venerdì 4 dicembre 2015

Rinnovarsi per rinnovare - 4

Rinnovarsi per rinnovare - 4




 Questi miei interventi non sono fine a sé stessi, dialoghi interiori o, peggio, con l’universo mondo in una specie di esibizionismo personale. E quando accenno a temi di cultura generale o religiosa non ho alcuna originalità: si tratta di sintesi del pensiero altrui. Infine, quando propongo mie esperienze personali bisogna tener conto che esse sono state comuni alla mia generazione: c’è chi ne ha trattato meglio, in termini più profondi, in modo più sapiente e completo.
 Scrivo per la gente della mia parrocchia, in particolare per i giovani, i catechisti e per tutti coloro che attualmente sono impegnati nel processo di cambiamento che è iniziato da poco. Faccio per loro il lavoro per cui in religione sono stato formato fin da giovane, quello della mediazione culturale: vorrei essere un facilitatore. Si è impegnati, attivi, sul campo e non si ha tempo di approfondire. Forse però venti minuti al giorno si trovano per farlo. Ma a che servono venti minuti? E’ il tempo che, più o meno, occorre per leggere  e rileggere una seconda volta un mio post. Ecco che, allora, se io riesco a diffondere, venti minuti alla volta, sintetizzandolo e  traducendolo nel linguaggio comune, comprensibile con immediatezza, ciò che io ho ricevuto in una vita, penso di poter essere utile a coloro per cui scrivo. E poi c’è il fatto che io sono uno di loro, vicino a loro: mi possono incontrare e parlare personalmente ogni giorno, se vogliono. Io li voglio sostenere da vicino e loro possono contare su di me.
 Rinnovarsi per rinnovare: questo sforzo ha riguardato anche la catechesi. Si  è partiti nel 1970, quando i vescovi italiani diffusero il Documento di base intitolato Il rinnovamento della catechesi.  Il processo è ancora in corso.
 Sulla catechesi faccio riferimento a un libro di un professore della vicina università dei salesiani, Emilio Alberich, La catechesi oggi - Manuale di catechetica fondamentale, LDC, 2001, tuttora in commercio.
  Qui sopra potete vedere le prime pagine del mio catechismo per la prima Comunione, che negli anni Sessanta si faceva in quarta elementare insieme alla Cresima (oggi la Cresima si riceve più tardi dopo una formazione più approfondita). Venne pubblicato nel 1958 e veniva ancora utilizzato per i bambini della mia età quasi dieci anni dopo. Potete subito rilevare la differenza con i  sussidi per il catechismo che si usano oggi per i bambini di quell’età. C’è una differenza tra il libretto che un tempo veniva chiamato  catechismo e veniva messo tra le mani dei bimbi perché lo imparassero a memoria e i sussidi per il catechismo  di oggi ed essa sta nella quantità di dottrina,  di esplicita teologia in pillole, che c’è.  Ai tempi nostri “fare catechismo” non significa più far imparare a memoria pillole di dottrina, ma alimentare, sostenere e sviluppare la fede in un processo più complesso.
 Ancora degli anni Sessanta si supponeva che i bambini vivessero in un contesto sociale che li avrebbe obbligati a manifestarsi religiosi e che quindi bastasse, per iniziarli  alla fede, far loro imparare a memoria qualche pillola di dottrina. Questo perché la religione era inglobata nell’ideologia sociale dominante, quella che ti dice come vestirti alle diverse età della vita e come circolare per strada. Per molti versi la fede faceva anche parte dell’ideologia politica, sia per il costante e penetrante influsso politico del papato e della gerarchia della nostra confessione religiosa, sia per il fatto che dal 1948 era egemone un partito politico la cui ideologia si ispirava alla dottrina sociale diffusa dai nostri capi religiosi. Poi c’era il fatto che l’etica religiosa veniva presa come riferimento sociale del bene e del male: e questo, come ci dicono le indagini demoscopiche, accade anche oggi, anche se poi non si seguono in tutto i comandamenti  della fede, ma con una certa discrezionalità, come del resto si è sempre fatto, fin da quando la nostra fede si è fatta anche cultura sociale, in un processo durato circa quattro secoli, a partire dalle origini.
  Oggi inizia  ad essere diverso, ma non dobbiamo dolercene. L’essere obbligati  socialmente a manifestarsi religiosi significava infatti che la fede era stata inglobata in una ideologia politica e che quindi era stata deformata, aveva perso la sua capacità di  relativizzare  ogni potere terreno, era stata catturata  e, quindi,  fortemente depotenziata, tanto da avere bisogno, come dire?, della forza pubblica per sostenersi.
