giovedì 3 dicembre 2015

Rinnovarsi per rinnovare - 3

Rinnovarsi per rinnovare - 3

    In genere, quando una ragazza o un ragazzo sui quindici anni lasciano la parrocchia e, spesso, con essa anche la religione, quindi la pratica collettiva della fede, hanno buoni motivi per farlo. Hanno incontrato la religione in una delle tante versioni in cui può essere deformata.
  Non sto riferendomi ad eresie e all’ossessione dell’ortodossia, la quale appunto, e questo fin dalle origini, è stata uno dei modi, tra i più brutti e letali, in cui la nostra fede può essere deformata, ma fondamentalmente alla strumentalizzazione  della religione a fini di potere.
  Iniziano i genitori, spesso assecondati da preti e catechisti: cercano di puntellare la loro sempre più traballante autorità facendo balenare le spade infuocate degli angeli contro i giovani renitenti. Proseguono poi altre autorità, civili  e  religiose come si suole dire, che prospettano l’inferno a chi non accetta di dar loro acritico ossequio. In passato era tutto l’impianto dello stato che era costruito con questo criterio: per millenni la nostra fede fu parte dell’ideologia politica dominante. Quando, nell’Ottocento, in Europa si iniziò a mettere nero su bianco, nelle costituzioni  e statuti, le norme fondamentali degli stati, per segnare un limite all’arbitrio delle dinastie sovrane che fino ad allora avevano signoreggiato incondizionatamente i popoli che erano riuscite ad assoggettare con la violenza politica e militare, tutto questo emerse platealmente. Lo Statuto  del Regno sabaudo, da cui nel 1861 derivò il Regno d’Italia, fu promulgato nel 1848 e al primo articolo ordinava: “La Religione Cattolica, Apostolica, Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi”.
  Nel Trattato concluso l’11 febbraio 1929 tra il papato, all’epoca era papa regnante  Achille Ratti (Pio 11°), e il dittatore Benito Mussolini, fondatore e Duce del fascismo italiano, documento che fa parte dei Patti Lateranensi  e dal quale deriva il simulacro di stato di quartiere in cui appare come arroccato il vertice della nostra confessione religiosa, si apre con questo articolo: “L’Italia e riafferma il principio consacrato nell’art.1 dello Statuto del Regno 4 marzo 1844, pel quale la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato”.
  Il principio della religione cattolica come unica religione dello stato fu superato il 1 gennaio 1948, con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana fondata sul principio supremo della laicità dello stato, ma se ne riuscì a prendere formalmente atto solo molto più tardi, nel 1984, con l’accordo di revisione del Concordato Lateranense che faceva parte di quei Patti del 1929 di cui dicevo.
 Ancora oggi l’idea che la religione cattolica sia religione di stato  si riaffaccia in politica, di fatto o addirittura esplicitamente. Ad esempio: se la nostra fede non è più religione  di stato,  e soprattutto l’unica religione dello stato, perché nella scuola pubblica si dovrebbe celebrare il Natale in uno dei tanti modi in cui si può farlo? La scuola educa, c’è un insegnamento della nostra religione ma non è più obbligatorio e, soprattutto, l’insegnamento scolastico impartito in istituzioni pubbliche non è più, e non deve essere, improntato ad una ideologia religiosa basata sulla nostra fede, che non è più unica religione di stato. Se si fa rientrare  la celebrazione di una nostra festa religiosa nell’attività educativa di una scuola pubblica, al di fuori dell’insegnamento della  religione che si fa in certe ore e che può esser rifiutato, allora è un po’ come se quell’attività educativa  venisse strumentalizzata a fini di proselitismo religioso, ma, in realtà, la cosa può essere considerata anche all’inverso, ad esempio come una strumentalizzazione della nostra fede a fini identitari, per sostenere politiche di discriminazione.  Così poi si finisce con il brandire bambinelli  del presepe ringhiando contumelie e minacce contro i non credenti o i credenti in altre fedi:  “si difende il presepe e si ripudia il Vangelo”, ha osservato un prete l’altro giorno, “un atteggiamento schizofrenico”. Lo ripeto ancora: la nostra fede non può divenire strumento di potere se non deformandola.
   La gran parte di ciò che comunemente viene chiamata civiltà cristiana  contiene molte deformazioni della nostra fede. Prenderne atto è stato molto difficile ed è di solito costato molto  caro a coloro che  provarono a farlo e ciò fino ad epoca molto recente, fino all’era delle democrazie di popolo contemporanee. Sul finire dello scorso millennio anche un papa, il Wojtyla, ha avuto problemi su questa via: per quanto giuridicamente non fosse tenuto a farlo, preferì attendere il via libera della Commissione teologica internazionale, organismo di consulenza ad alto livello, in particolare per la struttura che esercita un po’ il ruolo di polizia ideologica nelle strutture centrali della nostra organizzazione confessionale.
