Rinnovarsi
per rinnovare - 3
In genere, quando una ragazza o un ragazzo
sui quindici anni lasciano la parrocchia e, spesso, con essa anche la
religione, quindi la pratica collettiva della fede, hanno buoni motivi per
farlo. Hanno incontrato la religione in una delle tante versioni in cui può
essere deformata.
Non sto riferendomi ad eresie e all’ossessione
dell’ortodossia, la quale appunto, e questo fin dalle origini, è stata uno dei modi,
tra i più brutti e letali, in cui la nostra fede può essere deformata, ma
fondamentalmente alla strumentalizzazione
della religione a fini di potere.
Iniziano i genitori, spesso assecondati da
preti e catechisti: cercano di puntellare la loro sempre più traballante
autorità facendo balenare le spade infuocate degli angeli contro i giovani
renitenti. Proseguono poi altre autorità, civili
e religiose come si suole
dire, che prospettano l’inferno a chi non accetta di dar loro acritico
ossequio. In passato era tutto l’impianto dello stato che era costruito con
questo criterio: per millenni la nostra fede fu parte dell’ideologia politica
dominante. Quando, nell’Ottocento, in Europa si iniziò a mettere nero su
bianco, nelle costituzioni e statuti,
le norme fondamentali degli stati, per segnare un limite all’arbitrio delle
dinastie sovrane che fino ad allora avevano signoreggiato incondizionatamente i
popoli che erano riuscite ad assoggettare con la violenza politica e militare,
tutto questo emerse platealmente. Lo Statuto
del Regno sabaudo, da cui nel 1861
derivò il Regno d’Italia, fu promulgato nel 1848 e al primo articolo ordinava: “La Religione Cattolica, Apostolica, Romana
è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati
conformemente alle leggi”.
Nel Trattato
concluso l’11 febbraio 1929 tra il papato, all’epoca era papa regnante
Achille Ratti (Pio 11°), e il dittatore Benito Mussolini, fondatore e Duce del fascismo italiano, documento
che fa parte dei Patti Lateranensi e dal quale deriva il simulacro di stato di
quartiere in cui appare come arroccato il vertice della nostra confessione
religiosa, si apre con questo articolo: “L’Italia
e riafferma il principio consacrato nell’art.1 dello Statuto del Regno 4 marzo
1844, pel quale la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione
dello Stato”.
Il principio della religione cattolica come
unica religione dello stato fu
superato il 1 gennaio 1948, con l’entrata in vigore della Costituzione
repubblicana fondata sul principio supremo della laicità dello stato, ma se ne riuscì a prendere formalmente atto
solo molto più tardi, nel 1984, con l’accordo di revisione del Concordato
Lateranense che faceva parte di quei Patti
del 1929 di cui dicevo.
Ancora oggi l’idea che la religione cattolica
sia religione di stato si riaffaccia in politica, di fatto o
addirittura esplicitamente. Ad esempio: se la nostra fede non è più religione di
stato, e soprattutto l’unica religione dello stato, perché
nella scuola pubblica si dovrebbe celebrare
il Natale in uno dei tanti modi in cui si può farlo? La scuola educa, c’è un insegnamento della nostra
religione ma non è più obbligatorio e, soprattutto, l’insegnamento scolastico
impartito in istituzioni pubbliche non è più, e non deve essere, improntato ad una ideologia religiosa basata
sulla nostra fede, che non è più unica religione di stato. Se si fa rientrare la celebrazione di una nostra festa religiosa nell’attività educativa di una scuola
pubblica, al di fuori dell’insegnamento della religione che si fa in
certe ore e che può esser rifiutato, allora è un po’ come se quell’attività educativa venisse strumentalizzata a fini di
proselitismo religioso, ma, in realtà, la cosa può essere considerata anche all’inverso,
ad esempio come una strumentalizzazione della nostra fede a fini identitari, per sostenere politiche di
discriminazione. Così poi si finisce con il brandire bambinelli del presepe ringhiando contumelie e minacce
contro i non credenti o i credenti in altre fedi: “si difende il presepe e si
ripudia il Vangelo”, ha osservato un prete l’altro giorno, “un atteggiamento schizofrenico”. Lo
ripeto ancora: la nostra fede non può divenire strumento di potere se non
deformandola.
La gran parte di ciò che comunemente viene
chiamata civiltà cristiana contiene molte deformazioni della nostra fede.
Prenderne atto è stato molto difficile ed è di solito costato molto caro a coloro che provarono a farlo e ciò fino ad epoca molto
recente, fino all’era delle democrazie di popolo contemporanee. Sul finire
dello scorso millennio anche un papa, il Wojtyla, ha avuto problemi su questa
via: per quanto giuridicamente non fosse tenuto a farlo, preferì attendere il
via libera della Commissione teologica internazionale, organismo di consulenza
ad alto livello, in particolare per la struttura che esercita un po’ il ruolo
di polizia ideologica nelle strutture centrali della nostra organizzazione
confessionale.
A
partire dal quarto secolo della nostra era, la nostra fede fu inglobata nell’ideologia
politica dell’impero mediterraneo in cui essa si era spettacolarmente espansa.
Questo processo si svolse lontano da Roma, a Bisanzio/Costantinopoli, capitale
dell’Impero Romano d’Oriente, ciò che poi fu chiamato Impero Bizantino. E’ in quel contesto culturale e politico che
vennero definiti i principi fondamentali della nostra fede, i suoi principali dogmi, il Credo che recitiamo a Messa. Gli imperatori bizantini furono il
modello a cui tutti gli imperatori europei, anche i papi, si ispirarono, fino
all’Ottocento, non solo nell’ideologia ma anche sotto l’aspetto cerimoniale, dell’apparato spettacolare, della magnificenza sovrana. Nel Sesto secolo l’imperatore
bizantino Giustiniano I promosse una grande codificazione, raccogliendo
documenti legislativi e di dottrina giuridica prodotti da circa mille anni di
storia romana, che rimase diritto vigente in Europa fino agli inizi dell’Ottocento.