  Chi, come me, si avvicina ormai ai sessant’anni, vede bene che il mondo è diventato diverso: ma in molti aspetti è diventato migliore. Questo, in particolare, nel liberare  la nostra fede dalle strumentalizzazioni politiche e sociali.
 C’è chi ha nostalgia del passato e, addirittura, cerca di ricrearlo. Lo si fa, in genere per due vie, non potendo più contare sulla forza della legge, che invece oggi impone la laicità  di ogni forma di potere pubblico, quindi che le istituzioni pubbliche non catturino la fede religiosa nella loro ideologia e non la strumentalizzino per dominare la gente.
  La prima è quella di cercare di esercitare una pressione sociale con l’azione di massa, concentrandosi su alcuni specifici principi religiosi manifestati apertamente in forma collettiva secondo la tradizione storica, per sovrastare i dissenzienti con la forza dei numeri e della coesione: è la via del fondamentalismo  religioso.
 La seconda è quella di creare gruppi più limitati, ma fortissimamente coesi e determinati a seguire veramente tutti  i principi religiosi ed etici proposti dai capi religiosi, in modo da esercitare una pressione individuale  per attirare e inglobare le persone che come atomi dispersi vagano senza orientamento nel panorama sociale pluralistico dei nostri tempi. Questa è la via dell’integrismo religioso.
  In entrambi i casi, la strategia è quella della pressione come via per indurre alla fede.   Essa non è rispettosa dell’infinita dignità che compete alla persone umane, in un’ottica di fede. E si è dimostrata anche fallimentare, ai tempi nostri. Finché si aveva la  forza della legge dalla nostra parte, è stato diverso. Ma alla base di quella coercizione c’era un compromesso che costava molto caro. La gente infatti era  catturata  alla religione, ma anche quest’ultima lo era. L’esperienza delle democrazie di popolo contemporanee è stata di un liberazione sia della gente che della religione. Liberazione della gente da poteri politici che si ammantavano di sacro pretendendo acritico ossequio e della religione da chi la strumentalizzava per fini politici. Si è trattato, sembra, di una difficile libertà, del resto come ogni esperienza liberante è, comportando anche maggiori responsabilità. Ecco che, allora, come si narra degli antichi israeliti quando furono liberati dal servaggio al Faraone, si vorrebbe tornare indietro, all’antica servitù, ai vecchi compromessi, a quel tipo di cultura sociale che, certo, ci asserviva la gente, ma che produsse tutte le grandi tragedie  a sfondo religioso del passato.
 Scrive Alberich, nel testo che ho citato:
“…la nostra epoca  non è migliore o peggiore delle altre, ma è semplicemente diversa. Non ha senso pensare che il mondo attuale, con la sua cultura, i suoi problemi, sia più lontano dal Vangelo di quello di altre epoche”.
  E consiglia nella catechesi: simpatia  e  apertura,   coraggio  e volontà di dialogo, inculturazione e contestualizzazione,  evangelizzazione come opzione prioritaria e, soprattutto, catechesi rinnovata,  secondo un nuovo stile di vita collettiva di fede, in un progetto di socialità religiosa rinnovato.
 Concordo, con la seguente precisazione: alcuni valori del nostro nuovo mondo sono una conquista culturale epocale rispetto al nostro tremendo passato e, in questo senso, la nostra epoca è veramente migliore delle altre della nostra storia.
 Il problema è che anche noi, individualmente e collettivamente, dobbiamo fare uno sforzo per interiorizzare e manifestare quei progressi culturali, ciò che ci riesce ancora difficile e per questo, talvolta, sentiamo nostalgia del passato. Poi però non dobbiamo stupirci se la nostra religione sa un po’ di muffa e i giovani scappano. Così, osserva Alberich, paradossalmente la catechesi di iniziazione spesso  non “inizia”,  ma “conclude” la vita di fede delle persone. Il processo di “iniziazione” cristiana è diventato  un processo di “conclusione” della vita cristiana.
  Una delle ragioni di tutto questo può essere vista nel fatto che talvolta abbiamo fatto dell’esperienza di fede una sorta di museo  o, peggio, di  cimitero, dove si vanno a trovare, senza possibilità di vero dialogo, i  trapassati.  Dov’è allora la fede dell’apertura infinita, dell’agàpe universale, quella che è alla base, in fondo, di gran parte dei principi fondamentali delle democrazie di popolo contemporanee, che hanno cambiato il mondo  con l’ideale della pace e della cittadinanza universali, oltre ogni divisione e frontiera?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli