Rinnovarsi per
rinnovare - 2 -
E’ stato notato, ad esempio
dal filosofo Ernst Bloch (1885-1977), che la nostra fede non può diventare
strumento di potere senza essere deformata. Questo la distingue da molte altre
fedi coeve ed estinte. Quale ne è la ragione? Essa risiede nell’apertura al
futuro, in un anelito di costante rinnovamento. Non solo nello sforzo di costruire realtà
nuove, ma soprattutto nell’attesa del nuovo che non deriva dai
propri progetti e dal proprio lavoro e quindi nell’apertura radicale ad
esso e, conseguentemente, nel distacco radicale dall'esistente,
con i suoi limiti, compresi quelli che riguardano le proprie capacità, fisiche
e mentali, individuali e collettive, culturali e organizzative. E’ per questo
che la speranza è ritenuta virtù soprannaturale per una persona
di fede.
Il passato e il presente ci
rimandano l’immagine di una storia di tremendi conflitti, di stragi immani,
dell’asservimento degli esseri umani a varie forme di potere che sono loro
indispensabili per organizzare la loro complessa vita collettiva ma che, nello
stesso tempo, limitano in maniera più o meno grande la loro dignità,
riducendoli a strumenti, come ci appaiono gli individui nel mondo delle
formiche o delle api. L’obiezione radicale a questa realtà la si trova
in un episodio del Fondatore narrato nelle Scritture originate dalle prime
nostre collettività nel quale, in una Palestina asservita ai dominatori del
grande impero mediterraneo che all’epoca aveva come capitale la nostra città, a
chi gli chiedeva se si dovessero pagare le tasse all’occupante straniero, egli
rispose di dare all'imperatore ciò che era dell'imperatore,
indicando l’effigie dell’imperatore dell’epoca su una moneta coniata dalla
zecca imperiale. Successivamente, al tempo in cui la nostra fede divenne anche
ideologia politica e soprattutto quando, nel secondo millennio, il nostro clero
espresse un potere religioso conformato al modo di quello imperiale bizantino,
questo detto fu interpretato nel senso che ogni persona era soggetta a due
imperatori, a due poteri, uno civile e uno religioso, e che ad ognuno doveva
sottomettersi e pagare un tributo. Ci fu invece chi lo intese nel senso che
ogni potere politico dovesse avere dei limiti invalicabili a ciò che poteva
pretendere da una persona e che un essere umano, quindi, non potesse mai
finire totalmente nelle mani di qualsiasi potente della Terra e ciò per ragioni
che riguardavano le sue relazioni con il soprannaturale fondamento di tutto, e
perciò assolute.
Assoluto: è un
termine che deriva dall’italiano più antico, vale a dire il latino, e, in
particolare da due altre parole che insieme significano sciolto, slegato.
Nell’ottica della nostra fede, più di tanto il potere politico non può
pretendere da chi gli è soggetto: ci sono infatti valori costitutivi della
persona che non possono essere lesi. Non si è obbligati ad obbedire ad un
potere che pretenda di farlo; ma di più: non si deve. Bisogna
resistergli, anche a costo della vita. Non perché ci sia un altro imperatore,
questa volta religioso, a cui essere asserviti, di modo che tutto
si risolva in una sorta di controversia condominiale, tra due
imperatori che in fondo dominano nello stesso modo, con gli stessi metodi e
anche con gli stessi obiettivi, ma perché il fondamento di tutto non sta in
alcun potere terreno e solo mantenendo sempre, in ogni condizione, in qualsiasi
organizzazione sociale sia coinvolto, lo sguardo rivolto al Cielo l’essere
umano riesce a mantenere la sua infinita dignità. Questa è stata la ragione del
costante conflitto, aperto o comunque sempre latente, della nostra fede
con ogni esperienza culturale e politica che pretendesse di essere totalitaria, comprese
quelle espresse dalle stesse organizzazioni religiose. L’ideologia
democratica contemporanea condivide con la nostra fede quella convinzione e ciò
mostra quello che è storicamente vero, ma non più sempre evidente: che essa
deriva culturalmente dal pensiero sociale delle nostre genti di fede.
Le democrazie di popolo
contemporanee, sono, infatti, nella loro principale ideologia, poteri che
riconoscono dei limiti assoluti nei confronti delle persone,
non superabili neppure da maggioranze più o meno ampie. Esse sono fondate, in
particolare, sul principio di laicità, che significa la
rinuncia a inglobare, a strumentalizzare, la fede religiosa come
strumento di potere. Perché esso è stato a lungo contrastato e, comunque,
visto con sospetto in ambito religioso? La ragione è che, molto, molto a lungo,
la religione è stata strumentalizzata dalla politica, e questo anche ad opera
dei capi della nostra confessione.
Lo ripeto: la nostra fede non può
diventare strumento di potere senza essere deformata, e ciò anche se a
strumentalizzarla è un papa o un qualsiasi altro gruppo di gente di fede che
esprima una forma di potere, a qualsiasi livello.
Quando, nel 1969, sotto la
guida del suo presidente Vittorio Bachelet (1926-1980), l’Azione Cattolica, a
conclusione e mediante un processo democratico di ampio respiro, decise di
fare, dandosi un nuovo statuto, quella che poi fu chiamata scelta
religiosa, essa si assunse l’impegno di opporsi ad ogni strumentalizzazione
della religione per fini di potere, a partire da sé medesima. Di solito si
evidenzia che ciò la portò a distanziarsi da quello che un famoso politologo
italiano, e anche persona di grande e vivissima fede che io potei conoscere da
vicino da ragazzo, Gianni Baget Bozzo, definì il partito cristiano,
vale a dire la Democrazia Cristiana, fondata da Alcide De Gasperi ed altri
cattolici democratici durante la Seconda guerra mondiale. Ma in
realtà, il primo conflitto che, sulla via della scelta religiosa, essa
subì, veramente subì non ricercò, non fu con la Democrazia Cristiana né con
altri partiti di diversa impostazione religiosa, ma con i nostri capi religiosi.
Avvenne negli anni ’70, sulla questione dell’impegno politico nel corso della
campagna referendaria per cercare di abrogare la legge che aveva introdotto il
divorzio in Italia, in cui si voleva che l’Azione Cattolica si schierasse
apertamente per l’abrogazione, vincolando i propri associati, mentre in Azione
Cattolica si sarebbe preferito adottare un profilo più basso, lasciando la
scelta ultima alla coscienza e alla responsabilità del fedele in quanto
cittadino. Il referendum confermò la legge e subito all’Azione Cattolica fu
addebitato uno scarso impegno politico contro di essa. Ciò mise in questione la
sua stessa esistenza. A Milano sorse un movimento, Comunione e
Liberazione, che subito si presentò come alternativo all’Azione
Cattolica come movimento laicale per influire sulla società del suo tempo:
essenzialmente una scelta politica contrapposta a quella religiosa fatta
dall’Azione Cattolica.
Rinnovarsi per rinnovare:
è un’espressione che ho ripreso dal titolo di un articolo di L.Zappulla
pubblicato nel 1963 su una delle riviste dell’Azione Cattolica, Iniziativa,
dopo la diffusione dell’enciclica La Pace in terra (11-4-63),
del papa Angelo Roncalli, in cui si faceva un accenno alla coscienza sempre più chiara e operante che
le donne avevano raggiunto della propria dignità. La nostra confessione
religiosa aveva espresso un secolare e inveterato maschilismo, che ancora
adesso traspare talvolta nella vita delle nostre collettività. Uno dei campi in
cui la strumentalizzazione politica della nostra fede
era stata più evidente era quello di ciò che da metà Ottocento venne
definito come questione femminile. Sembrava infatti, anche nei
ragionamenti che i teologi venivano facendo, che la società non potesse
reggersi se non confinando la donna al ruolo di sposa sottomessa al marito e di
madre. L’imponente partecipazione delle donne, in particolare delle più
giovani, all’Azione Cattolica, dal primo dopoguerra, aveva consentito loro di
fare tirocinio che la realtà poteva essere diversa. All’inizio degli anni
Sessanta le donne cattoliche furono quindi protagoniste del processo culturale
di promozione della dignità femminile nella società civile e in religione
innescato dal Concilio Vaticano 2°. Per rinnovare occorreva
però cominciare con il rinnovarsi, con l’essere diversi da come si
era stati: fare tirocinio del nuovo e, soprattutto, darsi una formazione
adeguata.
L’associazionismo religioso
femminile era stato promosso inizialmente dai nostri capi del clero con intenti
fondamentalmente reazionari, per reagire ai moti di liberazione
della donna che andavano diffondendosi in società, in particolare ad opera
delle correnti culturali liberali e socialiste. Ma, nel corso di un processo
durato diversi decenni, diventò qualcosa di diverso proprio per il contesto di
partecipazione democratica in cui si svolse. Al centro del lavoro
dell’associazionismo femminile di Azione Cattolica non vi fu tanto la
propaganda reazionaria, ma la formazione delle giovani donne, che le portò a
sentire l’esigenza di essere, nel lavoro di apostolato, coraggiose e dinamiche
e ad osare di rompere gli schemi tradizionali di asservimento maschilista. Il
frutto di questo lavoro si colse poi nel processo di costruzione della nuova
democrazia italiana, che, per la prima volta in Italia, concesse il voto
politico alla donne.
Rinnovarsi per rinnovare:
direi che dovrebbe essere anche il nostro motto, in parrocchia, in questi tempi
di cambiamenti.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli