Rinnovarsi
per rinnovare - 4
Questi miei interventi non sono fine a sé stessi,
dialoghi interiori o, peggio, con l’universo mondo in una specie di
esibizionismo personale. E quando accenno a temi di cultura generale o
religiosa non ho alcuna originalità: si tratta di sintesi del pensiero altrui.
Infine, quando propongo mie esperienze personali bisogna tener conto che esse
sono state comuni alla mia generazione: c’è chi ne ha trattato meglio, in
termini più profondi, in modo più sapiente e completo.
Scrivo per la gente della mia parrocchia, in
particolare per i giovani, i catechisti e per tutti coloro che attualmente sono
impegnati nel processo di cambiamento che è iniziato da poco. Faccio per loro
il lavoro per cui in religione sono stato formato fin da giovane, quello della
mediazione culturale: vorrei essere un facilitatore. Si è impegnati, attivi,
sul campo e non si ha tempo di approfondire. Forse però venti minuti al giorno
si trovano per farlo. Ma a che servono venti minuti? E’ il tempo che, più o
meno, occorre per leggere e rileggere
una seconda volta un mio post. Ecco che, allora, se io riesco a diffondere,
venti minuti alla volta, sintetizzandolo e
traducendolo nel linguaggio comune, comprensibile con immediatezza, ciò
che io ho ricevuto in una vita, penso di poter essere utile a coloro per cui
scrivo. E poi c’è il fatto che io sono uno di loro, vicino a loro: mi possono
incontrare e parlare personalmente ogni giorno, se vogliono. Io li voglio
sostenere da vicino e loro possono contare su di me.
Rinnovarsi per rinnovare: questo sforzo ha
riguardato anche la catechesi. Si è
partiti nel 1970, quando i vescovi italiani diffusero il Documento di base intitolato Il
rinnovamento della catechesi. Il
processo è ancora in corso.
Sulla catechesi faccio riferimento a un libro
di un professore della vicina università dei salesiani, Emilio Alberich, La catechesi oggi - Manuale di catechetica
fondamentale, LDC, 2001, tuttora in commercio.
Qui sopra potete vedere le prime pagine del
mio catechismo per la prima
Comunione, che negli anni Sessanta si faceva in quarta elementare insieme alla
Cresima (oggi la Cresima si riceve più tardi dopo una formazione più
approfondita). Venne pubblicato nel 1958 e veniva ancora utilizzato per i
bambini della mia età quasi dieci anni dopo. Potete subito rilevare la
differenza con i sussidi per il catechismo che si usano
oggi per i bambini di quell’età. C’è una differenza tra il libretto che un
tempo veniva chiamato catechismo e veniva messo tra le mani dei
bimbi perché lo imparassero a memoria e i sussidi
per il catechismo di oggi ed essa
sta nella quantità di dottrina, di esplicita teologia in pillole, che c’è. Ai
tempi nostri “fare catechismo” non significa più far imparare a memoria pillole
di dottrina, ma alimentare, sostenere e sviluppare la fede in un processo più
complesso.
Ancora degli anni Sessanta si supponeva che i
bambini vivessero in un contesto sociale che li avrebbe obbligati a
manifestarsi religiosi e che quindi bastasse, per iniziarli alla fede, far
loro imparare a memoria qualche pillola di dottrina.
Questo perché la religione era inglobata nell’ideologia sociale dominante,
quella che ti dice come vestirti alle diverse età della vita e come circolare
per strada. Per molti versi la fede faceva anche parte dell’ideologia politica,
sia per il costante e penetrante influsso politico del papato e della gerarchia
della nostra confessione religiosa, sia per il fatto che dal 1948 era egemone
un partito politico la cui ideologia si ispirava alla dottrina sociale diffusa
dai nostri capi religiosi. Poi c’era il fatto che l’etica religiosa veniva
presa come riferimento sociale del bene e del male: e questo, come ci dicono le
indagini demoscopiche, accade anche oggi, anche se poi non si seguono in tutto i
comandamenti della fede, ma con una certa discrezionalità,
come del resto si è sempre fatto, fin da quando la nostra fede si è fatta anche
cultura sociale, in un processo durato circa quattro secoli, a partire dalle
origini.
Oggi inizia
ad essere diverso, ma non dobbiamo
dolercene. L’essere obbligati socialmente a manifestarsi religiosi
significava infatti che la fede era stata inglobata in una ideologia politica e
che quindi era stata deformata, aveva perso la sua capacità di relativizzare ogni potere terreno, era stata catturata e, quindi, fortemente depotenziata, tanto da avere
bisogno, come dire?, della forza pubblica
per sostenersi.
Chi,
come me, si avvicina ormai ai sessant’anni, vede bene che il mondo è diventato
diverso: ma in molti aspetti è diventato migliore. Questo, in particolare, nel liberare la nostra fede dalle strumentalizzazioni
politiche e sociali.
C’è chi ha nostalgia del passato e,
addirittura, cerca di ricrearlo. Lo si fa, in genere per due vie, non potendo
più contare sulla forza della legge,
che invece oggi impone la laicità di ogni forma di potere pubblico, quindi che
le istituzioni pubbliche non catturino la fede religiosa nella loro ideologia e
non la strumentalizzino per dominare la gente.
La prima è quella di cercare di esercitare
una pressione sociale con l’azione di
massa, concentrandosi su alcuni specifici principi religiosi manifestati
apertamente in forma collettiva secondo la tradizione storica, per sovrastare i
dissenzienti con la forza dei numeri e della coesione: è la via del fondamentalismo religioso.
La seconda è quella di creare gruppi più
limitati, ma fortissimamente coesi e determinati a seguire veramente tutti i principi religiosi ed etici proposti dai
capi religiosi, in modo da esercitare una pressione
individuale per attirare e inglobare
le persone che come atomi dispersi vagano senza orientamento nel panorama
sociale pluralistico dei nostri tempi. Questa è la via dell’integrismo religioso.
In entrambi i casi, la strategia è quella
della pressione come via per indurre
alla fede. Essa non è rispettosa dell’infinita dignità che compete alla persone umane, in un’ottica di fede. E si è dimostrata
anche fallimentare, ai tempi nostri. Finché si aveva la forza della legge dalla nostra parte, è stato
diverso. Ma alla base di quella coercizione c’era un compromesso che costava
molto caro. La gente infatti era catturata alla religione, ma anche quest’ultima lo era.
L’esperienza delle democrazie di popolo contemporanee è stata di un liberazione
sia della gente che della religione. Liberazione della gente da poteri politici
che si ammantavano di sacro pretendendo acritico ossequio e della religione da
chi la strumentalizzava per fini politici. Si è trattato, sembra, di una
difficile libertà, del resto come ogni esperienza liberante è, comportando
anche maggiori responsabilità. Ecco che, allora, come si narra degli antichi
israeliti quando furono liberati dal servaggio al Faraone, si vorrebbe tornare
indietro, all’antica servitù, ai vecchi compromessi, a quel tipo di cultura
sociale che, certo, ci asserviva la gente, ma che produsse tutte le grandi
tragedie a sfondo religioso del passato.
Scrive Alberich, nel testo che ho citato:
“…la nostra epoca non è migliore o peggiore delle altre, ma è
semplicemente diversa. Non ha senso pensare che il mondo attuale, con la sua
cultura, i suoi problemi, sia più lontano dal Vangelo di quello di altre epoche”.
E consiglia nella catechesi: simpatia e apertura, coraggio
e volontà di dialogo, inculturazione e contestualizzazione, evangelizzazione
come opzione prioritaria e, soprattutto,
catechesi rinnovata, secondo un
nuovo stile di vita collettiva di fede, in un progetto di socialità religiosa
rinnovato.
Concordo, con la seguente precisazione: alcuni
valori del nostro nuovo mondo sono
una conquista culturale epocale rispetto al nostro tremendo passato e, in
questo senso, la nostra epoca è veramente
migliore delle altre della nostra storia.
Il problema è che anche noi, individualmente e
collettivamente, dobbiamo fare uno sforzo per interiorizzare e manifestare quei
progressi culturali, ciò che ci riesce ancora difficile e per questo, talvolta,
sentiamo nostalgia del passato. Poi però non dobbiamo stupirci se la nostra
religione sa un po’ di muffa e i giovani scappano. Così, osserva Alberich,
paradossalmente la catechesi di
iniziazione spesso non “inizia”, ma “conclude” la vita di fede delle persone.
Il processo di “iniziazione” cristiana è diventato un processo di “conclusione” della vita
cristiana.
Una delle ragioni di tutto questo può essere
vista nel fatto che talvolta abbiamo fatto dell’esperienza di fede una sorta di
museo o, peggio, di cimitero, dove si vanno a
trovare, senza possibilità di vero dialogo, i trapassati. Dov’è allora la fede dell’apertura infinita, dell’agàpe
universale, quella che è alla base, in fondo, di gran parte dei principi
fondamentali delle democrazie di popolo contemporanee, che hanno cambiato il mondo con l’ideale della pace e della cittadinanza universali, oltre ogni divisione e
frontiera?
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