Questo produsse il consolidamento della nostra fede come ideologia politica. Da
quel momento ogni scostamento dai dogmi
religiosi, da quei principi fondamentali elaborati e sanciti in concilio tutti
convocati dagli imperatori romani nel primo millennio, divenne anche un delitto
politico, con ciò che ne conseguiva. E l’autorità di quegli antichi imperatori
greci, perché tali erano effettivamente, si prolunga ancora fino a noi, non
solo in quei dogmi di cui dicevo, ma anche in altre cose: ad
esempio la dottrina giuridico/religiosa dell’indissolubilità del
matrimonio consacrato dall'autorità politica/religiosa, per cui si vuole che una
volta che i coniugi hanno concluso il contratto matrimoniale rimangano legati anche contro la loro concorde
successiva volontà, deriva
sostanzialmente dall'ideologia di quegli antichi sovrani bizantini. Ciò era
molto chiaro ancora all’inizio degli anni ’70, nelle vivaci polemiche in
occasione del referendum promosso da gente della nostra fede per abrogare la
legge che aveva introdotto il divorzio nel codice civile italiano: si fece
osservare che l’indissolubilità matrimoniale era un principio della grande
civiltà europea e si fece esplicito riferimento alla codificazione di
Giustiniano.
La fede religiosa può risultare utile al consolidamento del
potere politico perché, in certe sue versioni, favorisce l’acritico farsi sudditi della gente, rende incontestabile e indiscutibile
il potere che riesca ad ammantarsi di un alone sacro. Ma, appunto, questa è una delle possibili deformazioni
della nostra fede. Perché la nostra fede
comporta anche la critica e la relativizzazione di ogni potere terreno.
Nell'ottica della nostra fede, il sacro non ha ragione di esistere, anche se ancora,
in religione, parliamo correntemente di cose e persone
sacre. Questo perché il sacro ingloba il soprannaturale, lo
separa e lo definisce da ciò che gli è intorno, in qualche modo lo
cattura rendendolo visibile. Invece la nostra fede non può
essere catturata se non deformandola. Ecco che, ad esempio, uno
di quelli che vengono considerati luoghi sacri
per eccellenza, la basilica Vaticana, sul frontone ha una scritta che urla l’orgoglio
principesco di colui che dopo aver messo mano alla sua edificazione volle farvi incidere a lettere colossali “Io, principe romano, l’ho fatto”, come appunto facevano gli antichi
imperatori romani: “IN HONOREM
PRINCIPIS APOST PAVLVS V BVRGHESIVS ROMANVS PONT MAX AN MDCXII PONT VII » epigrafe che si traduce con “« In onore
del principe degli apostoli [=l’apostolo Pietro]; Paolo 5° Borghese Pontefice Massimo Romano anno
1612 settimo anno del pontificato ». “Il mio regno è di questo
mondo” così pare che abbia voluto celebrarsi il principe romano Camillo
Borghese, sovrano religioso con il nome di Paolo 5°, nel Seicento. “Il mio regno non
è di questo mondo”, si narra che nel primo secolo abbia risposto il
Fondatore all’alto funzionario romano che lo stava processando.
La nostra
fede è apertura infinita, supera ogni potere
terreno e lo relativizza. Crea comunità universali, senza dogane e ponti
levatoi, fortezze e mura, complicati rituali di selezione e iniziazione. Per
questo, in ogni epoca della sua bimillenaria storia, c’è sempre stata gente di
fede che ha contestato ogni deformazione politica
della nostra religione. Uno di
questi moti di ribellione alla fede inglobata
nelle ideologie politiche è stato il
processo di rifondazione dell’Azione Cattolica negli anni ’60, dopo il Concilio
Vaticano 2°, che portò al nuovo statuto del 1969 e alla cosiddetta scelta religiosa. Esso non significò
ripudiare la politica come realtà incompatibile con la fede, ma il rifiuto di
ogni strumentalizzazione politica della fede religiosa e, in particolare, relativizzare il valore religioso dell’agire politico.
Perché, bisogna sempre averne consapevolezza, ogni pensiero e azione degli esseri umani ha sempre un valore religioso.
Ma, appunto, nessun pensiero e nessuna azione esaurisce la nostra fede. Relativizzare, quindi. Ogni assetto politico, ogni cultura, ogni
filosofia, ogni teologia, non esauriscono
la nostra fede, possono essere superati. E questo perché la nostra fede è apertura infinita. Questa è la ragione
per cui un giovane che voglia essere religioso non è assolutamente obbligato a replicare il passato. Spesso invece si pensa
che lo sia. E allora, dal punto di vista di noi anziani, si ritiene che l’attività
diretta a trattenere e mantenere i
giovani in chiesa consista in un attirarli
per poi catturarli e inglobarli nelle strutture
del passato. Una specie di trappola. Così viene vissuta, e allora rifiutata,
dai più giovani. Così la vissi anch'io da ragazzo. Ma compito dei giovani è appunto quello di non cadere in certe trappole. Come potrebbe altrimenti rinnovarsi il mondo?
Riscoprii la fede quando mi fu prospettata la possibilità di una diversa realtà.
Riscoprii la fede quando mi fu prospettata la possibilità di una diversa realtà.
Rinnovarsi per rinnovare: il moto di conversione non è un ritorno al passato e la nostra fede spera ardentemente che tutte le cose siano fatte nuove e che il mondo di prima, finalmente, scompaia per sempre. Così è scritto. Amen.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente
papa - Roma, Monte Sacro, Valli