   A partire dal quarto secolo della nostra era, la nostra fede fu inglobata nell’ideologia politica dell’impero mediterraneo in cui essa si era spettacolarmente espansa. Questo processo si svolse lontano da Roma, a Bisanzio/Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’Oriente, ciò che poi fu chiamato Impero Bizantino. E’ in quel contesto culturale e politico che vennero definiti i principi fondamentali della nostra fede, i suoi principali dogmi, il Credo che recitiamo a Messa. Gli imperatori bizantini furono il modello a cui tutti gli imperatori europei, anche i papi, si ispirarono, fino all’Ottocento, non solo nell’ideologia ma anche sotto l’aspetto cerimoniale,  dell’apparato spettacolare, della magnificenza  sovrana. Nel Sesto secolo l’imperatore bizantino Giustiniano I promosse una grande codificazione, raccogliendo documenti legislativi e di dottrina giuridica prodotti da circa mille anni di storia romana, che rimase diritto vigente in Europa fino agli inizi dell’Ottocento. Questo produsse il consolidamento della nostra fede come ideologia politica. Da quel momento ogni scostamento dai dogmi religiosi, da quei principi fondamentali elaborati e sanciti in concilio tutti convocati dagli imperatori romani nel primo millennio, divenne anche un delitto politico, con ciò che ne conseguiva. E l’autorità di quegli antichi imperatori greci, perché tali erano effettivamente, si prolunga ancora fino a noi, non solo in quei dogmi  di cui dicevo, ma anche in altre cose: ad esempio la dottrina giuridico/religiosa dell’indissolubilità  del matrimonio consacrato  dall'autorità politica/religiosa, per cui si vuole che una volta che i coniugi hanno concluso il contratto matrimoniale rimangano legati anche contro la loro concorde successiva volontà,  deriva sostanzialmente dall'ideologia di quegli antichi sovrani bizantini. Ciò era molto chiaro ancora all’inizio degli anni ’70, nelle vivaci polemiche in occasione del referendum promosso da gente della nostra fede per abrogare la legge che aveva introdotto il divorzio nel codice civile italiano: si fece osservare che l’indissolubilità matrimoniale era un principio della grande civiltà europea e si fece esplicito riferimento alla codificazione di Giustiniano.
  La fede religiosa  può risultare utile al consolidamento del potere politico perché, in certe sue versioni, favorisce l’acritico farsi sudditi  della gente, rende incontestabile e indiscutibile il potere che riesca ad ammantarsi di un alone sacro. Ma, appunto, questa è una delle possibili deformazioni della  nostra fede. Perché la nostra fede comporta anche la critica e la relativizzazione di ogni potere terreno.
  Nell'ottica della nostra fede, il sacro  non ha ragione di esistere, anche se ancora, in religione, parliamo  correntemente di cose  e persone sacre.  Questo perché il sacro ingloba il soprannaturale, lo separa e lo definisce da ciò che gli è intorno, in qualche modo  lo cattura  rendendolo visibile. Invece la nostra fede non può essere catturata  se non deformandola. Ecco che, ad esempio, uno di quelli che vengono considerati luoghi sacri per eccellenza, la basilica Vaticana, sul frontone ha una scritta che urla l’orgoglio principesco di colui che dopo aver messo mano alla sua edificazione  volle farvi incidere  a lettere colossali “Io, principe romano, l’ho fatto”, come appunto facevano gli antichi imperatori romani: “IN HONOREM PRINCIPIS APOST PAVLVS V BVRGHESIVS ROMANVS PONT MAX AN MDCXII PONT VII » epigrafe che si traduce con “« In onore del principe degli apostoli [=l’apostolo Pietro]; Paolo 5° Borghese Pontefice Massimo Romano anno 1612 settimo anno del pontificato ». “Il mio regno è  di questo mondo” così pare che abbia voluto celebrarsi il principe romano Camillo Borghese, sovrano religioso con il nome di Paolo 5°,  nel Seicento. “Il mio regno non è di questo mondo”, si narra che nel primo secolo abbia risposto il Fondatore all’alto funzionario romano che lo stava processando.
  La nostra fede è  apertura infinita, supera ogni potere terreno e lo relativizza. Crea comunità universali, senza dogane e ponti levatoi, fortezze e mura, complicati rituali di selezione e iniziazione. Per questo, in ogni epoca della sua bimillenaria storia, c’è sempre stata gente di fede che ha contestato ogni deformazione politica  della nostra religione. Uno di questi moti di ribellione alla fede inglobata  nelle ideologie politiche è stato il processo di rifondazione dell’Azione Cattolica negli anni ’60, dopo il Concilio Vaticano 2°, che portò al nuovo statuto del 1969 e alla cosiddetta scelta religiosa. Esso non significò ripudiare la politica come realtà incompatibile con la fede, ma il rifiuto di ogni strumentalizzazione politica della fede religiosa e, in particolare, relativizzare  il valore religioso dell’agire politico. Perché, bisogna sempre averne consapevolezza, ogni pensiero e azione degli esseri umani ha sempre un valore religioso. Ma, appunto, nessun pensiero e nessuna azione  esaurisce  la nostra fede. Relativizzare, quindi. Ogni assetto politico, ogni cultura, ogni filosofia, ogni teologia, non esauriscono  la nostra fede, possono essere superati.  E questo perché la nostra fede è apertura infinita. Questa è la ragione per cui un giovane che voglia essere religioso non è assolutamente obbligato  a replicare il passato. Spesso invece si pensa che lo sia. E allora, dal punto di vista di noi anziani, si ritiene che l’attività diretta a trattenere e mantenere  i giovani in chiesa consista in un attirarli per poi  catturarli e inglobarli  nelle strutture del passato. Una specie di trappola. Così viene vissuta, e allora rifiutata, dai più giovani. Così la vissi anch'io da ragazzo. Ma compito dei giovani è appunto quello di non cadere in certe trappole. Come potrebbe altrimenti rinnovarsi il mondo?
  Riscoprii la fede quando mi fu prospettata la possibilità di una diversa realtà.
 Rinnovarsi per rinnovare: il moto di conversione  non è un ritorno al passato e la nostra fede spera ardentemente che tutte le cose siano fatte nuove  e che  il mondo di prima, finalmente, scompaia per sempre. Così è scritto. Amen.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli