per tutta la vita, li radicherà da noi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli