Rinnovarsi per
rinnovare - 5
I saggi del Concilio Vaticano 2° non si
occuparono direttamente della catechesi, eppure dopo quel concilio il movimento
per il rinnovamento della catechesi ebbe un forte rilancio. Perché?
Era stato progettato un nuovo modello per
vivere collettivamente l’esperienza di fede e quindi si voleva preparare la
gente a impersonarlo e attuarlo. Come sempre si fa in teologia, lo si presentò
come la riscoperta di idee e prassi antiche, che erano state ricoperte dalle
incrostazioni della storia e dimenticate. In realtà, al di là della
terminologia e di un richiamo formale al passato, si trattava di una strada mai
percorsa prima di allora. L’antichità non aveva risorse per il mondo
contemporaneo, ma più che altro problemi. Però il metodo che si segue in
religione prevede che si debba tenere insieme tutta la storia di fede, dalle
origini, in modo da dimostrare di essere fedeli a ciò che si è ricevuto dal
Fondatore. In effetti, naturalmente, non
si rinunciò a nulla dei suoi insegnamenti, ma si iniziarono a ripudiare anche
alcuni atteggiamenti che erano stati condivisi dalle nostre più antiche
collettività di fede, che in molti casi erano state vivacemente intolleranti.
Si trattò di una vera e propria riforma, anche si tese a non sottolineare la portata epocale dei
cambiamenti stabiliti; in particolare si mise in risalto, contro l’evidenza, l’intento
prevalentemente pastorale dei saggi dell’ultimo Concilio, come se essi
si fossero voluti occupare prevalentemente di come suscitare e organizzare la
vita collettiva di fede senza revisionarne i fondamenti.
Le nostre collettività di fede vennero presentate come un popolo, tutto
coinvolto, anche nella sua componente
laica, nell’attività di formazione religiosa. In precedenza quest’ultima era
ritenuta cosa da preti e da frati. C’erano il clero e i religiosi e, attaccata a loro, tutta l’altra gente. A
quest’ultima si pensava che bastasse spiegare l’essenziale
per partecipare convenientemente alle liturgie e per riprodurre fisiologicamente persone da formare alla fede. Nelle cose di
fede la gente doveva obbedire al clero, senza porsi troppi problemi. Il
clero, poi, promulgava la dottrina, aggiornandola secondo i tempi e le
situazioni, e la diffondeva in pillole per quelli che dovevano solo obbedire. In
società la nostra gerarchia del clero aveva raggiunto un compromesso di
reciproco sostegno con i poteri pubblici. La
moralità pubblica era improntata alla nostra fede, così che era
addirittura ritenuto sconveniente, strano, non praticarla. La grandissima
maggioranza della gente di fede era tenuta nello stato di gregge, di massa docile ai pastori, alle guide religiose. Era mantenuta
sottomessa con molti effetti speciali
che evocavano un soprannaturale spesso
minaccioso e affascinandola con la magnificenza delle liturgie, che
accreditavano l’alto clero come voce del Cielo. Ci si accorse però che questo
modo di procedere aveva prodotto una massa di docili analfabeti religiosi. Essi, in particolare, erano incapaci
di interagire con la società del loro tempo per influire su di essa, nella
politica democratica, per infonderle i valori di fede. Dopo la catastrofe dell’ultima
guerra mondiale si riconobbe che, se fossero stati diversi, meno docili e più consapevoli di ciò che la fede comportava, certe tragedie
collettive, forse, si sarebbero potute evitare. Il punto di svolta fu un
celebre radiomessaggio natalizio del 1944 del papa Eugenio Pacelli, dedicato esplicitamente alla
democrazia. Lo trovate sul Web all’indirizzo:
https://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1944/documents/hf_p-xii_spe_19441224_natale.html
Ecco il passo centrale:
[…] sotto il sinistro
bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui
sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi
hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo,
interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono
con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e
intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con
la dignità e la libertà dei cittadini.
Queste moltitudini,
irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi
invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai
incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di
correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato
trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per
l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo
stesso efficaci garanzie.
Un modo sicuro per riconoscere le tendenze
reazionarie nelle nostre collettività religiose è quello di cogliere gli
accenni all’obbedienza e alla docilità. Quando invece si accentua l’idea di rinnovamento e riforma si va in direzione contraria. In un’ottica di
fede l’obbedienza e la docilità al fondamento soprannaturale di tutto comportano quella penetrante opera di rinnovamento che definiamo conversione. Ma quando si
parla di obbedienza, docilità e rinnovamento
nelle questioni per così dire
organizzative si è in un diverso contesto.
Se si vuole interagire con
le società democratiche contemporanee occorre essere consapevoli, responsabili,
autonomi e creativi. Non si tratta più, quindi, di eseguire comandi di capi
religiosi, non basta più. In democrazia il potere di governo è diffuso. Si
dice, talvolta, che la nostre
collettività di fede non sono una democrazia: male, dovrebbero esserlo.
Perché è la democrazia, nella versione contemporanea che non è solo la regola
per cui decidono maggioranze più o meno ampie ma anche un insieme molto esteso
di valori che limita molto il potere delle stesse maggioranze, che consente di
esercitare il potere, anche quello religioso, in modo non letale.
La caratteristica del
lavoro di iniziazione religiosa che si vuole fare oggi è di fornire ai fedeli
una formazione molto più estesa di quella che si dava anche nel recente
passato. In particolare, i laici devono essere messi in condizione di
interagire in una società democratica, con potere di governo diffuso, ciò che,
in gergo teologico, è detto agire nelle cose temporali, che significa operare nel
proprio tempo nella società in cui si
vive. Lo si deve fare per ordinarla
secondo i principi di fede, hanno detto i saggi del concilio nella
Costituzione dogmatica Luce per le genti:
[31] ….Per
loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose
temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti
i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita
familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio
chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla
santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello
spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri
principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della
loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta
di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente
legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e
siano di lode al Creatore e Redentore.
Quando cominciare questo lavoro di formazione?
Subito.
Dai bambini piccoli.
Lo si sa
bene tra gli scout. Lo aveva capito il fondatore degli scout Baden Powell.
Fin dalle
elementari i bambini fanno esperienza della società intorno a loro e devono
essere formati a interagirvi. Non è solo questo: ne hanno bisogno e ce lo
chiedono. Devono farne tirocinio. Certe cose si scoprono sperimentandole. Il
bene e il male, la lealtà e la slealtà e via dicendo. Si inizia nei giochi
collettivi e si continua nella vita adulta. E nell’adulto rimarrà sempre il
bambino che è stato. Questo ce lo dicono gli psicologi.
Non si
viene più a catechismo per imparare a memoria pillole di dottrina, ma per
imparare come vivere insieme la fede. E’ centrale il confronto sociale con gli
altri. La collettività è dunque molto importante e, in un certo, senso il
catechista la rappresenta e la induce.
Le
collettività possono essere dispotiche. Lo sono, ad esempio, quelle criminali.
Ci sono società buone e società cattive. Il rinnovamento indotto dai saggi del
Concilio comportò anche il ripudio di molte condotte sociali cattive espresse
dalle nostre collettività di fede.
Qual è il
metro per distinguere le collettività buone da quelle cattive? Sono i valori
della nostra fede, e in particolare il principio molto importante della dignità
infinita della persona umana. Storicamente, nelle nostre collettività di fede è
accaduto che non fosse rispettato. Questo fu al fondo di molte tragedie umane.
Della dignità
delle persone occorre fare tirocinio nelle nostre collettività, innanzi tutto
nei gruppi di catechismo, fin da piccoli. Ognuno abbia un ruolo, un compito,
una responsabilità. Ognuno sia riconosciuto nella sua dignità sociale. Nessuno
sia umiliato, offeso, escluso o costretto sempre a fare ciò che dicono altri.
Ci si abitui a prendere decisioni insieme e a dimostrare di essere solidali. Si
insegni il coraggio contro le ingiustizie, a prendere le difese dei più deboli.
E ad essere amici leali. Tutto questo ha
anche un significato religioso, perché è pratica di varie virtù e prepara il
discorso esplicito di fede.
Non
pensiamo che un bambino delle elementari sia troppo piccolo per questo. Se
facciamo memoria della nostra infanzia, ci rendiamo bene conto che non lo è.
Fin da piccoli, dalle prime esperienza scolastiche, si fa esperienza del bene e
del male che c’è in società. Fin da molto piccoli i ragazzi organizzano società tra loro,
per regolare i giochi collettivi. Vi ricordate il romanzo I ragazzi della via Pal, che una volta era un classico per i più
giovani? Si racconta di società di bambini che si strutturano spontaneamente
secondo quella degli adulti e si fanno guerra. E’ così che accade, anche se ai tempi nostri i
bambini hanno meno occasioni di organizzarsi spontaneamente. Io in terza e
quarta elementare giravo da solo per il quartiere, oggi un bambino di quell’età
non può più farlo: troppi pericoli, innanzi tutto quelli del traffico. Questo
priva i più giovani della possibilità di
fare precocemente tirocinio sociale. Se ne dia loro occasione in parrocchia:
non lo dimenticheranno per tutta la vita, li radicherà da noi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente
papa - Roma, Monte Sacro, Valli